

L’episodio di sabato 27 dicembre non è un caso isolato, ma l’ennesimo segnale di un sistema al limite. Secondo la Fns Cisl Lazio, mancano circa 200 poliziotti penitenziari
Sono da poco passate le 13.30 quando, all’interno del carcere di Rebibbia, la tensione esplode all’improvviso.
Nel reparto G9 un giovane detenuto di origine marocchina si scaglia contro un agente della polizia penitenziaria.
Un attimo, poi la violenza: una testata al volto, violenta, improvvisa. Il poliziotto crolla, il sangue, la corsa per i soccorsi.
Il bilancio è pesante: naso rotto e 20 giorni di prognosi. L’ennesima aggressione consumata dietro le sbarre di uno dei penitenziari più grandi e affollati d’Italia, dove la sicurezza è sempre più fragile e il confine tra controllo e caos si fa sottile.
L’episodio di sabato 27 dicembre non è un caso isolato, ma l’ennesimo segnale di un sistema al limite.
Rebibbia oggi ospita 1.655 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.171 posti: 484 persone in più, stipate in celle già sovraffollate, in spazi ridotti, dove la tensione cresce giorno dopo giorno.
Un sovraccarico che ricade direttamente sugli agenti. Secondo la Fns Cisl Lazio, mancano circa 200 poliziotti penitenziari rispetto a una dotazione organica che dovrebbe contare 782 unità.
Un vuoto che costringe chi è in servizio a turni massacranti, carichi di lavoro insostenibili e a gestire situazioni sempre più complesse con risorse ridotte al minimo.
«Le celle sovraffollate – sottolinea il sindacato – non consentono percorsi trattamentali efficaci, indispensabili per ridurre la recidiva e favorire il reinserimento sociale».
Una criticità strutturale che, unita alla carenza di personale, trasforma ogni giornata in una prova di resistenza, dove il rischio diventa routine e lo stress una costante.
L’aggressione di sabato riporta così al centro dell’attenzione una realtà che da tempo chiede risposte.
Più uomini, più spazi, più sicurezza. Perché dietro quei cancelli non ci sono solo detenuti da sorvegliare, ma agenti che ogni giorno entrano in servizio senza sapere se torneranno a casa senza ferite.
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