Scuola dopo il lockdown: un salto nel buio ma ricco di opportunità

Intervista alla dirigente scolastica Elena Biondi dell’Istituto Comprensivo “Donatello” nel VI Municipio sulle prospettive di un anno scolastico pieno di novità, incertezze e trasformazioni
Camilla Dionisi - 27 Settembre 2020

Le misure e le disposizioni adottate nelle scuole conseguenti al Covid-19 hanno messo in difficoltà studenti e professori, ma soprattutto chi è alla direzione delle strutture scolastiche stesse. Ecco la testimonianza della dirigente scolastica Elena Biondi dell’I.C. “Donatello”, nel VI Municipio (“delle Torri”) del Comune di Roma che accoglie un bacino d’utenza molto vasto (Villa Verde, Villaggio Breda, Torre Gaia, Tor Bella Monaca, Tor Vergata, Torre Angela, Giardinetti, Torrenova, Fontana Candida, Due Leoni, Borghesiana, Finocchio). Nonostante i disagi di “governare l’imprevedibile”, la dirigente è pronta ad accogliere con ottimismo i cambiamenti che ne derivano e che possono diventare occasioni irripetibili di trasformazione.

Come è riuscita ad organizzare questa fase iniziale dell’anno scolastico? Quali difficoltà ha incontrato?

È stato sicuramente impegnativo, considerando anche il contesto relativo ai contagi in costante evoluzione, aspetto che ha gravato con tutta la sua dimensione di incertezza.

All’inizio dell’estate, concluse le operazioni finali di un anno anomalo, sono stati presi immediati contatti con l’Ente locale, da cui dipende la gestione degli immobili scolastici. Facendo riferimento alle indicazioni ministeriali e alle Linee guida dettate dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico), si sono focalizzate le esigenze immediate, legate agli spazi necessari per garantire il distanziamento. Sono state settimane senza sosta e di costante ripensamento: lo stesso CTS ha progressivamente mutato la valutazione della distanza tra gli alunni, prima dinamica, poi statica. Nella prima valutazione nessuno spazio dell’istituto risultava sufficiente a garantire una frequenza regolare, quindi diventava necessaria la ricerca di ulteriori spazi (tensostrutture, aule presso enti territoriali esterni, rimodulazione degli spazi interni destinati ad altro uso); con l’adozione del distanziamento statico si sono potute, invece, valorizzare le potenzialità dei layout disponibili e provare a garantire il distanziamento con quanto era in nostro possesso in termini di spazi – molto vasti rispetto alle scuole viciniori – e di arredi. Quest’ultimi andavano limitati e ripensati nel loro utilizzo: assecondando un po’ la mia passione per la didattica laboratoriale, ho proposto al Responsabile della Sicurezza una disposizione di banchi a “isola” che non solo garantisse la distanza, ma che proponesse necessariamente una rivoluzione copernicana della didattica, in direzione non frontale.

Altro aspetto che ha avuto una genesi travagliata è stato la necessità di limitare l’assembramento in entrata e in uscita, quindi la conseguente ricerca di percorsi nuovi per i flussi e il differimento degli orari, creando non pochi problemi alla commissione che elabora l’organizzazione interna delle lezioni. Ancora oggi, tentiamo di valutare l’efficacia delle scelte adottate e si interviene laddove si evidenziano criticità. Un lavoro in progress, certamente condizionato dall’urgenza. Devo ammettere, infatti, che, finché gli alunni non sono entrati in classe, molte soluzioni teoriche non hanno trovato conferma nella loro efficacia. Questa è stata la difficoltà maggiore con cui ci si è dovuti confrontare: l’essere privi di riferimenti o di analogie con esperienze similari, quindi affidarsi esclusivamente al buon senso.

Non è stato facile considerando che sono una neo Dirigente, quindi all’inesperienza naturale derivante dal mio recente ruolo si è aggiunta anche la difficoltà oggettiva di governare l’imprevedibile.

Ultimo aspetto, non secondario, è la difficile gestione delle informazioni ufficiose diffuse dai media, capaci di rendere meno efficace o autorevole la nostra comunicazione e veicolo di convinzioni non sempre coerenti con il quadro ufficiale e con gli obiettivi di sicurezza che vanno coniugati in un anomalo “ritorno alla normalità”.

Quale è stata la reazione delle famiglie e dei ragazzi nei confronti delle nuove norme da rispettare? Gli insegnanti la stanno supportando?

Sorprendentemente famiglie e ragazzi hanno mostrato, salvo pochissimi casi, estremo senso civico e rispetto per regole evidentemente non naturali e dettate dall’emergenza. Mi hanno sorpreso in particolare gli alunni della scuola primaria, costantemente dotati di mascherina, rispettosi della distanza e delle indicazioni igieniche necessarie per la convivenza in classe. Sono loro che ci dimostrano che è possibile il rientro a scuola in un contesto condiviso di regole. La loro capacità di ottemperare alle disposizioni deriva senz’altro anche dalla preparazione a questo scenario operata dalle famiglie nelle settimane precedenti al ritorno in classe. Un bell’esempio di cooperazione scuola-famiglia.

