Berlino secondo gli italiani

Da anni si rincorrono voci, racconti, opinioni sulla capitale tedesca. Ma qual è la vera città?
Giovanni Verardi - 9 Settembre 2015

Dedicato a V., spirito libero, perfettibile.

Berlino è una città controversa, lo è oggi e lo è sempre stata. Una di quelle città che ha ispirato e provocato dibattiti, passioni, scambi di idee anche del tutto contrapposte, amori e odi. Una città, insomma, che da quando esiste non è mai passata inosservata, sempre al centro dell’attenzione dell’Europa e del mondo, con un posto al centro della storia, nel bene ma anche nel male.
Dopo la caduta del Muro e la fine della Guerra fredda, in particolare, di Berlino si parla in Italia (e soprattutto a Roma) come l’esempio di capitale moderna e funzionale e nello stesso tempo luogo in cui il fermento culturale crea esperienze sociali molto dinamiche. Solitamente si riconosce a Berlino il titolo di città in continua evoluzione, che offre possibilità lavorative e di svago che a Roma ad esempio non si avrebbero mai. Ma ci sono anche opinioni del tutto opposte, voci di disprezzo della città, in quanto coacervo di persone che emigrano solo per il gusto di cambiare aria. Proviamo a fare ordine in questo intreccio di opinioni, analizzandone alcune. Anticipiamo che non sarà facile, e ciò nonostante le pur molte visite e permanenze nella capitale tedesca.

Il graffito sul soldato che attraversa il confine delle città divisa

Il graffito sul soldato che attraversa il confine delle città divisa

Chi esprime le opinioni più entusiastiche su Berlino a volte lo fa all’interno del gruppo Facebook “FORUM: Italiani a Berlino”, sul sito “italiansinfuga.com” oppure sulle pagine web dei magazines “Berlino cacio e pepe” e “Il Mitte”. Sono le piattaforme digitali più frequentate dai nostri connazionali (tra i quali moltissimi romani) nella città tedesca, che al momento sembra abbiano raggiunto quasi la quota di 30.000 residenti, con un aumento di percentuale del 5% ogni anno, raggiungendo il primato di terzo gruppo straniero più numeroso a Berlino dopo i turchi e i polacchi.

I racconti più estasiati sono quelli che vengono da alcuni italiani che raccontano la loro esperienza di espatrio sul sito italiansinfuga.com. Ad esempio, in questo articolo (link:http://www.italiansinfuga.com/2013/11/03/arrivederci-roma-berlino-chiama/), Francesca e Andrea raccontano di aver lasciato Roma per trasferirsi a Berlino, lei operatrice teatrale nelle scuole d’infanzia, lui ex cuoco vessato dal datore di lavoro dopo un incidente e successivo periodo di malattia. Raccontano di essere stati “affascinati, colpiti, innamorati da questa capitale europea così versatile e diversa da tutto quello che avevamo avuto modo di visitare o vivere fino a quel momento”, mentre “rimanere in Italia era diventata una sofferenza quotidiana, una lotta quotidiana per la sopravvivenza”. La lingua tedesca si descrive come difficile, ma anche affascinante, ricca e chiara. Andrea trova lavoro come cuoco due giorni dopo il trasferimento in un ristorante tedesco con contratto regolare, Francesca come addetta alle pulizie. La città viene definita come “piena di vita, che trasuda storia da ogni centimetro. Un cantiere a cielo aperto, un laboratorio immenso per sperimentare qualsiasi cosa si abbia voglia”. Si sentono “gratificati, degni, meritevoli, accolti e compresi” e guardano all’Italia con “rancore”, tanto che “pensare alla politica e alla situazione italiana in generale è sentirsi in un vicolo cielo, è sentirsi soffocare. É chiedersi, come ho fatto a sopravvivere lì così a lungo?”.

Similmente, in questo articolo (link: http://www.italiansinfuga.com/2014/09/30/berlino-e-un-parco-giochi-ce-tutto-quello-che-uno-desidera/), Claudia sostiene che “Berlino è un’isola felice all’interno della Germania” e che “è un parco giochi”, in quanto “c’è tutto quello che uno desidera, una città assolutamente stimolante soprattutto dal lato artistico e creativo, c’è sempre qualcosa da fare, a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Gli unici lati negativi sarebbero la sporcizia e il tempo, ma i tanti lati positivi farebbero sì che si possa rinunciare anche al buon clima.

