“La periferia è parte integrante della mia vita” – intervista all’Assessore Pino Battaglia

Il neo assessore alle periferie in un'intervista ad abitarearoma.it illustra la sua visione della città

A due mesi dalla sua nomina ad Assessore alle periferie, alla città dei 15 minuti ed al PNRR, incontriamo Pino Battaglia per chiedergli il suo punto di vista sulla città e per avere alcuni punti chiave del suo programma di lavoro.

Assessore Battaglia, Lei ha iniziato ad occuparsi di periferie già molti anni fa, ricoprendo tutti i ruoli istituzionali locali possibili: prima consigliere e poi presidente dell’allora VII Municipio, poi consigliere comunale nel periodo Veltroni, infine consigliere provinciale con Zingaretti. Ora ritorna ad occuparsi di periferie. In cosa sono cambiate, secondo lei, rispetto a quel periodo e quali le necessità che continuano ad essere attuali?

La periferia è parte integrante della mia vita, nel senso che ci sono nato, ci sono cresciuto e ci abito; quindi, dire che me ne sono solo occupato, potrebbe essere riduttivo. Ovviamente poi ho avuto anche la fortuna di prendermene cura in prima persona, avendo svolto molti anni fa il ruolo di Presidente della ex VII Circoscrizione che comprendeva i quartieri Centocelle, Alessandrino, La Rustica e altri. Come sono cambiate le periferie? Sono cambiate come è cambiato il mondo, come è cambiata la società. Parliamo di un periodo lungo 30 anni da quando ero Presidente ad oggi ed è chiaro che la situazione è notevolmente mutata.

Da un lato perché, soprattutto con le giunte Rutelli e Veltroni, si è investito molto per riqualificarle: immaginiamo ad esempio che prima di quella stagione in numerose porzioni di città mancavano i servizi primari come la rete fognaria o idrica. Fu svolto dunque un lavoro oggettivamente ingente, notevole, un’opera di risanamento progressiva, in cui si sono susseguite risposte a domande sempre nuove e che di fatto, oggi, contribuisce a restituire periferie molto diverse le une dalle altre.

Dall’altro perché attualmente abbiamo a che fare con più livelli di periferia, molto diversi l’uno dall’altro: un livello appartiene ai luoghi che oggi potremmo definire semi-centrali, la cosiddetta città consolidata di pertinenza dell’attuale Municipio V (la periferia di una volta) e poi un livello di periferia ancora più estrema dove però c’è ancora molto da lavorare.

Un cambiamento spesso determinato dal progresso della società, con risposte a nuove domande e nuovi bisogni (nessuno avrebbe immaginato trent’anni fa che una delle necessità primarie per gli insediamenti urbani, sarebbe stata la diffusione della fibra internet ovunque), ma anche a volte generato da “disattenzione”, come è capitato negli ultimi 10 anni, dove interi quadranti periferici invertono la rotta e piombano non nel passato, ma in una dimensione totalmente ingovernabile. Cito un esempio, il Quarticciolo, sul quale negli ultimi mesi si è concentrato il dibattito politico, con l’avvento del decreto della Presidenza del Consiglio, bene, questo quartiere oggi non è minimamente paragonabile a quello di 40-50 anni fa: qui si è compiuta una vera e propria mutazione antropologica che rende complicato viverci, e su cui il lavoro che dovremmo fare richiede un incessante impegno, di lunga lena ma anche sfidante perché significa offrire a un pezzo di territorio, a un pezzo di comunità cittadina delle prospettive di riscatto e non lasciarli in balia della dilagante criminalità organizzata.

Parliamo di PNRR. Al contrario dei fondi giubilari, che al 90% insistevano su opere e territori nel centro di Roma, i fondi PNRR coprono tutto il territorio comunale, con grande incidenza su tutte le periferie. Secondo quanto previsto dalla normativa UE, tutte i progetti per essere finanziati devono prevedere la fine dei lavori per il 31/08/26 e la fatturazione entro il 30/09. Molti progetti sono in corso ed i finanziamenti risultano avanzati, ma per molti altri lo stato del finanziamento (e dell’avanzamento) risulta ancora basso o addirittura nullo. Quale sarà la sua zione per incidere sulla velocizzazione dei progetti periferici e non rischiare di perdere i fondi? E quale il modo in cui cercherà di spingere per un completamento dei lavori che, seppur di competenza non comunale, incidono fortemente sui territori delle periferie?

