La Memoria delle memorie

27 gennaio: Giornata della Memoria della Shoah. Anche nell’era della pandemia tenere accesa la fiaccola della memoria mentre continuano a scomparire i testimoni diretti
Francesco Sirleto - 27 Gennaio 2021
“… C’è chi non si cura del passato, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti. C’è chi, invece, del passato è sollecito, e si rattrista del suo continuo svanire. C’è ancora chi ha la diligenza di tenere un diario, giorno per giorno, affinché ogni sua cosa sia salvata dall’oblio, e chi conserva nella sua casa e sulla sua persona ricordi materializzati; una dedica su un libro, un fiore secco, una ciocca di capelli, fotografie, vecchie lettere.”
(Primo Levi, dal racconto I mnemagoghi, in Storie naturali).
“…Ireneo cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito; Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonide, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l’arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede, si meravigliò che simili casi potessero sorprendere!”
(Jorge Luis Borges, dal racconto Funes, o della memoria, in Finzioni).

 

Come sono strane talune associazioni di idee che, a volte, quasi del tutto involontariamente, ci sorprendono all’improvviso permettendoci di mettere in relazione personaggi o nozioni disparate di cui, fino a poco prima, non sospettavamo la prossimità! Fino a questa mattina, infatti non mi ero reso conto – pur possedendo un’apprezzabile conoscenza dell’opera di entrambi – che tra il nostro Primo Levi (celebre autore dell’ancor più celebre Se questo è un uomo) e Jorge Luis Borges, il più grande scrittore argentino del XX secolo, esistesse quella corrispondenza (in senso baudelairiano) o, per citare un altro autore che di memoria si intendeva abbastanza, come Marcel Proust, quella intermittenza del cuore tante volte richiamata nelle pagine della monumentale Recherche du temps perdu.

E’ stato un passo di un vecchio articolo di Levi, capitatomi per caso tra le mani insieme a tante altre carte messe insieme per abborracciare un mio fugace scritto sulla speciale Giornata del 27 gennaio, ad accendermi nella mente la relazione tra i due autori. Il titolo dell’articolo di Levi, che ho trovato nel volume II delle sue Opere pubblicate da Einaudi nel 1997, è Un “giallo” del lager, e il passo in questione è il seguente: “… a volte, ma solo per quanto riguarda Auschwitz, mi sento fratello di Ireneo Funes, “el memorioso” di Borges, quello che ricordava ogni foglia di ogni albero che avesse visto, e che aveva più ricordi da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini vestiti da quando esiste il mondo …”.

Ora, il passo di Levi rimanda ad uno dei più famosi racconti messi insieme dallo scrittore di Buenos Aires in Finzioni (1944), vale a dire Funes, o della memoria, il cui protagonista è appunto Ireneo Funes, un ragazzo che, nel paradossale e surreale testo borgesiano, a causa della sua prodigiosa memoria, sovraccarica di infiniti dettagli, non potendo comunicare nel linguaggio “normale”, (caratterizzato da categorie e generalizzazioni) e non potendo disporre di un linguaggio che renda conto delle infinite differenze e distinzioni che costituiscono l’infinito bagaglio delle sue esperienze, emozioni e conoscenze, finisce per soccombere, ad appena 21 anni, sotto il peso della sua insopportabile memoria. Il significato del testo di Borges risulta essere, approssimativamente, questo: l’eccesso di memoria uccide. Ma lo stesso esito, sembra volerci suggerire Primo Levi (e ciò a prescindere dalla sua tragica fine, avvenuta per suicidio, nella sua casa di Torino, nell’aprile 1987), ha anche il difetto di memoria, o la mancanza di memoria, alla quale occorre in tutti i modi porre un rimedio. Tale problema, cioè della mancanza di memoria, era stato oggetto del primo racconto, intitolato I mnemagoghi (vale a dire: suscitatori di memoria) e risalente, nel suo nucleo essenziale, al 1941, di un libro non molto noto di Levi, Storie Naturali (1966), titolo che, guarda caso, costituisce un altro tassello di quelle “corrispondenze” tra i due autori di cui si parlava poc’anzi. Perché un altro tassello?

