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Pasolini per la pittura, i pittori per Pasolini

Una mostra del 1979 per ricordare il poeta tragicamente scomparso pochi anni prima

Ho ritrovato questa mattina, sopra un polveroso e dimenticato scaffale della mia biblioteca domestica, un vecchio catalogo del 1979, relativo ad una mostra di pittori operanti a Roma che, con le loro opere, volevano ricordare il poeta tragicamente scomparso pochi anni prima.

La mostra fu organizzata da un mio vecchio e ormai scomparso amico, Aldo Incitti, gestore della Galleria d’arte “Il Babuino”, nell’omonima strada del centro di Roma. Tra i pittori, a quel tempo molto quotati, sono elencati: Diana, Ferranti, Ferrari, Fleres, Fortunato, Mathieu, Micheli, Pernice, Turco.

Le opere esposte, e riportate in foto nel catalogo, sono quasi tutte in bianco e nero e posseggono un accentuato rilievo drammatico, rimandando tutte alla violenta morte del regista di Accattone e di Mamma Roma in uno squallido spiazzo dell’Idroscalo di Ostia nella notte del 2 novembre del 1975.

Sempre nel catalogo sono riportati alcuni scritti di Pasolini sull’arte e in particolare sulla pittura, della quale egli fu innamorato fin dall’infanzia e che considerò sempre un’attività nella quale egli avrebbe potuto avere un futuro.

Molto interessante è una sua presentazione del 1947 per una mostra “Triveneta del ritratto”; in questo scritto, il giovane Pasolini traccia un’ampia rassegna della pittura in Veneto e nel Friuli, facendo riferimento alle opere di pittori come Zigaina, Afro, De Pisis, Velenzin, Toniutti, Mirri e altri.

Nel catalogo troviamo anche una poesia di Pier Paolo dedicata ad una mostra di quadri di Carlo Levi, dal titolo “Melopea per Levi”, una poesia nella quale viene esaltata la “solarità” e la luminosità dei colori di Levi, il quale viene paragonato ad un sole

“che splende sui cimiteri/ e aspetta pazientemente/ che i morti si risveglio,/ cosa che certamente accadrà;/ un sole dell’alba,/ quello che vedono i facchini dei Mercati Generali,/ che è già là/ che aspetta,/ vecchio sole sognante,/ perduto nel ricordo/ di migliaia di albe passate,/ indifferente al fatto che tutti dormono …/”.

Con il pittore friulano Giuseppe Zigaina, Pasolini conserverà per tutta la vita una forte e solida amicizia, manifestata nelle molte presentazioni da lui firmate dei cataloghi delle varie mostre del pittore. Di Zigaina e della sua arte, Pasolini scriverà nel 1970: “Zigaina ha esorcizzato la realtà dandole sempre ragione, cedendo, assentendo, sorridendo; ma poiché sarebbe impossibile far questo con tutta la realtà, egli l’ha prima di tutto ridotta quantitativamente, come teatro fisico del suo agire; ed ecco il Basso Friuli e la laguna …”.

Un catalogo sicuramente interessante, che molte cose ci dice sull’amore di Pasolini per un’arte per la quale aveva sognato, ai tempi dell’università (era stato allievo di Roberto Longhi), anche una carriera di critico e di storico dell’arte.

Un’ultima annotazione: in “La religione del mio tempo” (1961), Pasolini dimostra le sue grandi doti di critico d’arte descrivendo, in versi, gli affreschi di Piero della Francesca nella chiesa di San Francesco ad Arezzo; questi versi costituiscono la prima parte (“Gli affreschi di Piero ad Arezzo”) del poemetto intitolato “La ricchezza”. Sull’affresco di Piero che descrive una sanguinosa battaglia, i versi pasoliniani così riferiscono:

“Quelle braccia d’indemoniati, quelle scure/ schiene, quel caos di verdi soldati/ e cavalli violetti, e quella pura/ luce che tutto vela/ di toni di pulviscolo: ed è bufera,/ è strage. Distingue l’umiliato sguardo/ briglia da sciarpa, frangia da criniera;/ il braccio azzurrino che sgozzando/ si alza, da quello che marrone ripara/ ripiegato, il cavallo che rincula testardo/ dal cavallo che, supino, spara/ calci nella torma dei dissanguati”.

Pasolini, qui e altrove, traduce le immagini, e i colori, in parole e versi; nel suo cinema, al contrario, s’impossessa delle immagini, allargandone lo spazio a dismisura, senza tuttavia emarginare o annientare il peso, il suono e il multiforme significato delle parole.

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