S. Giuseppe alla Lungara e le opere di Mariano Rossi

di Antonella Tedesco - 3 novembre 2010

Percorrendo il Lungotevere in direzione di Regina Coeli, vi sarà capitato di scorgere una chiesetta: si tratta di S. Giuseppe alla Lungara. Essa racchiude un patrimonio a molti sconosciuto: delle bellissime opere di un certo Mariano Rossi.
Entrando nella piccola chiesa si respira una grande serenità e si rimane subito colpiti dalle tre bellissime pale d’altare restaurate di recente: “Il sogno di S. Giuseppe” realizzata dal Rossi tra il 1764 e il 1774; le sue dimensioni sono m. 2,30 per 5,00 e termina a tutto sesto. Lateralmente se ne scorgono altre due: “L’Adorazione dei Magi” e “La strage degli Innocenti” realizzate dopo il 20 luglio del 1765 ma prima del 7 aprile 1767, come testimonia il libro delle spese, ed hanno le stesse dimensioni m. 2,60 per 2,00.

Anche i tredici riquadri della cantoria sono del Rossi: quello centrale, realizzato in olio su tela, di dimensioni m. 1,40 per 1,00, raffigura “Gesù nell’orto del Getsemani”, gli altri i dodici Apostoli a mezzo busto con i loro simboli caratteristici e hanno come dimensioni 70 X 60 cm. Sono i dipinti più interessanti e di maggior spessore presenti nella chiesa e furono realizzati nel 1764 quando venne innalzata la cantoria che ospita un bellissimo organo Worle di notevole pregio.
Come riporta una ricevuta datata 7 febbraio 1765, il pittore affermò di aver percepito da p. Antonio Pavone 250 scudi per 24 quadri: i 13 della cantoria, i 4 tondi nelle nicchie angolari ed altri 7 dipinti dislocati rispettivamente uno sull’altare e gli altri per la cappella e le stanze del convento. In data 9 aprile 1767, si legge sul libro delle spese che il pittore ricevette altri 70 scudi “per regalo di altri due quadri laterali all’Altar Maggiore di S. Giuseppe.
I quattro tondi su tela, di m. 1,10 di diametro, racchiusi in cornici di stucco, delle quattro nicchie angolari della chiesa. Anche queste furono dipinte intorno al 1764. Nella nicchia posta sopra la porta della ex sacrestia, entrando a sinistra, è raffigurata la “Nascita di Gesù”. Dal libro della procura si legge che fu posto lì dallo stesso Mariano nel 1784: il bambino Gesù è posto nudo, al centro del tondo, poggiato su dei lini, lateralmente la Madonna lo guarda amorevolmente, più indietro, in atto di adorazione e protezione, S. Giuseppe. Nella seconda nicchia a sinistra, sulla porta dell’attuale sacrestia, “Lo sposalizio della Vergine”: La madonna, posta sulla destra, indossa la tipica veste rossa con il manto azzurro e tende la mano a S. Giuseppe che a sua volta le mette l’anello nuziale al dito; dietro di loro s’intravede Simeone nell’atto di congiungere le loro mani.
Entrando sulla destra si può ammirare “Gesù nella bottega di S. Giuseppe”: S. Giuseppe indossa una veste azzurra ed è ripreso mentre ammaestra il piccolo Gesù. A destra appare la figura della Vergine che quasi li spia. Il tondo della seconda nicchia, invece, narra “La morte di S. Giuseppe”: Il santo è posto sul letto di morte tra le coltri di seta gialla che guarda amorevolmente Gesù, raffigurato a sinistra, chino sul morente, con una veste rossa e con la mano sinistra sulla spalla del padre putativo morente. Dall’altra parte, la Vergine in veste azzurra con un’espressione fortemente addolorata. La scena appare nel suo complesso molto toccante.

Proseguiamo il nostro viaggio all’interno della sacrestia dove si può ammirare sul soffitto il “Trionfo della Chiesa”. La Chiesa è un’allegoria femminea inginocchiata su nubi, bionda con elmo piumato mentre regge con la mano destra una candela; innanzi a lei si trovano due angeli che recano in mano rispettivamente due libri e il calice con l’ostia e un terzo angelo che scende al centro, nell’atto di incoronare con la tiara l’allegoria della Chiesa, il tutto illuminato da destra dal sole che si scorge tra le nubi. Venne realizzato dal Rossi nel 1768 di dimensioni m. 1,20 per 2,50 e che come riportato a p. 61 del Giornale della Spesa commissionato nell’ottobre del 1768 e come riporta il libro della procura busta 3560/2 del marzo 1770:
“Per il quadro della sacrestia fatto da tre anni dal Sor Mariano coll’oracolo della Consulta di Casa, per tela, colorato e pittura a lui scudi 16, vale 60”.

