“Morire per un libro” di Giulio Marcon, a 40 anni dall’assassinio di Ciro

La vita e la morte di Ciro Principessa, ragazzo di periferia che credeva nella cultura come strumento di riscatto personale e sociale
Francesco Sirleto - 24 Aprile 2019

“Povero come un gatto del Colosseo,/ vivevo in una borgata tutta calce/ e polverone, lontano dalla città/ e dalla campagna. Stretto ogni giorno/ in un autobus rantolante:/ e ogni andata, e ogni ritorno/ era un calvario di sudore e di ansie./ Lunghe camminate in una calda caligine, / lunghi crepuscoli davanti alle carte/ ammucchiate sul tavolo, tra strade di fango,/ muriccioli, casette bagnate di calce/ e senza infissi, con tende per porte …/ Passavano l’olivaio, lo straccivendolo,/ venendo da qualche altra borgata,/ con l’impolverata merce che pareva/ frutto di furto, e una faccia crudele/ di giovani invecchiati tra i vizi/ di chi ha una madre dura e affamata./ Rinnovato dal mondo nuovo,/ libero – una vampa, un fiato/ che non so dire, alla realtà/ che umile e sporca, confusa e immensa,/ brulicava nella meridionale periferia,/ dava un senso di umana pietà./ Un’anima in me, che non era solo mia,/ una piccola anima in quel mondo sconfinato,/ cresceva, nutrita dall’allegria/ di chi amava, anche se non riamato./ E tutto si illuminava, a questo amore./ Forse ancora di ragazzo, eroicamente,/ e però maturato dall’esperienza/ che nasceva ai piedi della storia”. (P. P. Pasolini, da Il pianto della scavatrice, dalla raccolta Le ceneri di Gramsci)

 

Sulla copertina di Morire per un libro – Ciro Principessa, una storia proletaria, di Giulio Marcon (edizioni Eretica Stampa Alternativa), campeggia il grande murales che, da alcuni anni – dipinto sulla facciata laterale di un vecchio ma decoroso palazzotto di via dei Savorgnan – rappresenta uno dei simboli di Villa Certosa, un semisconosciuto “quartiere” popolare di Roma, in realtà un piccolo pezzo, sebbene in possesso di una sua peculiare identità, del più vasto e meglio noto quartiere di Torpignattara. Questo murales è occupato, quasi per intero, da un ritratto a mezzo busto di un ragazzo che, al momento della sua tragica fine (20 aprile 1979), aveva da poco compiuto i 23 anni di vita. Nel volto del ragazzo, ma soprattutto nel gesto espresso dalla mano destra nell’atto di afferrare e di mettere in bella mostra un libro illustrato, si possono cogliere una fierezza e una determinazione quasi straordinarie, una sorta di orgoglio che stride in maniera evidente con gli abiti modesti che coprono sommariamente le spalle e il petto del giovane. Coloro che frequentano da una vita Villa Certosa e che conoscono la storia di Ciro Principessa (tra questi, molti sono quelli che hanno conosciuto Ciro in vita, ne sono diventati amici e ne conservano un indelebile ricordo) non possono non essere grati a Giulio Marcon per aver scritto questo libro e, soprattutto, per averlo pubblicato in occasione del 40° anniversario del suo assassinio. Ancora di più, i medesimi amici di Ciro debbono ringraziare l’autore per il modo con il quale egli ha saputo ricostruire la storia di quel ragazzo: non solo la morte e i momenti e la causa (causa che, in quella maledetta vicenda, assume – questo almeno fu l’opinione dei giudici – l’aspetto e l’imprevedibilità del caso, di un tragico caso) del suo assassinio, ma anche e innanzitutto la vita. Una vita, quella di Ciro, segnata dalla povertà di una errabonda e numerosa famiglia, dalle separazioni e dai ricongiungimenti con i fratelli e con le sorelle, dalle “cadute” adolescenziali in attività illegali che oggi farebbero sorridere, ma che per lui comportarono conseguenze durissime, ma anche dalla sua volontà di riscatto, e dalla sua risalita, attraverso l’attività politica e l’impegno sociale e culturale a favore dei giovani delle periferie.

Un riscatto, iniziato nel 1976 e purtroppo interrotto tragicamente, in quel disgraziato anno 1979, dal “folle” gesto di un fascista ben noto alle cronache insanguinate degli anni Settanta; un giovane fascista appartenente ad un nucleo familiare legato a doppio filo a celebri esponenti romani dell’eversione di estrema destra, esponenti direttamente o indirettamente coinvolti negli episodi più oscuri e terribili di quella “strategia della tensione” iniziata con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Un riscatto, quello personale di Ciro, che si inserisce in quello più generale di un’intera generazione di giovani, appartenenti ai ceti più umili della società (i cosiddetti “proletari”) che, in quegli anni, trovarono nella politica e nei partiti di massa (e in particolare nel PCI forgiato da Togliatti e portato al massimo dei consensi da un grande dirigente come Enrico Berlinguer) i più formidabili strumenti, etico-pedagogici, per una crescita sociale e culturale che li portò ad essere protagonisti di un grande rinnovamento progressivo dell’intera società italiana.

