

Cresce l'occupazione indipendente nella Capitale, trainata da donne e profili non ordinistici. Ma il potere d'acquisto reale è in calo a causa del caro prezzi
Una calamita per talenti, nuove competenze digitali e partite Iva. Nella geografia del lavoro autonomo italiano, Roma si conferma il principale motore del Centro Italia, trainando una crescita strutturale che nell’ultimo decennio ha ridisegnato il volto delle professioni e dato una spinta decisiva all’occupazione indipendente in tutto il Lazio.
I numeri descrivono un mercato in forte fermento: nella regione il popolo dei liberi professionisti ha ormai raggiunto quota 187mila unità, un trend in costante controtendenza rispetto alla crisi e ai rallentamenti che storicamente colpiscono le altre categorie del lavoro autonomo tradizionale (come artigiani e commercianti).
Il cuore pulsante di questa espansione batte proprio all’ombra del Campidoglio. Roma è diventata il polo d’attrazione indiscusso per i servizi avanzati, la sanità privata, i consulenti aziendali, i tecnici e gli esperti legali.
A registrare una vera e propria impennata è in particolare il comparto dei professionisti non ordinistici (esperti di marketing, designer, consulenti ICT, formatori), una galassia flessibile che nella Capitale sta crescendo a ritmi che non trovano alcun paragone nel resto delle province laziali.
L’elemento più dinamico di questa metamorfosi è la progressiva e prepotente onda rosa che sta investendo il mercato. Sebbene la componente maschile resti numericamente superiore in termini assoluti, le donne stanno entrando nella libera professione con una velocità nettamente superiore rispetto ai colleghi uomini.
Questo cambiamento non fotografa soltanto una trasformazione culturale, ma evidenzia una forte propensione all’autoimprenditorialità da parte delle nuove generazioni di laureate romane.
Le giovani scelgono sempre più spesso la strada della partita Iva come formula per esprimere le proprie competenze sul mercato, scardinando i vecchi equilibri e dimostrando, tra l’altro, una capacità di tenuta e resilienza dei propri redditi superiore rispetto ai colleghi maschi nei momenti di flessione economica.
Dietro i dati trionfali sulla crescita numerica si nasconde però una realtà complessa e spietata per i bilanci delle famiglie dei professionisti. Se è vero che i redditi medi nominali sono aumentati, l’ondata di inflazione degli ultimi anni ha drasticamente decurtato il potere d’acquisto reale.
In altre parole: i professionisti romani incassano più soldi rispetto al passato, ma il costo della vita, degli affitti degli studi professionali e delle materie prime a Roma è aumentato a un ritmo così violento da azzerare i benefici economici della crescita di fatturato.
La provincia di Roma si conferma l’area con i compensi medi più elevati del Lazio, ma è contemporaneamente la realtà territoriale che ha pagato il conto più salato a causa del caro prezzi. Una dinamica che dimostra come l’aumento dei contratti e delle consulenze, da solo, non sia garanzia di un reale miglioramento della qualità della vita.
A pesare sullo sviluppo del settore c’è poi il nodo mai risolto del gender gap. Nonostante la forte spinta al femminile, le professioniste laziali continuano a percepire compensi medi inferiori rispetto agli uomini a parità di competenze e ore lavorate, confermando una distanza strutturale che il mercato non riesce a colmare.
Oggi il panorama professionale laziale appare fortemente polarizzato verso i servizi ad alto valore aggiunto (professioni scientifiche, tecniche e specialistiche in testa), mantenendo una forte vocazione tradizionale nelle aree legali, sanitarie e dell’assistenza sociale.
La sfida per la Roma del futuro sarà proprio questa: trasformare l’indubbio successo numerico e l’attrattività della città in un reale benessere economico, offrendo più tutele e parità contrattuale a chi ha deciso di scommettere sul lavoro autonomo.
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