Un tratto del Muro

Un tratto del Muro

In generale, sullo sfondo di questo tipo di opinioni si delinea la volontà di esaltare Berlino e marcare la differenza rispetto al resto delle città europee e soprattutto italiane, di auto-valorizzare la propria scelta di emigrare in un’altra città, dimostrando di aver fatto la cosa giusta. Spesso in questo gruppo di esaltatori di Berlino (non necessariamente in riferimento alle due esperienze citate) si trovano anche gli amanti della vita all’insegna dell’eterna gioventù (il c.d. fenomeno del «giovanilismo», come suggerisce Matteo, un caro amico e collega), della stranezza alternativa a tutti i costi, dell’ostentazione di una personalità artificiosamente naif e sopra le righe, tanto da arrivare spesso a insultare i nuovi concittadini italiani che si trasferiscono a Berlino, quasi ritenendo il “vivere a Berlino” una cosa che gli altri non riuscirebbero a fare nel modo giusto (ovvero come lo hanno fatto loro) e quindi è meglio che rimangano in Italia.
Come è stato descritto con efficacia in questo articolo da Andrea D’Addio, un romano trentenne che si è trasferito a Berlino nel 2009 fondando il magazine “Berlino cacio e pepe”, (link: http://berlinocacioepepemagazine.com/quegli-italiani-germania-che-detestano-larrivo-di-altri-italiani/#sthash.QNcrgYXc.dpuf), “sembra che l’emigrazione l’abbiano inventata loro, frequentano siti e forum di connazionali solo per deridere non solo chi chiede aiuto in maniera stupida e svogliata ma anche chi chiede aiuto o suggerimenti in maniera carina e intelligente. Vorrebbero avere un premio per essere arrivati per primi, ma siccome né la Germania né l’Italia glielo danno, riversano le proprie frustrazioni su chi è appena arrivato. Se c’è una cosa che la Germania ha insegnato con la sua storia recente  – prosegue il giornalista – è che seguire la regola o quello che fanno gli altri senza interrogarsi se sia giusto o meno è il modo più efficiente per provocare disastri. Eppure, nonostante l’esempio sia lì a portata di mano, alcuni italiani in Germania diventano più tedeschi dei tedeschi. Giustificati dall’idea che ‘qui tutto funziona meglio che in Italia’, prendono tutte le norme di vita quotidiana tedesca come comandamenti da non mettere mai in discussione, anche se sono palesemente o sbagliati o quantomeno ambigui. Il senso di gratitudine che hanno verso la Germania e i tedeschi  – conclude Andrea – li spinge ad una pigrizia mentale che mai avrebbero avuto in Italia dove, già quando decisero di emigrare, dimostrarono di sapere ragionare in maniera coraggiosa e indipendente. E così, quando sentono altri italiani che mettono in dubbio ‘la regola’, finiscono per difenderla più dei tedeschi stessi, quasi che ogni discussione per loro sia un test in cui devono dimostrare di essersi integrati perfettamente”.

Su questo punto, un pensiero che va in profondità è quello di Andrea, trentenne e cittadino di Berlino da quasi dieci anni, che elabora la “teoria dell’osmosi”. Secondo Andrea, infatti, è un fenomeno naturale e non per forza negativo quello per il quale “chi vive all’estero, non solo a Berlino, inizia, volente o nolente, un processo di assimilazione degli usi e costumi locali. Ciò è pressoché inevitabile e non dipende dalla volontà del singolo. Tale processo porta con sé difficoltà, dubbi ed in parte anche frustrazioni, poiché alcuni principi su cui si basa la cultura che viene assimilata cozzano con quelli ritenuti dogmi indiscutibili in base alla cultura ‘madre’. Inizia così – prosegue Andrea – uno scambio osmotico dei principi originari con quelli nuovi. E’ qui che la coscienza (ed in parte la volontà) del singolo entrano in gioco. Chi ritiene i propri principi inconciliabili con quelli nuovi preferisce tornare in patria. Chi rimane invece per molto tempo in Germania finisce per vedere con occhi diversi chi invece arriva e ha ancora dei principi ‘originari’ e non ancora plasmati su quelli del Paese in cui si è deciso di vivere. Da qui però ad additare coloro che non si sono ancora ambientati – conclude Andrea – è alquanto inutile e dannoso e ognuno di noi dovrebbe sforzarsi sempre di ricordare i propri inizi.

