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La storia del Quadraro, dalla preistoria ai giorni nostri

Un libro di Sara Fabrizi sui mille volti di un quartiere nato e cresciuto all’ombra degli antichi acquedotti
Francesco Sirleto - 8 Luglio 2021
“STRADA CECAFUMO. Esterno. Giorno. Rosa, giallo, come di latta, come di zucchero, si stendono, oblique, a raggera, a zig-zag, le infinite file delle case popolari nuove. Qualcuna perpendicolare, qualcuna orizzontale, affondano nell’orizzonte estivo, cieco di sole, brulicante di nubi. In mezzo ad un prato, grande come un mare, tutto fiorito di piccoli fiori fitti fitti, rosa, gialli, ai cui bordi lontani, come al di là di un porto, galleggiano altre case dalla forma più assurda, dagli spigoli più vezzosi. E in mezzo al prato, dei vecchi ruderi marroni, slabbrati, su una gobba del terreno. Sullo sfondo di un acquedotto incrostato di casupole e tuguri, questi ruderi alzano le loro forme sopravvissute: mezzi archi, ricordi di volte, briciole di arcate …” (Pier Paolo Pasolini, dalla sceneggiatura del film Mamma Roma del 1962, Milano 2006).

 

Nella primavera del 1962, quando, ancora bambino di otto anni, immigrai con tutta la famiglia dalla natia Calabria nell’immensa e tumultuosa Capitale della Repubblica, andai a vivere in una delle numerose “borgate beduine”, quelle descritte da Pasolini nelle sue poesie e nei suoi romanzi degli anni Cinquanta, e nei suoi tre lungometraggi (Accattone, Mamma Roma, La Ricotta) dei primi anni Sessanta. Si chiamava (e si chiama tuttora) Tor Fiscale, quella borgata, riempita in misura considerevole da casupole addossate ai due acquedotti che la lambivano: Acquedotto Felice e Acquedotto Claudio.

Al di là di quegli antichi e giganteschi ruderi, esemplari di un’architettura di opere pubbliche pensate per “sfidare i secoli e i millenni” (Goethe, Viaggio in Italia), si estendeva un variegato e straordinario quartiere formato, nelle sue componenti urbanizzate e residenziali, da numerose case di piccole dimensioni, circondate da giardini nei quali non mancavano mai alberi di limoni, nonché da complessi di edilizia economica e popolare caratterizzati da palazzine di cinque/sei piani, divise ma unite da spazi verdi e da costruzioni non molto elevate destinate a negozi e altri servizi di pubblica utilità.

Poiché questo quartiere, chiamato Quadraro, era la meta quotidiana di tutti gli abitanti della borgata di Tor Fiscale (ci si andava per lavoro, per la scuola, per fare la spesa ai due più estesi mercati, quello di via dei Quintili e quello di viale Spartaco), imparai ben presto a distinguere le due principali zone nelle quali esso si articolava: la parte antica, o Quadraro Vecchio, al di là della Tuscolana e confinante con Torpignattara e Centocelle, con le sue vie più note: Quintili, Arvali, Ciceri, e piazza dei Tribuni con il giardino di Monte del Grano; la parte nuova, chiamata Quadraretto (o Cecafumo), al di qua della Tuscolana, racchiusa nel triangolo formato dalla stessa Tuscolana (parte destra per chi è diretto verso i Castelli), via del Quadraro e l’Aquedotto Felice.

In quei giorni della lontana primavera del 1962, Pier Paolo Pasolini, con Anna Magnani e quasi la medesima troupe che lo aveva aiutato, due anni prima, a realizzare al Pigneto il film Accattone, stava finendo di girare, nelle strade di Cecafumo e nel grande pratone di via Lemonia (il futuro Parco degli Acquedotti), le ultime scene di Mamma Roma, un film destinato a suscitare le più aspre polemiche quando fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia dello stesso anno.

Ho ritrovato, anni dopo, in una sua poesia datata 10 giugno 1962 (nella raccolta Poesia in forma di rosa), gli stessi profumi, colori, sapori che provai, bambino, per le strade assolate e polverose che calpestai correndo in quella lontanissima estate: “Un solo rudere, sogno di un arco,/ di una volta romana o romanica,/ dove schiumeggia un sole/ il cui calore è calmo come un mare:/ lì ridotto, il rudere è senza amore. Uso/ e liturgia, ora profondamente estinti,/ vivono nel suo stile – e nel sole – / per chi ne comprenda presenza e poesia./ Fai pochi passi, e sei sull’Appia/ o sulla Tuscolana: lì tutto è vita,/ per tutti. Anzi, meglio è complice/ di quella vita, chi stile e storia/ non ne sa …”. Quanta verità, in quei versi: essere complice di quella vita, senza sapere alcunché né dello stile né della storia!

