

Articolo a cura dell'associazione Psicologia in Movimento
Generalmente è possibile che, nel pensare a quali metodi di cura siano più efficaci per intervenire su una determinata problematica personale, “l’uomo della strada” cada vittima di una serie di generalizzazioni indebite. Frasi del tipo “Per le crisi d’ansia ci vogliono i farmaci”, “Per smettere di fumare devi usare l’agopuntura”, “L’unico modo per eliminare questo fastidiosissimo dolore lombare è rivolgerti ad un esperto osteopata”, “Che aspetti ad andare da uno psicoterapeuta per quei conflitti con tuo marito” etc. denotano tutte come, nel nostro immaginario collettivo, sia ancora fortemente radicata un modo di pensare che categorizza in compartimenti stagni problematiche assimilabili genericamente all’ambito del “corporeo” e a quello dello “psichico”. Come se, corpo e mente, fossero entità passibili di essere oggettivizzate in modo da risultare astratte dal loro contesto di relazioni, come se appunto, esistessero nella loro unicità avulsa da ogni legame con fattori di altra natura. E infine come se, “corpo” e “mente”, “psichico” e “neurologico”, “relazionale” e “individuale”fossero delle entità a se stanti, ciascuna aliena da qualsiasi comunicazione con l’altra. Ma è proprio vero che il mio corpo e la mia mente procedono lungo due binari separati, senza alcuna interrelazione reciproca? A questo punto immaginiamoci un soggetto, magari il vicino della porta accanto: ebbene, se gli tappiamo bocca, naso, orecchie, in pratica se gli occludiamo tutte le porte di accesso dei suoi sensi al mondo, che né è di costui? Ovviamente avremo un cadavere inerte, privo di vitalità e funzioni. Un corpo privo di vita. Già, ma che cos’è il corpo? Generalmente lo si pensa solo come “una struttura anatomica che genera funzioni e non si pensa invece a come l’attività corporea medesima, con i numerosi recettori sensoriali (visivi, acustici, tattili) di varia modalità muscolari e viscerali generi l’Io” (Ruggieri). In altre parole, se si pensa in un’ottica circolare all’Io quale il prodotto dell’attività del corpo che egli stesso poi concorre a modulare, si arriva facilmente alla conclusione che il “corpo”, in quanto base della crescita e dello sviluppo dell’Io ne rappresenta la struttura nucleare imprescindibile. Allo stesso modo l’Io, quale risultante dell’attività del corpo e allo stesso tempo quale suo modulatore attivo, permette al corpo di qualificarsi concretamente come un’istanza che non solo vive ma che concretamente esiste. Quest’ultima osservazione infatti presuppone che il corpo sia un’ “entità che esiste solo perché l’Io l’organizza” (Ruggieri). Spostando allora i termini della questione possiamo dire che, in un’ottica circolare, il “corpo” non è “il corpo”, ma la parte nucleare dell’Io; e allo stesso modo la “mente” non è la “mente”, ma uno specifico modo di essere del corpo che si esprime in quanto mente solo a livelli di specializzazione molto alti. Pertanto qualsiasi metodo di cura è sempre rivolto alla totalità psico-fisica della persona che non è “corporea” o “mentale”, ma semplicemente una peculiare modalità di articolare il proprio essere al mondo che chiamiamo Io.
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