

Il concerto del grande artista giapponese per l'Estate Romana a Villa Celimontana
Se vi foste trovati, in una caldissima e umidissima serata di fine giugno, nel parco di Villa Celimontana, dopo aver pagato la miseria (o l’enormità) di 30 Euro il biglietto d’ingresso per uno degli appuntamenti più importanti dell’annuale rassegna jazz (il concerto del pianista giapponese Ryuichi Sakamoto, coadiuvato nella creazione elettronica delle immagini dall’architetto tedesco Carsten Nicolai, alias Alva Noto), avreste certamente provato una sensazione di completo spaesamento, di autentica deiezione in un mondo Altro, un mondo in cui la musica evoca e rielabora forme pure, paradigmi geometrici, immagini visive in cui gli oggetti sono delle astrazioni perfette e immateriali di un intelletto universale, un Logos (…In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio…) esso stesso emanazione di un’ineffabile e inafferrabile Principio Primo, Motore Immobile, inesauribile fonte luminosa di tutto ciò che, nell’imperfetto e fugace mondo della caducità, siamo soliti definire, con inadeguata approssimazione, “bello”.
Eppure i suoni di Sakamoto, quasi estorti maieuticamente (nell’etimologico e originario senso che rimanda all’arte della levatrice) da una tastiera riluttante a trasformare un’accozzaglia di dissonanze in tonalità degne di ascolto, in alcuni momenti del loro farsi sono in grado di suggerire alla memoria passaggi di tradizionale musica colta europea, a partire dal romanticismo fino ad arrivare alla serialità: da Schumann a Schubert, da Debussy a Ravel, da Mussorgsky a Stravinsky, da Bartok ai contemporanei Stockhausen, Maderna, Nono, Berio, Cage, senza dimenticare un musicista di “frontiera” (tra pop, jazz, rock e reinterpretazioni di Bach) quale Keith Jarrett.
E’ quindi, la musica del maestro giapponese (premio Oscar per la colonna sonora de L’ultimo Imperatore di B. Bertolucci, ma anche autore preferito da Brian De Palma, Oliver Stone, Pedro Almodovar) qualcosa di ascrivibile alle ultimissime tendenze dell’avanguardia del ‘900?
Forse qualcosa in più, direi: è, da un lato, il più notevole risultato di una ricerca che ha per consapevole approdo l’arte “globale”, l’arte cioè in cui i suoni, i colori, i volumi, armonicamente fusi o aspiranti all’armonia, s’impongano sul fruitore a livello sensitivo, affettivo e cognitivo; d’altro lato, essa vuole assolvere ad una funzione di “ponte” tra rappresentazione artistica (a qualsiasi livello) e ricerca scientifica, soprattutto quella sviluppata a partire dagli anni Venti del ‘900.
Nei suoni di Sakamoto e nelle corrispondenti immagini di Alva Noto (ottenute elettronicamente e proiettate su di un megaschermo posto alle spalle degli esecutori) è da vedersi il tentativo di rappresentare quanto la fisica quantistica ha teorizzato in relazione ai movimenti delle innumerevoli particelle sub-atomiche, la cui funzione sfugge alla dogmatica e superata distinzione tra massa ed energia, nonché al ruolo condizionante costituito dalla presenza e dagli strumenti impiegati dal ricercatore.
Uno sguardo sinestetico sul microcosmo, dunque? Non solo, anche sul macrocosmo: se le dissonanze iniziali dei vari “pezzi” (gli stridii, i fruscii, gli scoppiettii elettrostatici da vinile corroso, corrispondenti sul piano iconografico/elettronico a movimenti disordinati di masse asimmetriche, alla materiale rappresentazione del caos primigenio e/o brodo primordiale) rimandano alle ipotetiche dinamiche di neurini, fotoni, mesoni e particelle di varia e imprecisabile natura, nel momento in cui l’esecuzione pianistica approda alle tonalità e alle tranquillizzanti e appaganti sonorità, proiettando sullo schermo le levigate e purissime architetture policromatiche (le intermittenze messe in collegamento dall’alogica logica dell’inconscio ci squadernano all’istante le essenziali geometrie alla Mondrian) create, per l’occasione, dal computer di Alva Noto, allora ciò che sentiamo è qualcosa di molto simile all’utopica pitagorica “armonia delle sfere”, al sogno di una musica quale originario “linguaggio dell’essere”.
Al termine del concerto, e dopo essere stati presi e, quasi per incantamento, fatti “lievitare” sui cieli di una misteriosa regione abitata da ossimorici e noumenici “universali sensibili”, si ripiomba nella constatazione del vuoto e caotico spazio-temporale fenomenico nel quale, quotidianamente, cerchiamo di orientarci con i nostri poveri e inadeguati strumenti culturali.
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