Roma, la piaga dello sharing: quaranta caschi rubati ogni mese. E il mercato nero finisce sul web

I numeri della Capitale restano quattro volte superiori a quelli di Milano e Torino. Sotto inchiesta non solo giovanissimi ma anche professionisti: si rischia la ricettazione

Non solo sosta selvaggia e atti vandalici. Nel variegato catalogo delle criticità che stringono d’assedio la micromobilità sostenibile all’ombra del Colosseo, il furto sistematico dei caschi protettivi dai bauletti degli scooter in condivisione si conferma una ferita aperta.

Un fenomeno che, sebbene mostri una leggera flessione rispetto ai record negativi dei periodi scorsi, continua a tormentare gli operatori del settore, costretti a fare i conti con decine di denunce mensili e pesanti ripercussioni sulla disponibilità della flotta.

A tracciare i contorni del problema sono i report interni di Cooltra, colosso europeo del settore che nella Capitale schiera una flotta di circa 1.500 ciclomotori a propulsione elettrica.

Nella sola area metropolitana di Roma, l’azienda registra una media che tocca le quaranta sparizioni mensili di dispositivi di protezione.

Si tratta di una statistica sensibilmente più pesante rispetto a quella delle altre grandi città italiane: a Milano e Torino, infatti, i furti segnalati si attestano stabilmente poco sopra le dieci unità al mese.

Il danno economico e il profilo insospettabile dei responsabili

Per i gestori delle piattaforme di sharing, la sottrazione del casco rappresenta una criticità che va ben oltre il valore intrinseco del singolo oggetto.

Il vero danno economico risiede nel forzato congelamento operativo del mezzo: per ovvi motivi di sicurezza e in linea con le prescrizioni del Codice della Strada, uno scooter privo di equipaggiamento protettivo deve essere rimosso dall’applicazione e bloccato sul posto, restando inutilizzabile per l’utenza fino al momento del ripristino da parte delle squadre tecniche.

Le attività d’indagine scaturite dalle querele presentate dai legali delle compagnie hanno restituito un quadro sociologico inaspettato.

Lontano dallo stereotipo del vandalismo legato esclusivamente a cerchie di giovanissimi, i fascicoli d’inchiesta hanno intercettato una platea di indagati decisamente trasversale.

Tra i soggetti sottoposti ad accertamento da parte delle forze dell’ordine figurano infatti studenti universitari, professionisti e persino dipendenti della pubblica amministrazione.

Dai risarcimenti privati al monitoraggio dei portali di e-commerce

Le conseguenze per chi decide di appropriarsi di un casco logato o viene trovato in possesso dello stesso sono severe.

Trattandosi di materiale di provenienza illecita, il rischio concreto è quello di un’iscrizione nel registro degli indagati per i reati di ricettazione o riciclaggio, fattispecie penali che rischiano di compromettere la carriera lavorativa o l’accesso ai concorsi statali.

Proprio per evitare gli strascichi di un processo, diversi indagati hanno optato per la via del risarcimento stragiudiziale: in molti casi la vicenda si è conclusa con il versamento di indennizzi commerciali vicini ai 400 euro a favore della società, accompagnati da lettere ufficiali di scuse.

L’ultimo fronte della battaglia per la legalità si è spostato sulla rete. Gli investigatori hanno accertato che una parte consistente dei dispositivi rubati viene immessa in tempi record sui canali della compravendita dell’usato e sui mercati digitali, camuffata da normali accessori motociclistici privati.

Una deriva commerciale che ha spinto l’ufficio legale della società di sharing a stringere i contatti con i principali portali di annunci web, chiedendo l’implementazione di filtri più rigidi e una cooperazione immediata per intercettare e oscurare le inserzioni sospette prima della vendita.

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