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Roma nascosta, sorprendente e misteriosa: il Velabro

Racchiusa tra il Palatino, il Campidoglio, il Foro Romano, il Circo Massimo, e a poche decine di metri dal Tevere (altezza Isola Tiberina), ci si imbatte, a volte involontariamente, (magari perché, per l’occasione, lunedì 18 dicembre sera, eravamo diretti alla presentazione di un libro di poesie di Roberto Pagan che si svolgeva in via San Teodoro 72, sede della Casa del Ricordo dell’esilio giuliano-dalmata) nella zona del Velabro.

È un sito poco appariscente, un po’ nascosto, una sorta di “piano interrato” rispetto a monumenti ben più famosi e mete di ininterrotte legioni di turisti; si chiama Velabro (dal latino antico “Vel”: palude), perché spesso inondato dalle esondazioni del Tevere e perché posto pochi metri sopra l’ultimo tratto della cloaca maxima; ma all’attento osservatore non sfugge il suo fascino misterioso, che proviene soprattutto dai due monumenti che, adiacenti l’uno all’altro, sembrano contendersi il poco spazio sul quale sorgono.

Si tratta:

1) dell’imponente Giano Quadrifonte (IV secolo d. C.), un quadruplice arco coperto, sotto il quale trovavano riparo i mercanti di buoi che si incontravano nello spiazzo antistante (Foro Boario) per le loro trattative e per vendere i loro animali macellati;

2) della piccola chiesa di San Giorgio al Velabro (VII secolo d. C., rifatta nel XIII), la quale, vista dopo il tramonto e avvolta dalla penombra, ha un’aria tenebrosa e suggestiva, a partire dal suo portico per finire, all’interno, con il ciborio cosmatesco sull’altare maggiore, e soprattutto con lo spettacolare affresco, sulla volta dell’abside, raffigurante Cristo al centro attorniato dalla Madonna e San Giorgio alla sua destra, e da San Pietro e San Paolo alla sua sinistra.

L’affresco è attribuito al grande pittore romano Pietro Cavallini (XIII sec.), precursore di Giotto.

A sinistra della facciata della chiesa vi sono i resti dell’arco degli argentari, probabile ingresso ad un vicolo dove si affacciavano botteghe di gioiellieri e orefici.

Sebbene il Velabro rappresenti una specie di enclave rispetto a siti molto più importanti, è anche a causa di simili angoli di città, nascosti, isolati e ignorati dal turismo di massa come anche dai cittadini “indigeni”, che Roma costituisce un “unicum” incomparabile tra tutte le capitali del cosiddetto “orbe terracqueo”; un unicum che coincide con l’espressione, universalmente nota, di “Roma caput mundi”.

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