Di un certo interesse è anche l’ex cappella del convento al primo piano dello stesso. Naturalmente anche questa è stata affrescata sul soffitto. Il soggetto è “La Carità” realizzata da Mariano Rossi nel 1764 di dimensioni m. 3,00 per 1,50. Sopra l’altare di legno di fronte all’entrata è rappresentata, entro una cornice di stucchi con motivi floreali, “La Sacra Famiglia nella grotta di Betlemme”: è contemporanea all’affresco ed è dello stesso autore ma, come è visibile anche ad occhio nudo, venne ritoccata in seguito da altri pittori in maniera non sempre opportuna. Ad arricchire il tutto vi sono sulle pareti, figure allegoriche in bianco e nero rappresentanti la Chiesa e le sette virtù rispettivamente Cardinali e Teologali.

La maggior parte degli studiosi è concorde sul fatto che l’autore a Roma, assorbì in parte l’accademismo barocco del Maratta e in parte la tendenza neoclassica del suo maestro Benefial. Quest’ultimo temperando così l’estrosità e l’impeto dei solimeneschi e dimostrando una non comune forza di assorbimento e di assimilazione.
È precisamente questa rara qualità di fondere elementi di scuola napoletana e di scuola romana, la caratteristica dell’arte del Rossi, per cui egli è stato ben definito un tipico rappresentante della tarda corrente barocca napoletano-romana. Al Neoclassicismo, affermatosi quando la sua personalità artistica era già ben formata e definita, il Rossi concesse solo la scelta degli argomenti di molte opere secondo gli schemi che tale movimento artistico metteva in voga, ma il suo modo di dipingere non venne influenzato dalla nuova concezione artistica. Infatti la pittura neoclassica sottostava a leggi ben definite che impoverivano i mezzi del pittore che, preoccupato esclusivamente di tali leggi, perdeva di vista i problemi di luce, colore, aria aperta e di movimento da venire a creare composizioni fredde e astratte immerse in una luce gelida.
È stato anche rimproverato al Rossi il ripetersi con frequenza nonostante sia tipico dei pittori con una vasta produzione anche su commissione. Altro difetto che gli è stato rimproverato è qualche scorrettezza di disegno e qualche errore nelle proporzioni ma l’effetto del chiaroscuro, l’armonia delle tinte e il talento nella composizione conquistano anche l’osservatore più meticoloso e ne fanno uno dei più grandi esponenti del tardo barocco italiano.

MARIANO ROSSI: UN SACCENSE A ROMA

Mario Antonino Russo nacque a Sciacca, in provincia di Agrigento, l’8 dicembre del 1731 da un artigiano, Francesco Russo e da una casalinga, Margherita Cottone e soltanto in seguito cambiò il suo cognome in Rossi.
Fin da piccolissimo apprese i primi rudimenti sulla pittura alla bottega Gaspare Testone. Quest’ultimo avendo intuito le doti straordinarie del ragazzo e grazie a Don Gioacchino Manno, Barone di Lazzarino, lo inviò a Palermo alla scuola di Filippo Randazzo. Alla morte di quest’ultimo, nel 1747, Mariano Rossi partì alla volta di Napoli dove rimase per tre anni per poi trasferirsi a Roma dove, accolto dal sacerdote Antonio Pavone, venne indirizzato alla bottega di Marco Benfial. Sempre grazie a lui che gli vennero commissionati i lavori di S. Giuseppe alla Lungara, dato che questo sacerdote in quel periodo era Procuratore in quella Casa.
A soli 23 anni partecipò al Concorso di Pittura indetto dalla prestigiosa Accademia di S. Luca il 10 maggio 1754, dove ricevette il secondo premio per il disegno a soggetto biblico “Elia che ordina al popolo l’arresto dei falsi profeti di Baal”.
Venne ben presto definito l’erede del Conca. A tal proposito Giancarlo Sestieni afferma di lui così:
“Le sue qualità in questo campo traggono origine da innegabili doti naturali alimentate in gioventù dal fascino di grandi decoratori napoletani, in primis certamente il Giordano […]Le sue capacità si estrinsecano colle numerose tele di S.Giuseppe alla Lungara […]. Di queste opere l’autore presenta tre bozzetti, assai atti ad evidenziare le peculiarità più positive di Mariano anche se il fattore determinante della sua originalità resta la sua sinteticità espressiva”.