Intanto va fatta chiarezza. Roma Capitale è uno dei soggetti attuatori del PNRR; quindi, la quasi totalità degli interventi PNRR sul territorio di Roma Capitale sono di competenza dell’amministrazione comunale. Gli unici interventi che sono stati delegati alla Città Metropolitana, ma insistono sul territorio di Roma, riguardano la ristrutturazione di 21 biblioteche e 9 nuovi poli civici e biblioteche che saranno realizzati ex novo. Il finanziamento complessivo stanziato su Roma è di oltre un miliardo di euro. Molti di questi progetti riguardano le zone periferiche della città.  Abbiamo un finanziamento di oltre 250 milioni di euro a Tor Bella Monaca, dove stiamo realizzando un’opera di efficientamento energetico su edifici afferenti al patrimonio di edilizia residenziale pubblica (ERP) e nuove abitazioni.

Proprio a Tor Bella Monaca per altro si intrecciano due macro-interventi: uno è un piano urbano integrato (PUI) e l’altro un programma innovativo nazionale sulla qualità dell’abitare (PINQuA); in più realizzeremo nuovi spazi, tra i quali il Museo della Periferia, e luoghi che ospiteranno ad esempio un incubatore di impresa. Insomma, parliamo di interventi importanti che riqualificano il patrimonio esistente, creando anche delle opportunità del territorio. Questo tipo di impegno si sta concentrando anche su Corviale, sul complesso del Santa Maria della Pietà che diventerà un polo socioculturale di grande qualità per il quadrante Nord Ovest della città.

Quindi l’attenzione è massima. Per quanto concerne il lavoro svolto sinora, al mio arrivo ho trovato una situazione rassicurante: la stragrande maggioranza delle lavorazioni è in linea con i tempi dettati dall’Europa, perché ovviamente l’impiego di fondi europei impone scadenze perentorie. Quegli interventi che hanno incontrato difficoltà, per ragioni diverse e tutto sommato oggettive, sono stati attenzionati in modo particolare perché anche questi siano completati nei tempi . Nelle periferie avremo interventi inerenti al PNRR anche sul terreno della mobilità. Se si pensa alla tramvia Ponte Mammolo – Tuscolana (lungo via Palmiro Togliatti), per esempio, che consentirà di riqualificare totalmente un asse viario principale ma anche di dotarlo di un mezzo di trasporto fondamentale, ecosostenibile, capiente, che mette in connessione tutte le reti di trasporto urbano su ferro presenti nel quadrante: la linea B di Ponte Mammolo, la FR2 sulla Togliatti, la tramvia della Prenestina, la linea C della Casilina fino alla linea A. In sostanza parliamo di una linea trasversale che consentirà dei collegamenti importanti, servendo in maniera straordinaria la porzione Est di Roma.

Sul PNRR, in sintesi, siamo al momento molto attenti, non abbiamo eccessive preoccupazioni in quanto è in atto uno sforzo eccezionale e collettivo, profuso anche dalle imprese operanti, le quali sono consapevoli di partecipare a una grande sfida, che non è solo dell’amministrazione capitolina, ma una sfida dell’intero Paese.

Nelle periferie romane sono presenti molte strutture incompiute e/o fatiscenti, i cosiddetti Ecomostri. Alcuni esempi sono visibili a Roma Est, come il palazzo previsto per la sede del IV Municipio a via Fiorentini, la struttura del nuoto nel Parco di via Pomona o l’ormai mitologica ex Penicillina su via Tiburtina. Ma l’elenco include esempi in tutte le zone periferiche della città, dalla ex scuola 8 marzo a Magliana all’edificio di via Cerbara a Tor Marancia. Quale sarà il suo approccio nei confronti di queste strutture? Una politica di riconversione o di completamento, o più semplicemente un abbattimento delle stesse?

Alcune delle situazioni che mi ha segnalato le conosco, altre meno o per nulla, ma del resto da appena un mese ho assunto la guida dell’assessorato, un assessorato peraltro creato ex novo, con deleghe che prima erano distribuite in diversi assessorati. Tuttavia, ritengo che sulle periferie, sia l’approccio a dover cambiare. Intanto i quartieri di periferia sono uno diverso dagli altri, dobbiamo uscire dalla logica e dall’idea che con il termine periferia riusciamo a dare lo stesso significato, la stessa connotazione a Quarticciolo come a Torrevecchia, a Borghesiana come al Trullo. Ogni periferia ha una propria storia, una propria narrazione e una propria comunità, quindi la nostra missione, quella che io mi sono dato, per intervenire sulle periferie, è di conoscerle sempre meglio, vistarle e soprattutto discutere con le persone che ci vivono, perché sono le uniche in grado di rappresentare al meglio le esigenze di quei territori: quindi anche sapere, nella fattispecie, dell’esistenza di ecomostri, come riconvertirli, se riqualificarli o se al contrario demolirli. Non c’è una risposta univoca: in alcuni casi è opportuno recuperare gli spazi e trasformarli in luoghi di vita sociale; in altri casi potrebbe essere interessante ragionare sul loro abbattimento per destinare quello spazio e quella superficie ad altri scopi.