La Staatsbiblioteck

La Staatsbibliotek

Secondo una posizione opposta, invece, Berlino non sarebbe altro che il “bunker dei diversi” (http://www.vp-italia.com/2014/09/berlino-il-bunker-dei-diversi-23092014.html). Secondo Valerio, trentenne e turista per una decina di giorni a Berlino, la capitale tedesca sarebbe un rifugio per i giovani disperati e sull’orlo del baratro, che animerebbero la città per sfogare la propria aggressività a suon di musica tecno. Tale impostazione, decisamente netta, si fa apprezzare per alcuni spunti originali e creativi e per lo stile che strizza l’occhio a quello di VICE (senza filtri politically correct), ma risulta parziale, fondata su un’idea unica e preconcetta. Si tenta di osservare una città assai complessa come Berlino da un solo angolo visuale, fornendo una “verità assoluta” e ne deriva una descrizione che coglie solo alcuni aspetti, forse i più noti e visibili, della città, ovvero quello di essere stata eletta come patria da alcuni gruppi alternativi glamour provenienti da vari Paesi europei, tra i quali l’Italia. Il risultato è un’analisi che si ferma alla descrizione di una sola realtà, quella del contesto alternativo di tendenza della città (che sicuramente esiste ed è il più facilmente descrivibile), senza scavare tuttavia più in profondità, per analizzare i tanti altri volti di Berlino e fornire una visione più ad ampio raggio della città.
Si finisce per liquidare velocemente Berlino come “città degli alternativi depressi”, trascurando il fatto che nella città vivono e vi si spostano tanti tedeschi e stranieri per migliaia di altri motivi e non necessariamente alla nevrotica rincorsa delle tendenze più eccentriche del momento e che il contesto culturale della città vive già da molto prima e a prescindere dal fatto che Berlino negli ultimi anni sia diventata alla moda. Questa rigida schematizzazione di fondo (“vivere a Berlino uguale essere alternativi con psicolabilità”), derivante da una voluta posizione anticonformista rispetto alle tante voci positive sulla città, bolla aprioristicamente la cultura alternativa berlinese e quindi, come in un circolo vizioso, finisce per creare a propria volta una posizione conformista, raccontando di una città popolata solo dagli alternativi alla guida di un loro proprio regime: una descrizione a metà tra finzione e realtà, perfetta per ambientare un romanzo con raffinata suggestione, ma disancorata dal dato fattuale complessivo.

Si segnala sull’argomento, sempre da parte dello stesso autore, anche un recente e interessante scritto, successivo e a margine del nostro articolo (http://www.vp-italia.com/2015/09/a-spasso-per-la-ex-ddr-21092015.html), con il quale si indagano ulteriormente le atmosfere della ex DDR in generale ma anche di Berlino e se ne approfondisce il punto di vista già espresso, con il consueto stile romanzato e immaginifico, ma con un approccio metodologico in parte differente.

Le opinioni che probabilmente colgono maggiormente la realtà sono quelle basate sulle esperienze reali di chi la città la vive da anni, ovvero di quegli italiani che si sono trasferiti da anni nella capitale tedesca e che non lo hanno fatto per inseguire velleità di distinzione sociale e di creazione di personalità eccentriche a tutti i costi. Si tratta di coloro che si sono trasferiti a Berlino per cercare migliori opportunità di lavoro e per condurre una vita qualitativamente migliore di quella che avevano in Italia. Si tratta ad esempio dell’esperienza raccontata da una giornalista italiana di VICE trasferitasi a Berlino (link: http://www.vice.com/it/read/le-fasi-della-vita-di-unitaliana-a-berlino-385), in quanto nel suo racconto vengono descritti tutti gli elementi più rilevanti della vita nella capitale tedesca, così come i problemi di ambientamento che gli italiani vivono. Clara sottolinea come Berlino negli ultimi anni sia diventata una meta ambita e inflazionata, presa di mira soprattutto da un “un certo tipo di immigrazione giovane e privilegiata”. Secondo l’autrice, in particolare, “trasferirsi a Berlino è diventato una moda, ma, come ogni moda, è tale perché alla radice ci sono delle ragioni molto sensate a livello pratico e molto convincenti a livello astratto”. Rispetto alle altre capitali europee, Berlino viene descritta come una città che, a differenza degli stereotipi che accompagnano le altre, non è né la “ricca Londra”, né “l’aspirazione intellettuale delle mansarde di Parigi”, né la “città dei bonghi come Barcellona”: “Berlino non ce l’ha uno stereotipo particolare, ma vive piuttosto di un conglomerato confuso di fenomeni più o meno rispecchianti la situazione reale”.