La proclamazione avvenne sei mesi dopo con una solenne celebrazione in Campidoglio; il 5 ottobre del 1766 venne accolto tra i membri dell’Accademia stessa e il 21 dicembre vi si insediò anche come accademico.
Intorno al 1772 tornò a Roma dove sposò per procura la cugina Rosa Navarra dalla quale ebbe tre figli, Tommaso, Arcangelo e Teresa.
Anche il figlio Tommaso seguirà la strada della pittura ma non riuscirà mai ad eguagliare il padre.
Due anni dopo, nel 1774, realizzò il suo capolavoro per eccellenza: il cardinale Scipione Caffarelli Borghese gli commissionò la decorazione della volta del salone d’ingresso alla palazzina di Villa Borghese che oggi è sede dell’omonima galleria L’affresco rappresenta l’Apoteosi di Romolo, accolto da Giove sull’Olimpo, mentre propizia la vittoria dell’eroe romano Furio Camillo contro i Galli, guidati da Brenno.
Nel 1796 venne eletto Censore alla prestigiosa Accademia di S. Luca assieme all’architetto Virgilio Bracci. Dai verbali delle sedute conservati nell’archivio dell’Accademia, risulta che l’ultima assemblea a cui partecipò fu quella del 1° febbraio 1801. Tuttavia, malgrado i numerosi riconoscimenti e opere commissionate per le principali città italiane, la vita del Rossi non fu tutta rose e fiori, anzi, gli eventi storici di quegli anni e la rivoluzione napoleonica condizionarono molto la sua vita. Nel 1799 nel corso di un tumulto provocato da alcuni rivoluzionari, sia italiani che francesi, rimase ucciso un ufficiale francese e questo provocò inevitabilmente l’occupazione francese di Roma. Il generale Berthier marciò sulla città occupandola e saccheggiando parte dei tesori del Vaticano. Ridottosi quasi in miseria in seguito anche all’arresto di papa Pio VI, il Rossi fu costretto a rifugiarsi in Sicilia al seguito di Ferdinando IV di Borbone e vi rimase fino al 1804, dirigendo l’Accademia di Disegno di Palermo.
Il suo stile pittorico era chiaro e assai cromatico, con grandi effetti decorativi. A dimostrazione della sua importanza sta il fatto che i suoi incarichi venivano quasi sempre da sovrani o eccezionali autorità come cardinali, principi o ricchi borghesi.
Fu autore assai prolifico, tanto che molti studiosi ritengono che ancora oggi non gli sia stato attribuito tutto il lavoro artistico.
Nel 1806 venne richiamato dal re a Caserta ma, data l’invasione di Napoleone, tornò nuovamente a Roma, dove si spense in solitudine per una paresi intestinale il 24 ottobre del 1807. Dal verbale della seduta dell’8 novembre 1807 dell’Accademia di S. Luca si legge:
“Essendo passato all’altra vita il nostro collega Mariano Rossi, pittore storico, gli si sono fatte celebrare le solite messe di suffragio […]”.

Venne sepolto nella chiesa di S. Susanna anche se purtroppo non si conosce il luogo esatto della sepoltura come risulta anche nei registri parrocchiali della chiesa di S. Susanna, nel libro dei morti N. IV che va dal 1787 al 1821 a pag. 315 e di cui riportiamo integralmente il testo:
“Die 24 octobris 1807 Marianus Rossi, icilianus maritus Rosae Navarrae, aetatis suae 76, morbo correptus, sacramentaliter confessus, SS.mo viatico refectus, oleique S. Unctione et Papali benedictione munitus animaeque, commendatione usque ad ultimum adiutus, in comne S.M.E. Animam Deo reddidit hora octava noctis, eiusque cadaver hac in mea Parrochiali Ecclesia delatum et expositum abque cum capsa post solemnem Missam tumulatum fuit”.

D. Pini P.r. S. Susannae

Foto 1: S.Giuseppe alla Lungara, altare principale, Il sogno di S. Giuseppe, Mariano Rossi, Roma, 1764-1774.
Foto 2: Mariano Rossi, La Nascita di Gesù, 1784.
Foto 3: La Sacra Famiglia nella grotta di Betlemme, Mariano Rossi, Roma, S.Giuseppe alla Lungara, ex cappella del convento, 1764.
Foto 4: Libro delle Lodi e delle Belle Arti, Relazione sulle classi di pittura, Concorso bandito dall’Accademia di S. Luca il 1764.  


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