Va sottolineata ed apprezzata, quindi, la scelta compiuta da Marcon, di collegare la storia di Ciro alle molte storie che si dipanarono in quegli anni, anni drammatici ma al tempo stesso entusiasmanti: 1) la storia delle lotte operaie e sindacali che portarono alla costruzione del nostro “welfare state”; 2) la storia del movimento studentesco e della grande riforma della scuola e dell’università; 3) la storia del movimento femminista e delle conquiste che le donne italiane seppero strappare con le unghie e con i denti (nuovo diritto di famiglia, legge sul divorzio, legge sull’aborto, riforma del codice penale, ecc.); 4) la storia delle lotte per la casa e per l’eliminazione delle baracche e dei borghetti, che coinvolse milioni di persone residenti nelle periferie delle grandi città (in primis a Roma che – come scrisse Ferrarotti in un suo celebre libro – capitale dal 1870, era diventata, cent’anni dopo, un’enorme periferia, disordinata e deturpata dall’incontrollata speculazione edilizia). Una storia, quest’ultima, che vide protagoniste le masse di Villa Certosa, di Torpignattara, dei quartieri della periferia sud-est della Capitale; una storia che non sfuggì all’occhio vigile e all’intelletto di quel disgraziato scrittore-poeta-cineasta che fu Pier Paolo Pasolini, l’unico che riuscì a trasfigurare poeticamente e tramite commoventi immagini (Ragazzi di vita, Una vita violenta, Accattone, Mamma Roma), le umili e umanissime vicende dei proletari, uomini e donne, abitanti nelle “borgate beduine” della “splendida e misera città”, “un esercito accampato nell’attesa di farsi cristiano nella cristiana città, occupa una marcita distesa d’erba sozza nell’accesa campagna” (cit. da Le ceneri di Gramsci, 1957); una storia che ci vide, in quanto immigrati e in quanto militanti, protagonisti e, oggi, conservatori e trasmettitori della memoria alle future generazioni.

Allo stesso modo va apprezzata la scelta del titolo del libro: Morire per un libro riveste, infatti, un duplice significato. Da una parte non fa altro che semplicemente rinviare al fatto, nudo e crudo, che la morte di Ciro fu causata dal tentativo da lui compiuto di recuperare quel libro che l’assassino, Claudio Minetti, aveva rubato nella piccola biblioteca popolare della sezione PCI Nino Franchellucci, quella sera del 19 aprile 1979, in via Torpignattara n. 97; dall’altra rimanda (questo è il significato più profondo o “latente”, per usare un linguaggio freudiano) alla dicotomia tra fascismo (impersonato da Minetti) e antifascismo (impersonato da Ciro). Il fascismo significa disprezzo per la cultura, uso strumentale e mistificatorio (o addirittura provocatorio) dei libri; il fascismo non ha bisogno di libri (preferisce bruciarli), esso si accontenta di slogan, quali “credere, obbedire, combattere”; per credere non c’è bisogno di libri, che possono essere pericolosi; basta un Capo, un Duce, che ti comanda ciò che devi credere e per cui devi combattere. L’antifascismo è ansia di libertà, di autonomia, di autodeterminazione, è esaltazione del dubbio e della ragione, del sapere, della conoscenza e della scienza; è tutela delle diversità e delle minoranze di qualsiasi genere; si esprime con valori che sono universali e che competono ad ogni individuo, senza alcuna discriminazione. Il fascismo è chiusura (delle città, delle nazioni, dei porti, delle categorie sociali). L’antifascismo è apertura (alla mobilità sociale, alla crescita culturale, ai confini tra le nazioni, alla conoscenza e allo scambio reciproci). Il fascismo non ha bisogno di libri; l’antifascismo si. Ecco perché il titolo del libro di Marcon, così come il murales di Villa Certosa, è sacrosanto: immaginare Ciro Principessa senza un libro in mano risulta impossibile.

Infine è del tutto giustificato, anzi fortemente funzionale all’intento dell’opera, il metodo impiegato da Marcon per sviluppare la sua narrazione: è il metodo investigativo, dell’indagine storica e giudiziaria al tempo stesso. Un metodo che si serve delle testimonianze e dei documenti; testimonianze rappresentate dalle dichiarazioni di chi Ciro lo ha conosciuto bene, vale a dire i suoi amici più cari, i suoi familiari, i suoi compagni di partito. Essendo personalmente coinvolto (vi appaio, in varie pagine, nella veste non so fino a che punto attendibile di “autorevole ed austero” prof. di storia e di filosofia) in queste categorie sopra elencate, avverto il commosso dovere (anche a nome di Paolo, Claudio, Pippo, Raffaele, Ivano, Mauro, Luigi, Brunella, Lina e tanti altri) di ringraziare l’autore del libro per la sua pregevolissima e riuscitissima fatica.

Giulio Marcon, Morire per un libro, Ed. Eretica Stampa Alternativa, Roma 2019

 

Francesco Sirleto


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  1. Encomiabile l’intento, perfettamente riuscito,di tener desta la memoria storica. Grazie.

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