Ecco, non c’è un tavolo in Campidoglio o in Assessorato dal quale un’unica testa pensante decide il da farsi su progetti di questa natura ed entità. Credo fermamente che occorra deciderlo sul posto, ascoltare le realtà del territorio, quali associazioni, comitati, parrocchie, dare loro la dignità che meritano e far sentire i residenti, cittadini a tutto tondo, cives per usare un latinismo, ma soprattutto far sentire loro che il destino del luogo che abitano è nelle loro mani. In sintesi, lavorare a una visione partecipata della periferia romana. Ciò non vuol dire non avere idee o pensare a una funzione passiva del mio assessorato o dell’amministrazione tutta, significa essenzialmente che quella voce, la voce dei territori, non deve più essere ignorata e deve avere altresì il giusto protagonismo nella individuazione delle scelte; con la consapevolezza che ogni territorio è diverso dall’altro. Non esiste un’unica soluzione esportabile ovunque. Quindi se questo è l’approccio e questa è la consapevolezza, ritengo potrà essere fatto un buon lavoro e anche rispetto all’elenco di strutture abbandonate e fatiscenti contenute nella domanda, si potranno trovare le risposte più adeguate.

Sempre per citare Roma Est, è in corso lo sviluppo del progetto dello stadio della Roma a Pietralata. Considerando che, a livello di trasformazione urbanistica, è riduttivo avere una visione sul quartiere di Pietralata, un progetto così articolato come cambierà il volto del quadrante est della città?

Nel quadrante Est della città vi sono senza dubbio progetti che avranno un impatto notevole sullo sviluppo e sulla fisionomia del territorio; non c’è solo la vicenda dello stadio, che pure è un’opera imponente: penso tra gli altri alla tramvia della Togliatti, di cui già ho parlato precedentemente, con un impatto che potremmo definire rivoluzionario per la mobilità del settore orientale e per le abitudini di chi vi abita. Tra queste evidentemente il nuovo stadio è una delle opere più importanti in programma. Sarà realizzata nel quartiere di Pietralata, che diverrà meta non solo di decine di migliaia di spettatori richiamati dalle partite di campionato, piuttosto che dalle competizioni europee, ma anche di masse di avventori richiamati da attività sociali, culturali, sportive, shopping, tipiche dei moderni impianti sportivi, veri e propri centri di aggregazione, presenti in tutta Europa, connotati da una forte apertura verso il territorio in cui sorgono. Ovviamente tale parte di città dovrà essere completamente trasformata al fine di ospitare una così importante opera, valore aggiunto non solo per Pietralata, ma per la città intera. Ad affiancare quelli già previsti, altri interventi si possono immaginare per il futuro: ad esempio, da circa un paio di mesi, non di più, l’area del Centro Carni è tornata nella piena disponibilità del patrimonio del Comune di Roma, con una retrocessione rispetto al conferimento disposto dal sindaco Alemanno.

Ecco, questo, potrebbe ridare ulteriore slancio e forza a quella centralità urbana, unitamente alle aree esterne della struttura. Parliamo di una centralità urbana prevista nel PRG, approvato in Consiglio Comunale nel 2008 (all’epoca ero consigliere comunale) che è l’unica ad essere totalmente di proprietà pubblica. Al tempo si iniziò anche a ragionare su come valorizzarla e quindi come farla diventare un luogo fondamentale per questi territori, affinché ospitasse funzioni di qualità pregiata. Con il ritorno di quest’area nelle disponibilità del Comune di Roma, si potrà tornare a studiare un progetto di straordinaria importanza. Tenuto conto che la tramvia della Palmiro Togliatti è un’opera propedeutica a creare sviluppo anche in quel quadrante e in quell’area della città rappresentata dal quadrilatero compreso tra piazzale Pino Pascali, via Severini, via Collatina e viale Togliatti. Un quadrante che può conoscere uno sviluppo rilevante che dovrà essere ideato e condiviso con le realtà e le istituzioni territoriali.

