

Un compleanno "partecipato", finanziato dalle donazioni dei residenti che hanno acquistato tredici esemplari di Prunus serrulata Kanzan per restituire colore e ossigeno alle strade del rione
Non è solo un complesso di case per impiegati statali nato sotto il piano regolatore del 1909; è un pezzo di cuore della Roma colta e civile che resiste al tempo.
Sabato 28 febbraio, la presidente del Municipio II, Francesca Del Bello, ha indossato la fascia tricolore per inaugurare i festeggiamenti di un secolo di vita dell’Incis.
Un compleanno “partecipato”, finanziato dalle donazioni dei residenti che hanno acquistato tredici esemplari di Prunus serrulata Kanzan per restituire colore e ossigeno alle strade del rione.
«Quella dell’Incis è una storia lunga un secolo che racconta le trasformazioni urbane e la vita sociale della nostra città», ha dichiarato Del Bello, ringraziando l’associazione Amici di piazza Verbano e la presidente Ornella Malaguti.
Il quartiere, gioiello dell’urbanistica di inizio Novecento, affonda le radici nella visione di Edmondo Saint Just di Teulada e della giunta Nathan, un modello di edilizia sociale di alta qualità che ha saputo invecchiare con eleganza.
Dopo il rito della messa a dimora dei ciliegi presso lo spazio di Santa Maria Addolorata, la celebrazione si sposta nelle sale e nelle piazze con un ciclo di incontri che accompagnerà il quartiere fino a maggio:
6 marzo: Piergiorgio Bellagamba curerà l’approfondimento sui “caratteri urbanistici” originali del piano del 1909.
13 marzo: Alberto Peretti guiderà una giornata dedicata all’architettura, tra storici dell’arte e tecnici.
16 aprile: Giorgio Panizzi analizzerà “La cultura delle città”.
7 maggio: Gran finale curato da Maria Teresa Carani, in un dialogo tra memoria e sfide moderne, con un ricordo speciale dedicato a Don Ottavio, il parroco che negli anni Settanta seppe trasformare un complesso edilizio in una comunità solidale e vivace.
L’evento di piazza Verbano dimostra come il senso di appartenenza possa ancora fare la differenza nella gestione del territorio.
Quei tredici alberi, piantati grazie alla generosità dei vicini di casa, sono il manifesto di una “comunità vivida”, come l’ha definita la minisindaca, capace di intrecciare la grande storia dell’urbanistica romana con i piccoli, grandi gesti di cura per il bene comune.
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