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Stranezze di città, il murale di una ragazza con il kimono e i fiori di loto

Quel fiore nasce dal fango… non dalla ”mota” (terra bagnata e densa) dell’asfalto di largo Cevasco a Tor Tre Teste

Maupal, Mauro Pallotta, è uno degli street artist romani più noti a livello internazionale e la sua mano con la sua firma, “la manina”, è tornata a largo Cevasco, a Tor Tre Teste.

Sul muro di cinta della chiesa Dio Padre Misericordioso questa mattina ho visto il nuovo murale di Maupal: una ragazza con il Kimono e i fiori di loto.

L’opera raffigura una giovane donna orientale con abito tradizionale (kimono decorato) oltre a dei fiori di loto.

La chiesa Dio Padre Misericordioso, con il suo muro di cinta, si trova nel quartiere di Tor Tre Teste ed è per molti la “chiesa delle vele” di Richard Meier.

​La chiesa di Richard Meier, con le sue tre imponenti vele bianche di cemento fotocatalitico, progettate per restare candide nel tempo, nasceva come simbolo di rinascita e faro di luce per le periferie in occasione del Giubileo del 2000. 

L’idea era portare la bellezza, la cultura e il “bello monumentale dove di solito ci sono solo palazzoni e cemento residenziale.

L’idea, anche se buona, negli anni successivi ha espresso un’amara ironia sul progresso umano e sulle sue grandi contraddizioni.

Una parte del muro di cinta della chiesa si affaccia su largo Cevasco, un’isola di calore, di asfalto e di cemento, che si srotola davanti agli occhi come un piazzale immenso e degradato. 

Una distesa assolata con l’asfalto crepato dal calore, dalla pioggia e dall’incuria, il cui riflesso deforma i contorni dei palazzoni circostanti. Non c’è ombra a largo Cevasco, solo isole di terra arsa, alberi spontanei ed erbacce ingiallite che bucano i marciapiedi dissestati.

Lo scheletro di un’auto abbandonata e i cassonetti strabordanti nelle vie adiacenti segnano i confini della periferia romana.

È una terra di nessuno nel quartiere di Tor Tre Teste, uno spazio smisurato che ha smarrito la sua funzione (se l’aveva), è sicuramente un ricordo di un progetto (se c’era) mai fiorito.

E’ indiscutibile che l’architettura monumentale da sola non basta ad eliminare il degrado urbano. 

Spesso le grandi opere diventano “astronavi” calate dall’alto, sono certamente belle ma sono circondate da strade non curate, spazi pubblici abbandonati e servizi carenti.

Nessuno si prende in cura una pianificazione sociale che accompagni la bellezza.

Il bianco delle vele rappresenta la purezza e il divino, ma rischia di risultare freddo e distante rispetto al vivere quotidiano del comune cittadino di periferia. 

Poi, una sera di calda estate, interviene l’arte dal basso che prova a riempire il vuoto umano e relazionale con la società.

Il fiore di loto del murale, che nasce dal fango, sottolinea ciò che spesso manca sul piano umano e sociale, la capacità delle istituzioni e della collettività di far germogliare risorse, decoro e ascolto nei quartieri periferici, lasciando che siano i singoli abitanti o gli artisti di strada a dover “disegnare” da soli altra bellezza.

​Nello shintoismo e nel buddismo, il fiore di loto è il simbolo universale della rinascita, della purezza e della bellezza che riesce a sbocciare dal fango.

​In un contesto periferico come quello di largo Cevasco, la scelta del loto e della figura femminile rappresentano un messaggio di speranza.

La bellezza e la delicatezza possono nascere ed emergere anche nei contesti urbani più rigidi o degradati.

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