Scordato, un bel film di Rocco Papaleo

Tra malinconia e ironia, solitudine e malattia psicosomatica, un viaggio alla riscoperta del proprio passato e delle proprie radici

Che Rocco Papaleo fosse un ottimo attore con spiccate doti e propensioni verso la commedia, ce n’eravamo accorti da molto tempo; meno nota la sua notevole bravura come soggettista, sceneggiatore e regista, sebbene non ci era sfuggito quel piccolo gioiello del 2010 di “Basilicata coast to coast” (premio David di Donatello per Miglior regista esordiente). Adesso, con questo nuovo film, dall’ambiguo ed enigmatico titolo di “Scordato”, Papaleo dimostra di aver raggiunto, in qualità di regista (ma anche di attore protagonista), la sua piena maturità artistica.

Il film (visto ieri sera nel cinema Caravaggio con gli amici del Cinecircolo romano), infatti, è di notevole livello e spessore estetico, sia dal punto di vista della storia narrata, che sotto il profilo più specificamente cinematografico (interpretazione, fotografia, commento musicale, sceneggiatura, regia).

Il personaggio di Orlando Bevilacqua, sessantenne accordatore di strumenti musicali e in particolare di pianoforti, ha tutte le caratteristiche per suscitare l’empatia degli spettatori: è un antieroe pieno di difetti e di acciacchi, amaramente e causticamente ironico e autoironico, con un cronico mal di schiena di origine psicosomatica, che vive in solitudine a Salerno dopo aver abbandonato la natia Lauria (cittadina incastonata sulle magnifiche e selvagge montagne della Basilicata), che ha rotto i ponti con la propria famiglia (la bella madre che si era risposata dopo anni di “vedovanza” di fatto perché abbandonata dal marito, e la sorella che era finita in carcere perché membro di una delle ultime e disperate colonne delle BR), che intrattiene, con le donne, rapporti molto complicati e di brevissima durata anche a causa dei suoi problemi “ortopedici”; è però un amante della poesia e della musica che, ad un certo momento della sua vita, si trova ad avere a che fare con due figure che lo aiuteranno a prendere coscienza delle “scordature” (nel duplice senso del termine: quelle che affliggono la sua schiena provocandogli acute sofferenze, e le “dimenticanze” o rimozioni che egli stesso, o per meglio dire la sua coscienza, si è imposto): la prima figura è una proiezione del suo inconscio, è l’Orlando giovane ventenne, pieno di vitalità, di sogni, e con solidi e affettuosi legami familiari; la seconda figura è invece una strana e vulcanica fisioterapista-cantante-pianista di nome Olga (interpretata da una bravissima e sorprendente Giorgia, che dimostra di possedere insospettate notevoli doti di attrice), della quale Orlando si innamora, ricevendo in cambio l’ennesima delusione.
Ebbene, grazie al fantasma della propria gioventù (un personaggio che sarebbe piaciuto a Dostojevsckij e a Saramago) e alla forte e determinata fisioterapista, Orlando si decide ad intraprendere un viaggio, anzi il viaggio, che lo porterà alla sua terra natale e, soprattutto, a prendere coscienza di sé e delle proprie “omissioni” e “scordature”. Sarà anche un percorso reale, non solo psicologico, lungo il quale lo spettatore scoprirà, attraverso la straordinaria fotografia di Simone D’Onofrio, un paesaggio tra i più belli d’Italia e d’Europa: le montagne del Cilento, le coste frastagliate e ricche di splendide insenature tra Salerno e Maratea, il verde e incontaminato territorio tra l’azzurro mare di Maratea (e di Praia a mare) e le fitte foreste montane della Basilicata.
Eccellente l’interpretazione di Papaleo e dei suoi principali comprimari: Giorgia, Simone Corbisiero nella parte di Orlando giovane, Angela Curri nel ruolo della sorella Rosanna, Antonio Petrocelli nelle vesti del professor Deodato.

Un film avvincente e commovente, che fa anche sorridere per la sua forte carica di autoironia, che non farà pentire nessuno di aver dedicato un pò del proprio tempo alla sua visione.

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