Anche i docenti hanno condiviso pienamente l’obiettivo che ci premeva di tornare a fare scuola in presenza: l’esperienza della didattica a distanza, nonostante il rafforzamento effettivo delle capacità digitali del corpo insegnante e degli alunni, ha mostrato tutta la carenza del contatto umano, dello sguardo e della contiguità. Fare scuola è questo: crescere nella relazione, da cui deriva naturalmente l’attitudine per l’acquisizione di conoscenze e competenze. Rinunciare al contatto, si rivela critico nella didattica: in fondo il digitale è un mezzo non un fine.

Alla luce di queste considerazioni, è apprezzabile che i docenti abbiano scelto di fare scuola, in alcuni casi anche di rischiare, vista l’età e le singole situazioni personali. Questo dimostra che la scuola è una scelta professionale altamente motivante e motivata. La nostra scuola ha aperta ormai da dieci giorni e mi sono rallegrata nel registrare una totale disponibilità da parte degli insegnanti a supportare indicazioni, regolamenti e nuove disposizioni dettate dall’emergenza.

 

In che modo è cambiato il piano di lavoro annuale di una scuola al tempo del Coronavirus?

Il Coronavirus ci condiziona in tutto: innanzitutto, occorre evitare assembramenti, quindi tutte le riunioni collegiali sono ragionevolmente ricondotte alla modalità telematica che, se da una parte, avvantaggia la partecipazione, dall’altra – come si è detto prima – depriva del contatto umano, essenziale quando si parla di relazioni. Secondariamente, si sono dovute già prevedere le modalità per non perdere il contatto con la componente genitori, solitamente coinvolta nelle attività scolastiche, specie negli aspetti di partecipazione condivisa. Assemblee, elezioni dei rappresentanti, ricevimento genitori andranno gestiti in remoto finché non finirà l’emergenza, a discapito di coloro che hanno una scarsa competenza digitale o carente dimestichezza con tali mezzi. Infine, la progettualità subisce un evidente limite: viaggi di istruzione, visite didattiche, attività a classi aperte, gruppi di lavoro promiscui sono, purtroppo, sconsigliati e interdetti a causa della pandemia. La didattica sarà concentrata sul recupero delle competenze, nell’ambito dei Piani individualizzati di apprendimento definiti per ciascuna classe, e, laddove possibile, si cercherà non solo di predisporre percorsi di recupero per le esigenze di tutti, ma anche favorire occasioni di valorizzazione delle eccellenze, in un’ottica di personalizzazione dell’apprendimento degli alunni.

Secondo lei la pandemia ha rappresentato un punto di non ritorno per la scuola?

È evidente che stiamo vivendo un momento storico inusitato. Ricordo, nella mia esperienza di insegnante di lettere in un liceo, di aver letto numerose volte con gli alunni la nota cornice del Decameron, in cui – più che gli effetti fisici della peste – a colpire sono gli effetti sociali sui superstiti e l’embrionale cambiamento culturale dettato dal trapasso verso una nuova epoca. Sconvolgimenti del genere creano dolorosi cambiamenti ma, al contempo, occasioni irripetibili di trasformazione.

Sono persuasa che la scuola coglierà quest’occasione di trasformazione, ne valorizzerà le potenzialità digitali, se ne farà interprete in direzione di una rimodulazione della didattica verso forme più prossime al mondo in evoluzione della nuova generazione. È sempre più evidente che sono svolte del genere a ingenerare necessità: la didattica a distanza e, ora, la didattica digitale integrata – anche con i limiti precedentemente descritti – possono dare risposte ad esigenze di inclusione o di partecipazione mai ipotizzati prima. Insomma, un salto nel buio, ma ricco di opportunità da cogliere.

Ci descriva brevemente l’utenza della sua scuola (tessuto sociale e aree di provenienza dei ragazzi)

 I nostri ragazzi appartengono ad un bacino vasto e variegato: siamo nella periferia sud-est della capitale, lungo una strada consolare che attraversa le diverse borgate popolari da cui proviene la nostra utenza. Essa si estende dal Consorzio di Villa Verde, dove è collocata la scuola primaria e dell’infanzia, a quello di Torre Gaia, nelle cui prossimità sorge il plesso della secondaria, ma accoglie anche utenza dalla vicina Tor Bella Monaca, dalle borgate di Borghesiana, Finocchio sino a Ponte di Nona. Il tessuto sociale, quindi, risulta estremamente diversificato, espressione di esigenze diverse, partendo dalla funzione meramente educativa e arrivando all’inclusione socio-economica, al supporto familiare sino a forme assistenziali per strati sociali deprivati. Il nostro sostegno a queste famiglie durante il periodo di lock-down non è mai venuto meno: abbiamo fornito su richiesta dispositivi digitali in comodato d’uso gratuito e assistenza digitale a chi ne facesse richiesta. La scuola è rimasta un punto di riferimento sempre.

 

Camilla Dionisi


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