L’editto finale di Alessandro Ricci

La presentazione de l libro il 4 aprile alle ore 17.30 presso il Museo di Roma in Trastevere, in piazza S. Egidio 1/b
Redazione - 20 Marzo 2014

Nel decimo anniversario della scomparsa, Alessandro Ricci sarà ricordato con un libro di sue poesie inedite, L’editto finale, fresco di stampa, curato da Francesco Dalessandro, prefato da Domenico Vuoto e pubblicato dalle Edizioni Il Labirinto.

A chi non lo conosceva, a chi lo conosceva, a chi lo frequentava, a chi gli era amico -, gli organizzzatori hanno rivolto l’invito a partecipare all’evento, insieme Francesco Dalessandro, al fratello di Alessandro, Marcello e ad altri amici, presso il Museo di Roma in Trastevere, in piazza S. Egidio 1/b, il 4 aprile alle ore 17.30, alla presentazione del libro.

Alessandro Ricci  è nato a Garessio nel 1943 ed è morto a  Roma 2004. Poeta e sceneggiatore, si è laureato alla Sapienza di Roma con una tesi su Beppe Fenoglio e Il partigiano Johnny.

Fresco Market
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Nell’incontro si parlerà della poesia di Alessandro che sarà ricordato, senza retorica ma con affetto. Ecco uno stralcio di una sua poesia:

si costruiscono zattere anche

per non salvarsi, per non

raggiungere approdi ma

perderli, e lo si fa

intenti, odiandosi quasi

serenamente, sapendo che

Penelope non aspetta

al di là del mare,

e nient’altro

che mare

c’è.

Alcune brevi testimonianze sulla poesia di Alessandro Ricci:

Alessandro Ricci porta nel nome il suo destino: ha rovesciato in un’epoca della storia greca e romana, quella alessandrina, un’immagine della nostra riflettendo in alcune poesie mirabili per eleganza stilistica e acutezza simbolica, alcune delle più attuali situazioni, alcune delle più sofferte problematiche della nostra età. […]  Alessandro scriveva queste pitture antiche del moderno quando però in ltalia la moda di Costantino Kavafis non era ancora dilagata a far ritrattare certe affermazioni sulla morte della letteratura predicate dalle avanguardie. […] Della poesia di Alessandro Ricci so che in Roma esistono ammiratori che mi confortano dell’ingrato silenzio che l’ha circondata, Giorgio Caproni e Luca Canali. Basterebbe che a credere in lei fossero veri poeti come questi per darmi serenità e pace, per non farmi disperare che in questo mondo la Bellezza non sia condivisibile. Roberto Pazzi

Il sogno o il ritorno al mondo alessandrino non ha affatto le tinte o i toni della fuga romantica: non è una vagheggiata alternativa alle afflizioni dell’impegno quotidiano, e non è neppure il luogo e il regno incontaminato dove può liberarsi una fervida immaginazione. Per il Ricci è la scoperta di un luogo e di un tempo ideali, identificati però in una dimensione reale, che improvvisamente prendono il sopravvento ed emergono sul caos e sul grigiore della vicenda quotidiana dell’esistere, sollecitando non una regressione, bensì una chiarificazione non solo sentimentale ma anche morale dell’esistenzaPaolo Vanelli

Non si può non amare la poesia di Ricci che è, per chi lo conosce, come lui, discreta, perennemente in bilico fra il «non concedersi ed il negarsi», per uno scarto di sensibilità a suo favore, indecisa fra «vivere e guarire dalla morte» Luigi Amendola

Ogni volta che concludo una lettura di Ricci, mi vengono in mente quei versi di Tommaso Campanella, cosi disperati e dolorosi: Temo che per morir non si migliora / lo stato uman / per questo io non m’uccido: /ché tanto ampio di miserie il nido /che, per lungo mutar, non si va fuora. È la stessa sensazione che mi procura T. S. Eliot nella Terra desolata o negli Uomini vuoti, e che in filosofia è Wittgenstein, in pittura Munch. Voglio dire che la condizione della miseria umana è sentita da Ricci come la propria condizione, ma che la disperazione non è, illusoriamente, un dolore, ma una forma di lucida coscienza, il senso di un limite intrinseco e invincibile con il quale occorre convivere più che combattereMario Albano

Severo, malinconico, spesso duro, pieno di verità non solo di ordine esistenziale, L’arpa romana è libro che non ci delude mai, dalla prima all’ultima pagina, che ci pare anch’esso fraterno e autentico, e ci spinge a rileggere le opere precedenti di Ricci – così trascurate in sede critica – a far nostro, insomma, un poeta vero che forse non ha mai creduto di esserlo fino in fondo. Giancarlo Pontiggia

Ci sono poeti – e Ricci era uno di essi – che vivono ai margini del “gran spettacolo”, non illuminati dalle luci di scena, per inguaribile modestia e mancanza di vanità accontentandosi – e in ciò forse sbagliando – d’essere letti solo da quei pochi, conoscenti o amici, dei quali stimano il giudizio; pur sapendo con ciò d’essere quasi sempre ignorati da quei compilatori di gazzette e antologie che, come gazze ladre, vengono attratti solo dal luccichio. Onesto e rigoroso fino all’intransigenza, Alessandro aveva un rispetto di sé e della propria integrità così alto e fermo da consentirgli solo brevi lettere a rari amici. Se a quelle lettere allegava qualche poesia, non s’aspettava di più di un veritiero giudizioFrancesco Dalessandro


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