L’analisi ripercorre poi le difficoltà del trasferimento nella capitale tedesca, sin dalla prima prova, ovvero “die Besichtigung”, un “umiliante processo” al quale si devono sottoporre tutti coloro che cercano casa. Il mercato immobiliare a Berlino non è più conveniente come qualche anno fa, anzi i prezzi si sono alzati vertiginosamente, ma rimangono comunque più bassi rispetto alla media europea. Il sistema di ricerca della casa, invece, è rimasto invariato. L’aspirante affittuario, infatti, deve “candidarsi ad una media di venti annunci al giorno prima di essere invitato a palazzo in una WG (casa condivisa) dove verrà esaminato da un gruppo di forse futuri coinquilini. Il protocollo è standard: arrivi, sorridi, ti viene offerto del tè al rooibos che non puoi rifiutare, racconti perché sei lì e se ammetti che mangi carne devi perlomeno accettare la condizione del latte senza lattosio”. Queste visite vengono definite “una tremenda prova di umanità falsata”. Altre criticità che vengono elencate sono quelle legate all’alimentazione (“a parte il salmone, la birra e il pane nero, il cibo è uno scempio”, tanto che per mangiare decentemente e a prezzi ragionevoli alla fine si deve ricorrere alla spedizione del cibo da parte dei parenti dall’Italia!) oppure al mercato del lavoro delle startup, in quanto se anche è vero che Berlino è il punto di partenza per molte di esse, è anche vero che esse “fomentano un sistema di mini-job precari e non necessariamente professionalizzanti”. La ricerca del lavoro in generale viene definita “dura”, soprattutto se il livello del tedesco non è molto alto, ma gode di ottime garanzie sociali, a partire dal sussidio di disoccupazione e dai duraturi contributi per la crescita dei figli.

Monumento sovietico nel Parco di Friedrichshein

Monumento sovietico nel Parco di Friedrichshain

Tra gli aspetti positivi si annoverano il fatto che la società berlinese è più meritocratica di quella italiana e meno elitaria di quella britannica, non è aggrappata alle apparenze e ai lignaggi sociali che tengono alla larga qualsiasi tipo di variazione, non disprezza il riciclo dei beni a discapito invece del consumismo e non ti sfrutta come avviene nelle altre megalopoli europee. Si sottolinea, inoltre, che le università berlinesi sono di buon livello e gratuite, che l’offerta culturale e d’intrattenimento è vivace e accessibile (si citano soprattutto gli ambienti degli “opening” delle mostre d’arte, fotografiche o cinematografiche), che studenti e ricercatori godono di accomodamenti sociali invidiabili e unici in Europa (sussidi, borse di studio, agevolazioni per i trasporti, etc.) e che la vita sociale è infinita (bar e locali sempre aperti e bellissimi, nonostante spesso, va aggiunto, siano gestiti da fin troppo arbitrarie selezioni all’ingresso).
In conclusione, si descrive la vita a Berlino come “una condizione esistenziale, con tutti i suoi pro e i suoi contro”, anche se la “protagonista silenziosa di questa condizione è l’Italia, il fatto che nessuno ha smesso di sentirsi italiano”: quando si torna in patria fanno “arrabbiare le cose che non funzionano e ferisce vedere la sciatteria con cui si tratta il proprio paese”, ma si “impara anche a guardare le cose con un occhio diverso” apprezzando la flessibilità del nostro popolo.

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Il Parco dell’ex Aeroporto di Tempelhof

Un’altra analisi approfondita la si rinviene sul sito osservatoriodegliitalianiaberlino.com, dove, con approccio scientifico, si descrive il fenomeno della migrazione degli italiani verso la Germania a fini lavorativi e in particolare verso Berlino sottolineando come, nonostante un difficile primo quindicennio successivo all’unificazione, la seguente rinascita della città sia stata dovuta “al sorgere di numerose iniziative economiche in larga parte lontane dalle attività manifatturiere tradizionali come l’informatica ma anche nei settori del terziario in genere e del turismo, ove Berlino è divenuta la terza meta tra le capitali europee”. Tale cambio di marcia dell’economia – si sostiene – ha richiamato nuovi abitanti dalla Germania e dall’estero” e, in particolare dal 2009/2010 in poi, soprattutto dall’Italia, anche a causa della crisi economica che, come fenomeno opposto, ha investito nello stesso periodo il nostro Paese. Non si è trattato quindi solo di un’emigrazione di alternativi alla moda o ragazzini in cerca di una personalità eccentrica, ma anche di una vera e propria emigrazione per motivi di lavoro, come avveniva nel secondo dopoguerra.

