Un San Francesco non convenzionale e misterioso di Caravaggio

Il dipinto è nella Galleria Barberini a Roma
Francesco Sirleto - 4 Ottobre 2022
“San Francesco in meditazione”, secondo alcuni commissionato a Caravaggio dal cardinale Francesco Maria del Monte, è conservato oggi (dopo essere stato per alcuni secoli nella chiesa di S. Pietro a Carpineto Romano) nella Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini a Roma.
Esso risale, probabilmente, e secondo l’opinione di Maurizio Calvesi e di Mina Gregori, al 1605-1606, quindi prima della fuga di Caravaggio da Roma.
Secondo altri critici, invece, esso venne commissionato dal cardinale Pietro Aldobrandini al pittore sempre intorno al 1606, ma dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni, quando Caravaggio, fuggito da Roma, riparò in cerca di protezione nei feudi Colonna; lo stesso Aldobrandini lo avrebbe donato nel 1609 alla chiesa di San Pietro a Carpineto Romano.
Ne esiste una copia, quasi perfetta, anche nella vicina chiesa dei Cappuccini di S. Maria Immacolata, proprio all’inizio di via Veneto e a due passi da piazza Barberini. Il San Francesco dei Cappuccini sarebbe stato eseguito da un allievo di Caravaggio, ma sotto la sua supervisione.
Secondo Peter Robb, uno dei massimi biografi del pittore milanese, questo dipinto è da mettere in relazione, sotto il profilo iconografico, con la “Maddalena penitente”, del 1597 (conservato oggi alla Galleria Doria Pamphili): un personaggio assorto, interiormente sofferente, in solitudine o quasi volontaria segregazione, le dita intrecciate a reggere il mento, avvolto in un’oscurità impenetrabile, nell’atto di riflettere sulla caducità delle cose mondane e sui propri peccati. Il critico australiano nota inoltre “un accenno di autoritratto”, in un momento in cui l’artista, scacciato dal consorzio civile a causa della sua colpa, è costretto a fare i conti con la sua stessa tormentata esistenza, un’esistenza in buona parte dissipata in risse, bagordi, contrasti violenti.
L’immagine caravaggesca di San Francesco, in effetti, è ben lontana da quella tramandata nell’iconografia tradizionale (il simbolo della santa povertà ed ingenuità, della mansuetudine e della sollecitudine nei confronti del prossimo), ed è invece molto più vicina a quella di un uomo tormentato e incerto sul proprio futuro, terreno ed ultraterreno. Lo dimostra anche la stentata, quasi invisibile aureola (bisognava pur dimostrare, al committente, che il personaggio ritratto era un santo e non uno che si era macchiato di gravi delitti!) e il teschio che, per contrasto, risulta essere il solo elemento del dipinto illuminato e verso il quale indirizzare lo sguardo e l’attenzione dell’osservatore.
Un dipinto che, a prescindere dalla sua data di esecuzione e dalle differenti e varie opinioni critiche, affascina e, nel contempo, interroga la coscienza di coloro che si fermano attratti dall’aura misteriosa in esso contenuta.

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