

Il Capitano di Vascello è il Presidente dell'Istituto Nazionale per la Guardia d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon
Da quando morì, il 9 gennaio 1878, Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, riposa al centro di Roma, al Pantheon. Dopo di lui altri due reali furono tumulati dentro il “tempio di tutti gli dei”: Re Umberto I, secondo Re d’Italia, nel 1900; e sua moglie, la regina Margherita, nel 1926.
E da quel lontano 1878 le varie associazioni di reduci delle Guerre Risorgimentali decisero di prestare un servizio di guardia alla tomba del Padre della Patria, Re Vittorio Emanuele II. Le associazioni, confluite in un unico sodalizio, il Comitato Generale dei Veterani 1848-1870, negli anni hanno cambiato due volte il nome prima di arrivare alla denominazione definitiva, nel 1932, di Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
La sede invece, da centotrentatre anni, è sempre là, attaccata al Pantheon, in via della Minerva 20.
“Ho trovato una lettera datata 1882, indirizzata proprio qui, ai nostri predecessori”. Chi parla è il Presidente dell’associazione, il Capitano di Vascello dott. Ugo d’Atri.
Entrato in Marina nel 1973, nel corpo delle Capitanerie di Porto, Ugo d’Atri ha lasciato il servizio nel gennaio 2003, per assumere la presidenza dell’istituto.
“Siamo quasi cinquemila in tutta Italia – continua d’Atri – in maggioranza militari, in servizio o in congedo. La rappresentanza femminile è nutrita, tra il quindici e il venti per cento. Abbiamo iscritti anche all’estero: settantaquattro in Canada, quasi tutti a Toronto, e quarantatre in Scozia, ad Edimburgo. Tra i nostri più illustri soci abbiamo avuto diversi Presidenti del Consiglio come Benedetto Cairoli, Saracco e Lanza. Non possiamo poi non ricordare Alfonso La Marmora”.
Nell’ufficio del dottor d’Atri sembra di fare un tuffo nel nostro glorioso passato. Le pareti sono tappezzate di foto dei regnanti di Casa Savoia; ma non solo: vessilli, stendardi e una splendida bacheca con tutte le medaglie assegnate. Do una rapida occhiata. Non ho tempo di contarle. D’Atri, da uomo attento e intelligente qual è, capisce e soddisfa la mia curiosità: “Sono quaranta medaglie d’oro. Trentanove al valor militare, con il tipico nastro azzurro. Quella con il nastro tricolore è al valor civile, conferita, purtroppo, al nostro povero socio Filippo Raciti, ispettore capo della Polizia di Stato, morto a Catania il 2 febbraio 2007 in occasione degli incidenti nel derby siciliano di calcio Catania-Palermo”.
Il prossimo 17 marzo si celebrerà il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Una data importante soprattutto per un ente morale come l’Istituto della Guardia d’Onore, che, ricordiamo, è sottoposto alla vigilanza amministrativa del Ministero della Difesa.
“Nei nostri ideali c’è un collante costituito dalla devozione verso Casa Savoia, che portò all’unità e alla grandezza della Patria. Oggi oltre al servizio di guardia, per noi è importante tramandare le tradizioni storiche, la memoria nazionale, con un riferimento particolare alla storia militare. Una memoria da tramandare in un momento in cui viviamo un paese distratto dalla propria quotidianità e troppo distolto, dal punto di vista culturale, da quello che è il suo passato”.
È a questo punto che l’espressione diventa più seria e il tono grave: “Nel continuo conflitto tra nord e sud – afferma d’Atri – spesso ci si dimentica che le perdite maggiori della Prima guerra mondiale le hanno avute le regioni del mezzogiorno. Contadini sardi, calabresi e siciliani sono morti nel nord-est per liberare proprio quel nord-est dagli austriaci. Meridionali o settentrionali dobbiamo sentirci tutti parte di un qualche cosa che ci appartiene ed è comune all’intero popolo italiano: la civiltà, il nostro passato, la religione. Il disprezzo del nord verso il sud è inammissibile”.
Un disprezzo più che mai fuori luogo alla vigilia di un così importante anniversario nazionale.
“Per festeggiare i cento cinquant’anni dell’unità d’Italia – prosegue d’Atri – stiamo organizzando molti eventi e il programma è ancora parziale. Il 17 marzo avremo qui il Presidente della Repubblica, Napolitano. Un atto di omaggio del quattordicesimo Capo di Stato, a Vittorio Emanuele II, primo Capo di Stato d’Italia rimasto in carica per diciassette anni. Un Capo di Stato che in precedenza aveva calcato i campi di battaglia, rischiando la pelle accanto ai suoi soldati”.
“Quando era popolare il concetto di Patria tra la gente – conclude d’Atri – noi godevamo di una maggiore attenzione all’interno della comunità nazionale. In compenso all’estero ci tengono molto di più per queste cose. C’è anche alta attenzione nei nostri riguardi da parte dei reali contemporanei, come Vittorio Emanuele. Suo figlio, invece, Emanuele Filiberto, ultimamente l’abbiamo visto poco”.
Il viso di d’Atri si illumina e con un bonario sorriso difende il rampollo di Casa Savoia: “Però ha la giustificazione: è un po’ preso dal mondo dello spettacolo”.
Ugo d’Atri nella foto è l’uomo al centro, all’interno del Pantheon
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