Ma è possibile, crescendo e spinti dalla curiosità e dalla voglia di conoscere il territorio nel quale si nasce e si cresce e, soprattutto, del quale prima o poi se ne portano sulla pelle le “stigmate” culturali, apprendere e approfondire i modi, le forme, le trasformazioni e le molteplici peripezie di quel territorio, fosse pure un piccolo o medio quartiere come il Quadraro. Dobbiamo essere grati, quindi, a quegli studiosi che dedicano tempo e fatica alla ricostruzione storica di pezzi di città che, pur facendo parte di quell’enorme periferia (a volte informe) che circonda la Capitale e ne estende a dismisura le attuali dimensioni, hanno avuto il pregio, con i loro lavori, di combattere e demolire quegli assurdi pregiudizi che riducono a “dormitori” o “non-luoghi” quartieri, come il Quadraro (o Torpignattara, o Centocelle, o Pigneto, ecc.), che invece posseggono una loro precisa fisionomia urbanistica e, soprattutto, una loro riconoscibile identità umana e storico-sociale.

Il libro 

Tra questi studiosi vi è la giovane Sara Fabrizi, che ha scritto questo bel volume dedicato al Quadraro, un libro con un titolo molto semplice, privo di fronzoli: La storia del Quadraro, dalla preistoria ai giorni nostri. Il libro è pubblicato da Typimedia editore e fa parte di quella serie (La storia di Roma) che ha l’ambizione di ricostruire la storia complessiva della città attraverso le “storie” particolari dei quartieri che ne costituiscono il tessuto connettivo, umano e sociale.

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La lettura di questo libro, impeccabile sul piano stilistico nonché su quello dei contenuti (notevole la ricchezza e la varietà delle fonti, sia quelle bibliografiche le testimonianze orali), è raccomandabile innanzitutto agli abitanti del quartiere, specialmente ai “nuovi”, quelli che hanno sostituito, nell’ultimo ventennio, le generazioni forgiate dalla Resistenza al fascismo e dalle grandi lotte per la casa e i servizi sociali dagli anni Cinquanta ai Settanta, e che ovviamente poco sanno della storia del loro quartiere. Ma anche tutti coloro nei cui discorsi è ricorrente (a volte come un ritornello imparato a memoria) il termine “territorio”, dovrebbero leggere con attenzione un libro come La storia del Quadraro, anche per comprendere che, oltre alla cosiddetta dimensione sincronica – vale a dire l’esistente, la fotografia del territorio hic et nunc, tanto sul piano dell’assetto urbanistico che dal punto di vista della composizione sociale – esiste anche quella diacronica, o storica, che si concretizza nella lenta evoluzione e nelle tormentate evenienze che hanno condotto all’attuale conformazione del medesimo territorio.

Scendendo, fino ad un certo limite, nei particolari della narrazione di Sara Fabrizi, devo confessare che la mia non è stata affatto una lettura “disinteressata e professionale”: essendo coinvolto in quella storia sotto molteplici aspetti (la lotta per la casa negli anni Settanta, la scrittura di articoli e libri, l’organizzazione di eventi e viaggi dedicati alla memoria, il ruolo di delegato alla valorizzazione della memoria storica, il ruolo di amministratore locale per un certo periodo, ecc.), sono andato alla ricerca di momenti, eventi, personaggi, luoghi, suggestioni e riferimenti, che fanno parte del mio “vissuto” e del mio patrimonio di esperienze e conoscenze.

Ho particolarmente apprezzato, quindi, i brevi “ritratti” (a volte semplicemente accennati) dedicati a figure con le quali ho avuto stretti contatti e confronti, oppure che ho conosciuto personalmente o attraverso le opere: Sisto Quaranta, Clemente Scifoni, Aldo Tozzetti, Giorgio Giovannini, Giuliano Prasca e, soprattutto, don Roberto Sardelli, l’indimenticabile “apostolo” dei baraccati (un apostolo che sapeva essere, a volte, molto duro e implacabile nel perseguire i suoi obiettivi), e Pier Paolo Pasolini.

È da sottolineare, infine, il rigore documentaristico (evidente tanto nella raccolta delle testimonianze, quanto nella vastità della bibliografia, quanto, infine, nel ricco apparato fotografico) della giovane studiosa, alla quale va la personale gratitudine e, spero, quella di tutti gli abitanti dell’amato quartiere Quadraro.

Chi è Sara Fabrizi

Sara Fabrizi (1992) vive a Roma. È laureata all’Università La Sapienza in Filologia Moderna. Ha lavorato come redattrice e coordinatrice editoriale per diverse case editrici. Ha collaborato all’organizzazione di molti festival letterari tra cui Parole in cammino. Festival della lingua italiana. Collabora con Typimedia dal 2017 e ha curato alcuni volumi di successo della collana La Storia di Roma: Appio-San GiovanniAurelioFlaminioMarconi-San PaoloMontesacroMonteverdeNomentanoOstiaParioliPratiTiburtinoTrieste-SalarioTuscolanoCentocelleEsquilino, San Lorenzo, Quadraro. È autrice anche del volume La Storia del Coronavirus a Roma, il racconto puntuale della pandemia nella Capitale e di come l’abbiamo superata.


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