Roma è da sempre la città dell’accoglienza, ma spesso assistiamo a proteste degli abitanti delle periferie che si sentono gli unici chiamati in causa per accogliere chi sta in condizioni di difficoltà. Non crede che sotto questo punto di vista sarebbe il caso di operare un equilibro tra le periferie e i quartieri più centrali, per evitare l’idea che ci siano zone di serie A e di serie B?

Roma è sempre stata la città dell’accoglienza fin dall’antichità e deve continuare ad esserlo: è una sua caratteristica peculiare, ne costituisce un punto di forza, ne dà la cifra di che città è e ne testimonia il grado di civiltà. Quando ripenso al dibattito sulla cittadinanza che anima il nostro Parlamento da parecchio tempo, non riesco a non pensare all’Impero Romano quando qualsiasi abitante dei territori conquistati diventava, immediatamente, di fatto e formalmente cittadino di Roma. Ciò ha fatto sì che Roma, nei secoli, fosse sempre una grande città, multietnica, in grado di mettere insieme grandi culture, culture diverse, che hanno saputo integrarsi fra loro, convivere in maniera pacifica, portando un valore aggiunto alla città. Quindi io ritengo che questo sia il profilo che deve mantenere. Poi è del tutto evidente che, quando immaginiamo una struttura che deve accogliere situazioni di disagio (e non pensiamo solo agli immigrati, ma ai senza fissa dimora, minori abbandonati, adolescenti in fase di recupero, qualunque situazione di disagio, insomma) questa deve essere calata con impeccabile cura e attenzione nel contesto urbano, occorre saper trovare il giusto equilibrio fra l’esistente e ciò che di nuovo si intende portare. Tali iniziative vanno prese senza pregiudizi ma soprattutto senza “pregiudiziali territoriali”: se si ragiona in questo modo sarà facile tendere sempre a un giusto equilibrio, pensare alla città nella sua interezza e valutare ove meglio collocare un servizio piuttosto che un altro, sempre però con il coinvolgimento dei residenti. Voglio raccontare un aneddoto.

Quando ero Presidente della ex Circoscrizione VII, negli anni 90, io e Amedeo Piva, Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Roma, insediammo alla luce del sole il primo nucleo di campo nomadi nel quartiere Tor Sapienza (successive decisioni purtroppo vanificarono l’esperienza e il lavoro eccezionale fatto). Dunque, io e Piva affrontammo la discussione in una grande assemblea a Tor Sapienza, presso il Centro Anziani, con tutto il territorio, il comitato di quartiere, i cittadini, condividendo la necessità dell’amministrazione di installare nel quartiere un campo nomadi. Dopo un lungo e franco confronto la decisione fu adottata, senza eccessive proteste; il campo realizzato e funzionò per parecchi anni, salvo essere vanificato dalla scelta di integrare nello spazio un nuovo insediamento di nomadi, sempre su via Salviati, ma di etnia diversa dalla preesistente. Tale scelta generò immediatamente un conflitto interno che inevitabilmente ebbe riverberi sul territorio circostante. Con questo approccio amministrativo, in conclusione, non avremmo quartieri di serie A e quartieri di serie B ma avremmo i Quartieri di questa grande e straordinaria città.

Due anni scarsi per fare tutto questo lavoro, dal momento che si voterà nella primavera 2027, sembrano pochini. La dobbiamo già immaginare in giunta anche dopo il 2027, qualora vincesse Gualtieri?

Ovviamente non posso pensare di realizzare in così poco tempo tutto quello che ho in mente, ma di sicuro con il Sindaco Gualtieri possiamo lasciare un’impronta forte. Quando si amministra una città occorre avere una visione chiara del suo sviluppo, lavorare alacremente verso quell’orizzonte, senza darsi limiti e con l’attenzione continua verso tutte le nuove domande che nascono proprio dal buon lavoro quotidiano. Io farò il possibile, nei tempi dati, affinché i compiti assegnatimi siano portati a termine e il Sindaco possa essere riconfermato per poter svolgere un secondo mandato amministrativo. Quello che farò dopo il 2027 è un tema che non mi pongo in questo momento e comunque laddove il centro sinistra rivinca le elezioni, sarà il Sindaco a scegliere chi lo accompagnerà nei successivi cinque anni. Piuttosto mi pongo il tema di cosa fare ora e ce l’ho abbastanza chiaro, se mi è concesso: mettermi al servizio di Roma, sempre a disposizione delle cittadine e dei cittadini.

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