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L’Italia torna all’atomo: la grande scommessa nucleare e il ruolo strategico di Roma

Approvato il disegno di legge delega sull'energia nucleare sostenibile

A quasi quarant’anni dal referendum del 1987 che spense le ultime centrali italiane, il Parlamento ha impresso una svolta storica: il 4 giugno 2026 la Camera dei Deputati ha approvato con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile.

Il provvedimento, presentato dal governo Meloni nell’autunno del 2025, apre formalmente la strada al ritorno della fissione nucleare civile in Italia. Ora il testo attende il passaggio al Senato per la sua approvazione definitiva, dopodiché il governo avrà un anno di tempo per emanare i decreti attuativi.

Perché ora: la spinta geopolitica ed energetica

La riapertura del dossier nucleare non è il capriccio di una maggioranza, ma la risposta a una pressione strutturale. Le crisi di approvvigionamento del gas, le oscillazioni dei prezzi delle materie prime energetiche e gli impegni di decarbonizzazione imposti dagli obiettivi europei al 2050 hanno accelerato una riflessione già in corso da anni.

Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha più volte sostenuto che i primi reattori potrebbero essere attivi in Italia entro il 2034-2035, e che entro il 2050 si punta a una capacità installata di circa 8 GW, capace di produrre circa 64 TWh annui.

Il nucleare, nella visione del governo, non si contrappone alle rinnovabili ma le completa: il fotovoltaico e l’eolico forniscono energia abbondante ma discontinua, mentre i nuovi reattori garantirebbero la potenza di base programmabile necessaria all’industria e alla crescente domanda dei data center.

Cosa prevede la legge delega

Il testo approvato dalla Camera è ricco di novità. Innanzitutto, punta con decisione sui reattori di nuova generazione, i cosiddetti Small Modular Reactor (SMR) di terza generazione avanzata e gli Advanced Modular Reactor (AMR) di quarta generazione, tecnologie radicalmente diverse dalle grandi centrali che l’Italia chiuse negli anni Ottanta.

Gli SMR sono impianti compatti, costruibili in serie e dotati di sistemi di sicurezza passiva; gli AMR, ancora in fase di sviluppo, usano refrigeranti alternativi come piombo liquido, sodio o sali fusi.

Il testo delega il governo a definire un Programma Nazionale per il Nucleare allineato alla Tassonomia UE e al Green Deal europeo, a rafforzare i poteri dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN) e ad attivare decreti mirati su ricerca, gestione dei rifiuti radioattivi e sviluppo della filiera industriale.

È stata inserita anche una clausola di salvaguardia per le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano.

Tra le novità più rilevanti figura anche la possibilità per i Comuni di candidarsi spontaneamente ad ospitare i nuovi siti, e si avvia il percorso per lo smantellamento degli impianti ancora presenti sul territorio nazionale. Per sostenere la campagna di informazione ai cittadini sono previsti 1,5 milioni di euro per il 2025 e 6 milioni per il 2026.

Il soggetto industriale: nasce Nuclitalia

Sul piano industriale, il punto di svolta è la costituzione di Nuclitalia S.r.l., joint venture tra Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%). La newco ha il compito di selezionare le tecnologie internazionali più adatte al sistema italiano (con focus su SMR e AMR raffreddati ad acqua) di promuovere partnership industriali internazionali e di valorizzare le competenze della filiera nazionale, dove già oggi operano oltre 70 aziende specializzate che nel 2022 hanno generato ricavi per circa 457 milioni di euro e impiegato circa 2.800 addetti.

Nuclitalia, al momento, è uno strumento di studio e posizionamento strategico, non una centrale in costruzione: la sua funzione è definire i requisiti tecnici prima che si apra un eventuale cantiere.

Le tappe del programma

Il calendario è ambizioso. Dopo l’approvazione definitiva al Senato (attesa per luglio 2026), i decreti attuativi dovranno essere emanati entro dicembre 2026. Tra il 2027 e il 2028 è prevista la selezione delle aree e l’avvio dei bandi per la costruzione.

La messa in esercizio dei primi impianti è collocata nel decennio successivo, con una finestra realistica spostata, secondo analisti indipendenti, non prima del 2035-2040. Il quadro prevede 60 milioni di euro nel triennio 2027-2029 per l’attuazione degli investimenti.

I critici, tuttavia, sottolineano che l’Italia parte senza un sito autorizzato, senza una filiera operativa e senza un’autorità di regolazione con la piena maturità procedurale necessaria: l’ISIN dovrà sviluppare percorsi di licenza che in altri Paesi hanno richiesto decenni. La piena maturità commerciale degli SMR in Europa, secondo le stime di settore, non è prevista prima di una decina d’anni.

Roma e provincia: un ruolo inaspettato ma concreto

Se nella mappa dei siti idonei al Deposito Nazionale delle Scorie la provincia di Roma non compare, i 21 siti laziali individuati dalla Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) sono tutti in provincia di Viterbo, nei comuni dell’area del Viterbese come Montalto di Castro, Tarquinia, Tuscania e Corchiano; il ruolo del territorio romano nel programma nucleare nazionale è tutt’altro che marginale. Anzi, per molti aspetti è già centrale.

La Casaccia: il cuore della ricerca atomica italiana

A pochi chilometri dal Grande Raccordo Anulare, nella campagna di Santa Maria di Galeria, sorge il Centro Ricerche ENEA Casaccia, il più grande polo di ricerca nucleare italiano con circa 1.000 dipendenti. Qui si trova il reattore sperimentale TRIGA-RC1, uno dei pochi reattori di ricerca attivi in Italia, e il reattore veloce TAPIRO, che produce neutroni veloci per test e caratterizzazione di materiali.

