A passeggio nei quartieri del V con Arcoiris

Caterina - 14 Agosto 2019

È l’11 luglio, ma che ci fate ancora a Roma? Ma come cosa facciamo? C’è l’appuntamento imperdibile del trekking serale di Arcoiris. Non si può rinunciare, chi vuole partire, partirà dopo. I trekking in montagna non riusciamo a farli sempre (vuoi per lo malotempo, vuoi per la vecchiaglie che avanza), ma quelli urbani sì e l’ultimo prima della partenza per le ferie, quello è assolutamente da non perdere ed infatti non l’abbiamo perso e ci siamo ritrovati in una ventina di persone a Piazza Roberto Malatesta un po’ prima del solito, prima che facesse buio perché alcune meraviglie che ci aspettavano, altrimenti non le avremmo viste.

È Luciano l’ideatore e l’animatore di queste magnifiche serate romane (sembra quasi che possa sostituire la rimpianta estate romana di Nicolini) e riesce sempre a raccontare storie della città e dei quartieri, narrando, soprattutto, la vita delle persone che animano questi luoghi e a trovare quei riferimenti letterari che ci aiutano ad imprimere ancora di più nella mente la bellezza che ci circonda. Roma è bella, è affascinante, ammaliante e vengono da tutto il mondo per gustare la città eterna e magari pensano che per conoscerla basti visitare il centro storico, avvicinarsi ai suoi monumenti più famosi, respirare quell’aria particolare (e non parlo dell’olezzo che emanano le nostre strade, piazze e marciapiedi) che la circonda, assorbire con gli occhi e con il cuore i suoi meravigliosi colori, ma non sanno cosa si perdono delle periferie romane che sono tante, diverse una dall’altra, complicate, come lo è la città intera, e forse proprio per questo così pulsanti di vita tanto da lasciare a bocca aperta, perché la storia di questa nostra città, soprattutto quella degli anni dal 1870 in poi, l’hanno fatta le periferie. Certo con questa amministrazione il degrado è aumentato vertiginosamente, però la città resisterà, è eterna!  I romani, scanzonati come sono, avranno capito di aver sbagliato no?

Basta, torniamo ad occuparci del nostro trekking. Si comincia, dicevo, a Piazza Roberto Malatesta, che la fermata della metro C ha reso più accessibile, più centrale, e proprio lì c’è un’ottima pasticceria siciliana, che noi non proveremo (a parte Claudio che non resiste senza il suo gelato, però lui è giovane),  ci fidiamo di ciò che ci viene raccontato ed iniziamo con la letteratura e non poteva che essere un brano tratto da un libro del grande e rimpianto Camilleri che ci racconta di come il dottor Pasquano si sbafi uno dietro l’altro i cannoli siciliani. Cominciamo bene! A questo punto iniziamo il nostro breve (neanche 4 km, con 50 mt di dislivello… e ho detto tutto) percorso tra strade e stradine della Marranella alla scoperta di un’altra arte: quella dei murales. Ce ne sono tanti e noi ci soffermiamo ad osservarne solo alcuni, i primi occupano una facciata intera di un paio di palazzi di circa dodici metri: l’omino che esce da un secchio dell’immondizia ci sembra di facile interpretazione, il secondo, composto da figure geometriche, forse richiede più tempo per essere compreso. Per fortuna Luciano ci informa dettagliatamente sugli autori e sulle opere. Parliamo anche di artisti internazionali eh! L’opera più bella, però, è senz’altro la Cappella Sistina di Pasolini. Chi non c’era quella sera deve vederla, si tratta di arte a livelli supremi. Perché proprio qui Pasolini? Ovvio, lui non solo ha girato molto le periferie romane, ma le ha amate e descritte, preferendole ai quartieri borghesi e questa è una di quelle da lui frequentate, anche se un po’ più in là. Allora ci stava bene anche un lungo brano tratto da “Ragazzi di vita”. Non è mica facile leggere il romanesco ragazzi, ma Massimo era senza voce, è toccato a me anche questo, come quello di Di Paolo dedicato ai libri. E che ci azzecca? Beh, oramai eravamo alla Certosa e si parlava di Ciro Principessa, un giovane del PCI ucciso nel 1979 proprio a causa di un libro che un fascistello aveva preso nella biblioteca allestita all’interno della sezione comunista della zona. Ci fermiamo nella piazza a lui dedicata e Luciano ci racconta la vita di questo borgataro impegnato, che aveva iniziato con piccoli furti ed ha scelto poi l’impegno politico per la riqualificazione del suo quartiere.

Altra storia è quella dell’edificio di Villa Certosa che risale al XVIII secolo, occupato da suore missionarie anche quando il borgo non aveva l’aspetto assunto a partire dagli anni del fascismo, anni di assegnazioni di lotti, di mancanza di piano regolatore e di proliferare di borgate nelle quali convivevano vecchi e nuovi romani, ovvero quelli mandati via dal centro storico e quelli arrivati da varie parti d’Italia a cercare fortuna. Esattamente come fanno oggi coloro che arrivano sui barconi o attaccati ai tir. Questo quartiere era ed è rimasto una zona di gentrificazione, di incontri, di mescolanze, multietnico e ce lo racconterà bene verso la fine della serata Laura che condividerà la sua esperienza di insegnamento della lingua italiana, con un’associazione territoriale formata da donne di varie età, a donne provenienti da altri Paesi che si ritrovano a non comprendere nemmeno i numerosi gesti che facciamo noi italiani quando parliamo. Ce lo racconta Marco quando sottolinea che l’ospedale di zona, il Vannini, assiste chiunque arrivi al Pronto Soccorso senza chiedere se sono italiani oppure no. Ecco questo è questo quartiere e loro due lo sanno bene dato che ci vivono da anni e anni. A proposito della Certosa altro elemento storico del quartiere è la trattoria “Betto e Mary” dove si andava a sfamarsi tanti e tanti anni fa, a gustare la famosa “gramiccia”, ad incontrarsi tra compagni e a farsi un goccetto. Esiste e resiste ancora; provare per credere.

Passiamo dalla Certosa, alla Marranella, cambiano strade ed odori, colori, etnie. Non cambia la nostra voglia di girare, ascoltare, guardare, conoscere e veramente conosciamo attraverso tutti i nostri sensi, soprattutto nella zona dei numerosi ristoranti etnici; si passa dal cinese (quello vero, non occidentalizzato, c’è chi l’ha provato mesi fa), al peruviano, all’egiziano, all’arabo, a quello etiope. Tutti i sapori e gli odori del mondo. Ci avviamo alla fine della serata fermandoci in una sorta di giardinetto Qui Laura, come già scritto, ci racconta della sua esperienza con le donne bengalesi che apprendono l’italiano con nuovi metodi didattici, mentre altre donne o ragazze fanno giocare i loro figli piccoli. Qui Giulia interpreta alla grande l’ultima lettura. Lei sì che interpreta non legge, però è anche vero che fa teatro. La pausa panino l’avevamo già fatta, non ci resta che terminare con birra, pop corn e anguria, prima dei saluti finali e degli auguri per le vacanze. Ci rivedremo a settembre. Tutti pronti, mi raccomando.

P.S. posso confessare che dopo tanti anni che vivo a Roma ed anche dopo la camminata quale sia Torpignattara e quale la Marranella non mi è del tutto chiaro?

 

Caterina      


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