Minacce a Gualtieri, la pista porta in carcere: il messaggio partito da un telefonino nascosto a Frosinone

La minaccia al sindaco dopo le ruspe sulle ville abusive dei clan

Prima il suono delle ruspe che abbattono le ville abusive dei clan. Poi, poche ore dopo, la minaccia diretta al sindaco Roberto Gualtieri: “Ci vendicheremo”.

Un messaggio secco, apparso sotto un post del primo cittadino, che ha subito fatto scattare l’allarme nelle stanze del Campidoglio e della Procura.

Ma la vera sorpresa è arrivata nelle ore successive, quando gli investigatori hanno scoperto che l’intimidazione era partita da dentro il carcere di Frosinone.

Un telefonino nascosto in una cella: è da lì che sarebbe partito il messaggio contro il sindaco. A scoprirlo, sabato mattina, gli agenti della Polizia penitenziaria, nel corso di una perquisizione mirata.

A dichiararsene proprietario è stato Dilan Braidich, 28 anni, fratello di Jhonny, detenuto nello stesso penitenziario insieme a Silvio Hilicic, altro nome legato alle famiglie sotto osservazione per le occupazioni abusive a Rocca Cencia e Valle Martella.

immagine di repertorio

Il messaggio intimidatorio era stato individuato all’interno del profilo di una vicina di casa delle famiglie sgomberate, che aveva pubblicato una serie di video con l’intervento delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco durante la demolizione.

Da lì, la frase minatoria diretta a Gualtieri è comparsa sui social, attirando l’attenzione degli investigatori.

Nelle stesse ore, su disposizione della Procura di Tivoli, i carabinieri e la polizia hanno avviato una vasta operazione di controllo a Valle Martella, Rocca Cencia e nella borgata Finocchio, passando al setaccio abitazioni e proprietà riconducibili ai clan Hilicic e Komarov.

Nelle ville perquisite — alcune occupate da famiglie con minorenni e persone ai domiciliari — gli agenti hanno trovato tracce di una rete ancora attiva e radicata sul territorio, nonostante i recenti sgomberi.

Quando le ruspe sono arrivate in via Arzachena, all’inizio della settimana, hanno spazzato via simboli di potere e di illegalità che da anni rappresentavano una ferita aperta nella periferia est di Roma.

La reazione non si è fatta attendere, ma l’origine della minaccia — da dietro le sbarre — racconta anche quanto il legame tra la strada e il carcere resti vivo e operativo.

Ora gli inquirenti cercano di capire se il cellulare trovato nella cella di Frosinone sia stato utilizzato da più detenuti, magari passato di mano in mano dopo che la notizia delle minacce al sindaco era diventata di dominio pubblico.

Le indagini proseguono per identificare i responsabili materiali del messaggio e per chiarire il livello di organizzazione dietro l’episodio.

Nel frattempo, dal Campidoglio è arrivato un messaggio di fermezza: «Le istituzioni non si fanno intimidire — ha detto Gualtieri — Roma va avanti nel percorso di legalità, restituendo ai cittadini ciò che è stato sottratto dall’illegalità».

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