“Anche senz’ali” di Roberto Serrao

23 ottobre 2019 alla Casa della Cultura nel parco di Villa de Sanctis in via Casilina 665 sarà allestita la mostra di pittura
Redazione - 23 Ottobre 2019

Oggi 23 ottobre 2019 alla Casa della Cultura nel parco di Villa de Sanctis in via Casilina 665 sarà allestita (e visitabile anche il giorno successivo) la mostra di pittura del valente artista Roberto Serrao, fratello del poeta Achille, dal titolo “Anche senz’ali”.

Della sua pittura hanno scritto numerosi critici. Riportiamo qui di seguito quelli di Mario Lunetta e Ferdinando Falco.

La pittura di Roberto Serrao appartiene a quel tipo di figurazione che – servendoci di una celebre formula di Umberto Boccioni – possiamo definire “antigraziosa”. Serrao è un pittore di temperamento più che di attenzione, o per meglio dire la sua attenzione non può scaldarsi alla fiamma del temperamento, le sue forti pulsioni non si placano certo nella compostezza delle immagine, costantemente agitata da un tumulto interno di marca espressionistica. Si tratta di un “espressionismo”oscillante fra attenzioni realistiche e suggestioni visionarie: una misura linguistica a suo modo “smisurata”, che delimita un universo in cui il quotidiano è attraversato da una sorta di cupo furore, la sensualità sfiora il malessere, l’eros si tinge di lutto.

Quella di Serrao è un’iconografia che perfino nelle sue “scorrettezze” sintattiche riesce a comunicare una indubbia, angosciosa sensazione di spaesamento. Personaggi colti in una dimensione “sospesa” tra crudeltà e solitudine, donne di grande e spudorato peso carnale, vecchi desolati, cavalieri improbabili nella loro nudità di statue stralunate e convulse, interni dove la separatezza irrimediabile della coppia è la presenza più vitale e tangibile: questo il mondo di un artista che si sta definendo con puntiglio ed energia, e le cui ragioni espressive dovranno affidarsi per il futuro al calibro rigoroso del linguaggio cha alla violenza del pathos.

Viviamo tempi confusi, e quindi più che mai la lucidità ha da essere fulcro di un metodo creativo che rigetti le avances del cattivo romanticismo postmoderno. L’intelligenza di Roberto Serrao lo sa.

Mario Lunetta

 

Osservando le opere di Roberto Serrao mi verrebbe di affermare, se ciò avesse un senso in qualche modo legato al mondo della pittura, che costui è senza dubbio il pittore della infrangibile solitudine dell’io, il signore della separatezza assoluta, il nume cosciente di perimetri e superfici di confine, il testimone iconografico della incomunicabilità e della disperazione arida, cioè senza lacrime, dell’homo urbanus di oggi, laico e cinico che tutto sa e tutto accetta con indifferenza.

Ma, si sa,, non si può dipingere un sentimento, la pittura non è uno strumento per metafisiche affettive nè un bluff come talvolta può accadere con i suoni verbali o strumentali.

La pittura è concreta, ha una fase nei materiali, possiede sbocchi espressivi nel segno e nel colore e, naturalmente, io non vedo altro che questo nei mostri diafani e sbilenchi che Roberto Serrao evoca con un pò di giallo di Napoli, un pò di ocra, qualche verde ingrigito con superfici biaccose.

Catafratti dagli interni in cui si aggirano ignudi, come la demoniaca iconografia occidentale e cristiana ha sempre rappresentato le anime dei gironi infernali, quei mostri stanno seduti su letti disfatti, posano i piedi su pavimenti laidi ma geometricamente inappuntabili, si dipanano come il fumo delle sigarette consumate davanti a finestre da cui si suppone guardino il nulla dopo un insoddisfacente congiungimento.

E questo è il lessico della dissolutezza, della consapevolezza della dissoluzione che arriva dalle eliche dell’acido disossiribunucleico di Roberto Serrao fino alla punta fine dei suoi pennelli, fin negli impasti torbidi dei suoi colori. 

Ferdinando Falco


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