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Un parco da milioni di euro ma senza persone: il caso Acqua Acetosa

Il problema, sembra risiedere nell’accessibilità. Il parco appare ancora isolato, scollegato dai principali flussi cittadini. A fotografare questa realtà è stato Lorenzo Grassi, durante un sopralluogo nel giorno del Primo Maggio

Un parco nato per restituire respiro al Tevere e trasformare una ferita ambientale in uno spazio di incontro. Ma oggi, a pochi mesi dall’inaugurazione, i Prati dell’Acqua Acetosa raccontano una storia diversa: quella di un grande progetto rimasto, almeno per ora, senza pubblico.

Otto ettari e mezzo sottratti al degrado, frutto di una lunga e costosa bonifica che ha eliminato migliaia di tonnellate di rifiuti. Un intervento ambizioso, pensato per diventare uno dei simboli della rigenerazione urbana lungo il fiume Tevere. Eppure, passeggiando tra viali, panchine e pedane affacciate sull’acqua, la sensazione dominante è quella del vuoto.

A fotografare questa realtà è stato Lorenzo Grassi, che durante un sopralluogo nel giorno del Primo Maggio – tradizionalmente dedicato alle gite all’aria aperta – ha trovato un parco quasi deserto: poche auto nel parcheggio e una manciata di presenze disperse in un’area vastissima. «Un luogo curato, ma senza persone», è la sintesi della sua denuncia, che solleva interrogativi sull’effettiva fruizione dello spazio.

Il problema, più che nella qualità dell’intervento, sembra risiedere nell’accessibilità. Il parco appare ancora isolato, scollegato dai principali flussi cittadini.

Mancano collegamenti diretti e funzionali, soprattutto con la rete ciclabile: un limite che pesa in una città dove la mobilità sostenibile fatica già a decollare. Senza percorsi sicuri e continui, raggiungere l’area resta complicato e poco invitante.

Dal Campidoglio, guidato dal sindaco Roberto Gualtieri, fanno sapere che il nodo è noto. È già sul tavolo un progetto per connettere i Prati dell’Acqua Acetosa alla ciclabile del Lungotevere e prolungare il tracciato fino alla zona della ferrovia per Civita Castellana. Ma i lavori non sono ancora partiti, e il parco resta sospeso in una sorta di limbo urbano.

L’obiettivo dichiarato, più volte ribadito dall’assessora all’Ambiente Sabrina Alfonsi, era quello di creare uno spazio capace di generare socialità, oltre che riqualificare un’area compromessa. Una sfida solo in parte vinta: la bonifica è stata completata, ma la vita del parco deve ancora cominciare.

Il rischio, ora, è che uno degli interventi ambientali più significativi degli ultimi anni resti incompiuto nella sua funzione più importante: essere vissuto.

Perché restituire uno spazio alla città non significa solo ripulirlo, ma renderlo accessibile, riconoscibile, attraversato. Roma, questa volta, ha già fatto metà del lavoro. L’altra metà passa dalla capacità di riempire quel vuoto.

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