Una riflessione sul Polo tecnologico tiburtino

Redazione - 6 Dicembre 2016

Riproponiamo per una riflessione, soprattutto per i politici, di vecchia e nuova generazione questo articolo apparso oggi sulle pagine di Repubblica a firma di Salvatore Giuffrida sul Tecnopolo Tiburtino

sede_tibRicordiamo che la Società per il Polo Tecnologico Industriale Romano è una società per azioni costituita nel 1995 per volontà della Camera di Commercio di Roma, che ne è azionista al 95%.
Partecipano al capitale sociale altri soggetti quali il Comune di Roma attraverso ACEA, AMA, ATAC, la Regione Lazio attraverso Lazio Innova, Città Metropolitana di Roma Capitale ed ENEA.
La società svolge un’azione di promozione, riqualificazione e stimolo allo sviluppo del tessuto industriale tecnologicamente avanzato attraverso il Tecnopolo Tiburtino, di cui è ideatrice, promotrice e realizzatrice, e il Tecnopolo di Castel Romano, acquisito e rilanciato con nuove funzioni di polo di eccellenza.

Aziende Insediate
Ad oggi, più di 80 imprese hanno scelto di insediarsi nel Tecnopolo Tiburtino. L’obiettivo della Società del Tecnopolo è quello di aumentare il numero delle aziende al suo interno, garantendo ed implementando i servizi volti a sostenere l’operatività delle stesse imprese e promuovendone nello stesso tempo l’aggregazione, così da stimolare l’interscambio di esperienze.

Ed ecco l’articolo, di cui dicevamo in apertura.

Hi-tech a Roma l’occasione perduta del Tecnopolo

Come la Silicon Valley negli Usa, il distretto di Bangalore in India, la provincia Ict di Hangzhou vicino Shanghai in Cina: un parco industriale dove concentrare il meglio della ricerca e delle imprese tecnologiche per facilitarne la spinta a livello nazionale e internazionale. Era questa la sfida del Tecnopolo Tiburtino, ma a distanza ormai di parecchi anni dal suo lancio, la sfida può dirsi perduta. Sarà per colpa della crisi finanziaria, o del calo degli affitti come sostengono i promotori – nella società di gestione Tecnopolo spa ci sono la Camera di Commercio, l’Enea a poi attraverso società partecipate il Comune, la Regione e fin qui anche la Provincia – ma soprattutto per la mancanza di una strategia chiara e condivisa tra le istituzioni locali.

Creato nel 2000 nella zona di Settecamini come area immobiliare dove ospitare le aziende romane impegnate in ricerca e Ict, il Tecnopolo Tiburtino ospita è vero al momento una novantina di 90 aziende di informatica, elettronica, aerospazio, ambiente, ma non ha mai fatto il salto di qualità che gli garantirebbe la presenza almeno di una grossa e importante azienda internazionale oppure il decentramento di uno o più laboratori tecnologici di qualche università. Gli ingrendienti cioè che hanno fatto grandi le aree di cui si parlava nel mondo.

Perché? Ancora oggi uno dei problemi principali è la mobilità: la fermata della metropolitana, pur prevista, non è mai stata costruita e non esistono altri treni nonostante la vicina stazione di Salone. Solo due linee di autobus collegano il polo col resto della città, ma le corse sono limitate; e la strada che porta alla A24 è importante ma non sufficiente a smaltire il traffico. In realtà, il Tecnopolo è un’area scollegata dalla città. Le potenzialità non mancano. Ma una visione a lungo termine che rilanci il polo a livello internazionale, non c’è. A frenare ulteriormente lo sviluppo, poi, è stata la crisi: dal 2010 le vendite di immobili sono crollate e gli affitti sono calati. Oggi il fatturato della Tecnopolo spa si aggira intorno ai 3 milioni, ma più della metà se ne va in tasse e oneri finanziari; mantenere il bilancio annuale in sostanziale parità è sempre più difficile. In altri termini, il Tecnopolo Tiburtino si trova dinanzi alla grande sfida di rilanciare il suo ruolo di facilitatore industriale e riconvertirsi verso una city dell’Ict dove offrire sinergie e servizi alle imprese. Almeno il 50% della sua superficie, nelle intenzioni della stessa società di gestione, potrebbe destinarsi a nuovi servizi, tra cui social housing per i ricercatori e lavoratori, ma anche spazi per formazione, piccoli alberghi e aree ristorative: per farlo, però, bisogna aspettare che il Campidoglio effettui i cambi di destinazione d’uso delle aree vincolate. Per il neopresi- dente Erino Colombi il fattore più importante è valorizzare chi ci lavora: «Il polo è un contenitore dove imprese e idee possono tracciare il futuro della nostra città». A complicare le cose, da due anni è nato il Consorzio Roma Ricerche, un altro ente pubblico in cui rientra Tecnopolo, che a sua volta ha proposto un progetto che punta su internazionalizzazione, marketing territoriale, innovazione. «Per noi – dice il presidente del Consorzio Fabio De Furia – è un’occasione per fare sistema ma anche una realtà ineludibile». Insomma un ennesimo tentativo di trasformare il “polo” in un centro per attività a sostegno di imprese e ricercatori interessati a proporre idee nell’aerospazio, beni culturali, green economy, creatività. «Non è più tempo di attese – dice il direttore del Tecnopolo Gianluca Sammaritano siamo di fronte ad un cambiamento strutturale. Sono convinto che le risorse sane della città possono affrontare le sfide future».

SALVATORE GIUFFRIDA


Commenti

  Commenti: 1


  1. Ennesimo esempio della disfunzionalità capitolina: hanno costruito senza porvi alcun servizio, soprattutto di trasporto pubblico.
    Un modus operandi che va avanti dagli anni sessanta del novecento (già allora molti urbanisti denunciarono questo approccio espansionistico sbagliato), che ha trasformato Roma in una gigantesca e selvaggia metropoli, fatta di colate di cemento a scopo abitativo senza alcun servizio pubblico degno di nota che stimolasse anche l’usufrutto, per l’appunto, di infrastrutture industriali come queste.
    Un vero peccato in una città che disgraziatamente si regge solo sulla rendita immobiliare (pessima economia di stasi generatrice di caste e ostacolante lo sviluppo aziendale).

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