Perché Storie naturali rimanda, più o meno intenzionalmente, alla Naturalis Historia, trattato enciclopedico di Plinio il Vecchio (I sec. d. Cr.), un’opera che, nel capitolo 24 del suo settimo libro, elenca storici esempi di memoria prodigiosa. Ebbene, questo è il capitolo che, nel racconto di Borges, viene recitato a memoria, e in lingua originale (latina), da Ireneo Funes. Ma, per ritornare al racconto di Levi, esso narra di un vecchio medico di provincia, il dott. Montesanto, che, non più in attività e del tutto isolato rispetto al mondo che lo circonda, per non farsi vincere dall’oblio, ha escogitato un sistema originale (oltre che naturale) che gli permette di conservare i ricordi della propria lunga esistenza: egli li trasforma in composti chimici imprigionati in apposite fiale chiuse ermeticamente; fiale che, tuttavia, egli può aprire ed annusare: l’odore che ciascuna fiala emana permette al vecchio medico di ricordare l’esperienza o la persona conservate, mnemonicamente, nel composto chimico.

Dunque, ricapitolando: Plinio il Vecchio, Jorge Luis Borges, Primo Levi, e la Memoria in quanto elemento “basico”, fondamentale, catalizzante (per esprimerci in termini chimici) delle loro opere. La memoria che occorre mantenere, trasmettere, ravvivare continuamente, lasciare in eredità alle future generazioni. Perché la vita è breve (purtroppo) e, qualora si sia stati testimoni o, semplicemente, coinvolti in eventi che rivestono un significato universale, valido per tutti gli uomini (passati, presenti, futuri), la memoria di tali eventi non deve assolutamente soccombere all’incedere inesorabile del tempo e neanche, in circostanze sciagurate quali quelle provocate dall’attuale pandemia da Coronavirus, passare in secondo piano. Deve, quindi, questa memoria, essere supportata e aiutata, da appositi e differenziati strumenti: celebrazioni istituzionali, didattica tradizionale e/o a distanza, mostre fotografiche e documentali, pubblicazioni di testi e di ricerche, spettacoli teatrali, fictions cinematografiche e televisive, testimonianze dirette (finché sono possibili). Purtroppo, sul tema della Shoah e della lotta al nazifascismo, sono proprio queste ultime che, pian piano, si vanno affievolendo e dileguando.

In Italia, negli ultimi anni, sono venuti scomparendo “testimoni oculari” che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente nei numerosi “viaggi della memoria” nei quali sono stato coinvolto come docente accompagnatore e organizzatore di incontri nella scuola: non ci sono più Shlomo Venezia, Piero Terracina, Mario Camerino, Sisto Quaranta, Clemente Scifoni e molti altri. Rimangono in vita (e speriamo il più a lungo possibile) la senatrice Liliana Segre, Sami Modiano, le sorelle Andra e Tatiana Bucci e poche altre voci. Vi è necessità di “raccogliere il testimone” e di farlo raccogliere dalle nuove generazioni, quelle attuali e quelle future. Vi è necessità di raccogliere in un’unica grande memoria le molte memorie che vanno scomparendo: una Memoria delle Memorie.

Una necessità resa ancora più impellente dal diffondersi del negazionismo e dei vari movimenti e gruppuscoli “suprematisti”, sovranisti, neo nazisti e genericamente (nonché ignorantemente) razzisti. Gruppuscoli che si mescolano, come pesci nell’acqua, con No Vax, No Covid, terrapiattisti, complottisti, ecc. ecc. Si sente l’urgenza di fondere la memoria con la ricerca scientifica, quella vera, affinché l’una e l’altra si sostengano reciprocamente e crescano armoniosamente e si diffondano insieme. La civiltà non è un traguardo acquisito una volta per sempre, è invece un bene precario, quotidianamente insidiato dalla sua micidiale nemica: la barbarie. Oggi, come ieri, e come domani, abbiamo necessità di concretizzare, in ogni atto della nostra esistenza, il vecchio motto di Freud: “Là dove è l’ES, là bisogna che sia l’IO”; in termini più semplici: mettere la cultura e l’apertura al prossimo – anche quello che viene da lontano e non parla la nostra lingua e non ha il colore della nostra pelle e non ha la stessa fede religiosa – al posto della diffidenza, dell’odio, dell’ignoranza.

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  1. Grazie per questo splendido articolo, così toccante ma anche molto raffinato nelle sue sempre opportune citazioni culturali.

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