È attiva anche la piattaforma multi-radiazione di ENEA, una rete unica in Italia capace di eseguire test con elettroni, neutroni e protoni, di straordinaria rilevanza per lo sviluppo dei nuovi reattori e per applicazioni in campo aerospaziale e medicale.

La Casaccia ospita inoltre il Laboratorio Sistemi Nucleari Innovativi (SNI), creato nel 2015, specializzato in diagnostica, studio e caratterizzazione di materiali e componenti per ambienti ostili, e l’Istituto Nazionale di Metrologia delle Radiazioni Ionizzanti (INMRI), di fondamentale importanza per la calibrazione e la sicurezza delle misure radiologiche.

Qui si trova anche il più consistente deposito temporaneo di materiale radioattivo italiano: secondo l’ultimo Inventario Nazionale dei Rifiuti Radioattivi (aggiornato al 31 dicembre 2024), nel sito della Casaccia sono stoccati oltre 12.224 metri cubi di materiale radioattivo in attesa della realizzazione del Deposito Nazionale definitivo.

Frascati: la frontiera della fusione

A pochi chilometri da Roma, nel Comune di Frascati, ENEA gestisce un altro centro di eccellenza mondiale. Qui è in corso di realizzazione il DTT (Divertor Tokamak Test facility), il più grande progetto italiano sulla fusione nucleare, cui partecipano ENEA, ENI, CNR, INFN, CETMA, i consorzi RFX e CREATE, e le università di Roma Tor Vergata, Tuscia e Milano-Bicocca. Il DTT si propone di risolvere alcuni dei nodi tecnici più critici della fusione termonucleare, in linea con la roadmap europea che prevede il primo impianto dimostrativo entro il 2050.

Sempre a Frascati si trovano altri tre impianti della piattaforma multi-radiazione ENEA: l’acceleratore lineare REX per fasci di elettroni, l’acceleratore di protoni TOP-IMPLART (sviluppato insieme all’ISS e all’Istituto Tumori Regina Elena), e il generatore di neutroni FNG, strumenti fondamentali sia per la ricerca sui materiali nucleari che per applicazioni mediche come la protonterapia.

Il Programma di Ricerca Nucleare: Roma protagonista

A maggio 2026 è stato avviato il Programma di Ricerca Nucleare (PRN), il piano triennale finanziato dal MASE e attuato da ENEA con il CNR come co-realizzatore, in collaborazione con il Consorzio RFX. I principali ambiti di intervento coprono lo sviluppo degli SMR e AMR, la fusione nucleare e le applicazioni non energetiche delle tecnologie atomiche dalla produzione di radiofarmaci alla diagnostica per immagini. Il PRN finanzierà anche 20 borse di dottorato per l’anno accademico 2026/2027, coinvolgendo le università del territorio.

La Centrale di Latina: un’eredità da gestire

A circa 80 km da Roma, nel comune pontino, si trova la Centrale di Latina, l’impianto a grafite chiuso nel 1987 il cui decommissioning procede lentamente. Lo smantellamento del reattore vero e proprio e la bonifica finale dell’area potranno avvenire, secondo le stime attuali, non prima del 2052 — e solo a condizione che il Deposito Nazionale sia realizzato entro allora. La gestione di questo sito continuerà a coinvolgere le istituzioni laziali per i prossimi decenni.

Fusione nucleare: il Lazio nella rete internazionale

Uno studio della Technical University of Munich (“European Site Mapping”) ha individuato circa 900 aree potenzialmente idonee a ospitare in futuro centrali a fusione nucleare in Europa, di cui 196 in Italia.

Tra le aree indicate dallo studio figura anche la fascia tra Roma e il basso Lazio verso Latina, oltre al confine tra Umbria e Lazio. Si tratta di indicazioni a lungo termine e non di localizzazioni definitive, ma confermano che la geografia laziale è rilevante anche nello scenario della fusione, ben oltre i confini dei siti già operativi di Casaccia e Frascati.

Le voci critiche

Il ritorno al nucleare resta politicamente divisivo. Il centrodestra lo considera uno dei pilastri della strategia energetica nazionale; le opposizioni e le associazioni ambientaliste come Italia Nostra lo giudicano prematuro, sottolineando i tempi lunghi di realizzazione, i costi storicamente sottostimati degli impianti nucleari e l’irrisolta questione del deposito delle scorie.

Analisti indipendenti ricordano che l’orizzonte 2034-2035 indicato dal ministro Pichetto Fratin è “estremamente ottimistico”, considerando che l’Italia dovrà costruire da zero un sistema autorizzativo maturo, ricostruire buona parte della filiera industriale e selezionare il combustibile e i fornitori.

Quel che è certo è che il nucleare italiano ha già un baricentro geografico ben preciso: Roma e la sua provincia. Non come sede di futuri impianti di produzione, per quelli bisognerà guardare al Viterbese o ad altre regioni, ma come capitale della ricerca, dell’innovazione e della governance atomica italiana. Casaccia, Frascati, La Sapienza, le sedi ministeriali e le istituzioni di controllo rendono il territorio romano il nodo più denso della rinascita nucleare del Paese.

Una rinascita che, questa volta, si giocherà sull’atomo di domani: piccolo, modulare, sicuro per progettazione. O, forse, sulla fusione termonucleare: quella fonte d’energia che, per decenni, è sempre sembrata a trent’anni di distanza. Solo che adesso, a trenta chilometri dal Colosseo, ci stanno già lavorando sul serio.

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