Questa forte ondata migratoria di italiani si è affiancata al fenomeno di trasformazione di Berlino, da città “arm aber sexy” (povera ma affascinante) a città alla moda, amata dai giovani ventenni per i locali, il divertimento notturno e le iniziative cinematografiche e musicali, soprattutto legate alla musica elettronica, nata proprio a Berlino quarant’anni fa con la famosa “Berlin School”. Ciò ha portato a un aumento del costo della vita, a una sempre più spietata selezione all’ingresso dei locali, e soprattutto a una difficoltà sempre maggiore nel trovare lavori dignitosi e ben pagati, tanto che spesso molti italiani si ritrovano a fare lavori più umili di quelli che hanno lasciato in Italia oppure completamente lontani dalla propria formazione, spesso in nero e con ritmi alienanti e da sfruttamento. Questo fenomeno (ben descritto in questi articoli: http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/12/berlino-gli-italiani-disillusi-pagati-in-nero-sfruttati-imparare-tedesco-fatica/1578094/ e http://www.linkiesta.it/come-trovare-lavoro-berlino) ha comportato che solo il 12% degli italiani alla ricerca di una nuova vita o di un lavoro abbiano oggi un impiego regolare a Berlino e che gli stessi berlinesi oggi, al di là di una gentilezza formale, vivano in realtà i nostri connazionali come pericolosi competitors che rincorrono il benessere economico guadagnato dalla Germania in questi anni. Ciò contribuisce ad allontanare una già difficile reale integrazione con gli autoctoni e a far sì che oggi ancor più di ieri venga amplificata la proverbiale freddezza teutonica. Non è un caso che nel 2013 a Berlino sia stato fondato da una psicologa italiana il primo sportello di assistenza per gli immigrati connazionali, per risolvere i problemi psicologici degli italiani che tentano di inserirsi nella società berlinese (https://assosalutare.wordpress.com/info/).

La Torre della televisione di Alexanderplatz

La Torre della televisione di Alexanderplatz

Questa situazione non ha tuttavia al momento intaccato settori che rimangono i fiori all’occhiello della città e che rimarcano ancora una profonda differenza con le grandi città italiane come Roma sul fronte del progresso culturale e civico, presupposti dell’evoluzione sociale, incontestabili da qualsiasi persona di buon senso: un’efficiente e capillare rete di trasporto pubblico e di piste ciclabili, l’opportunità di studiare e fare ricerca scientifica con ampio e libero accesso alle risorse, il basso livello di corruzione e malaffare, un’atmosfera che, nonostante la rarefazione subita negli ultimi anni, continua a rimanere fortemente internazionale e inclusiva per tutti i generi di persone, una capacità originale di rigenerazione del tessuto urbano e di rinascita economica, un’assistenza sociale da parte dello Stato che consente di affrontare le esigenze di malattia, di maternità e di formazione di tutte le fasce della popolazione.

Ma allora perché Berlino è in grado di suscitare opinioni così contrapposte? Com’è possibile che una stessa città – caso più unico che raro – sia descritta, nello stesso periodo storico, da alcuni come un Paese dei Balocchi, da altri come un bunker di alternativi depressi e da altri ancora come una città moderna e inclusiva dove ricominciare una nuova vita in serenità? Qual è la vera Berlino, ammesso che ne esista una, e perché si riescono a raccontare realtà così diverse le une dalle altre?

La risposta forse risiede nel fatto che Berlino ha un po’ di tutto quello che si dice, ma anche molto di più e molto di meno. È il tipo di città che, resasi famosa negli ultimi anni per vari aspetti, ha incuriosito sempre più persone che, tentando di affacciarsi al di fuori della realtà italiana, spesso romana, proiettano su Berlino le categorie sociali italiane, il proprio modo di vedere il mondo e loro stessi nel mondo. Berlino diventa così lo strumento attraverso il quale si parla di sé e si esprimono le proprie opinioni per uscire da un disadattamento sociale, dall’emarginazione di molte fasce della popolazione civile, dalla crisi economica, dalla corruzione, dalle inefficienze delle grandi città italiane. Berlino è diventata insomma un metro di misura per tutti, utilizzato paradossalmente anche da chi non la apprezza!

Una città, in definitiva, che condensa in sé una realtà magmatica e assai complessa, i cui contorni sono difficili da cogliere e raccontare, che induce tutti nella tentazione di affrettarsi a “dire la propria”, che fa scivolare anche i più accorti. Le opinioni che si rincorrono sulla città tedesca contribuiscono e contribuiranno sempre più a creare il “mito” di Berlino in positivo e in negativo e alla fine, come nel più comico dei paradossi, convergono tutte nel definire un’unica realtà: quella di una Berlino dai mille volti e che, ancora oggi, continua a occupare il posto di capitale d’Europa per molti aspetti della vita di tutti i giorni.

 

 


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