

Al capolinea del 12 barrato, nello slargo, che ora non c’è più, tra via Prenestina e via della Serenissima
I bigliettai e i conducenti del 12 barrato, che effettuava le corse limitate del tram 12, utilizzavano il “bussolotto verde” del capolinea della “Serenessima” per ripararsi, per regolare le corse e per “staccare i biglietti”.
Il casotto dell’ATAC era una garitta dipinta di quel verde ministeriale tipico dei tram di quegli anni.
Lì dentro entrava il bigliettaio o il controllore dell’ATAC, spesso un uomo di mezza età con la divisa scura e il berretto piatto, che vendeva i biglietti di carta ruvida e scambiava sempre due battute in dialetto con i passeggeri in attesa. Per i passeggeri era un punto di riferimento.
Il “bussolotto verde” era un faro nello slargo polveroso sulla via Prenestina, che sembrava quasi finire all’incrocio di via della Serenissima e via Tor dè Schiavi.
Intorno al 1930 i tram vennero “cacciati” dal centro storico di Roma, furono sostituiti dagli autobus.
Vennero creati dei percorsi di trasporto pubblico per collegare il centro città con i quartieri periferici e largo Preneste divenne il capolinea della nuova linea tranviaria 12, l’altro capolinea era a piazza dei Cinquecento.
Con l’espansione dei quartieri popolari e delle borgate e la nascita dello stabilimento tessile della SNIA Viscosa i binari vennero progressivamente allungati.
Intorno al 1955 la linea 12 fu prolungata prima a Villa Gordiani e l’anno dopo arrivò nel cuore di Centocelle, a piazza dei Gerani.
In pieno boom demografico la linea tranviaria 12 non riusciva più a sostenere il flusso di passeggeri nelle ore di punta e venne istituito il 12 barrato, una linea di “rinforzo speciale a corsa limitata”.
Partiva sempre da piazza dei Cinquecento, come il 12 ordinario, ne ricalcava il percorso lungo via Principe Eugenio, Porta Maggiore e via Prenestina, ma non arrivava a Centocelle.
Nelle ore di punta il marciapiede del capolinea “Serenissima” del 12 barrato si riempiva, c’erano gli operai della SNIA Viscosa e delle officine della zona con le tute blu e le borse del pranzo, c’erano le donne che andavano a fare i servizi o al mercato di piazza Vittorio con le borse della spesa di rete, c’erano gli studenti diretti verso gli istituti scolastici.
Nelle mattine d’inverno, avvolti nei cappotti pesanti o giacconi da lavoro, si aspettava il tram al capolinea battendo i piedi per terra per scaldarsi, il fumo delle sigarette si confondeva con il vapore del respiro.
Il capolinea del 12 barrato era posizionato dopo l’anello del binario che permetteva alle storiche vetture a due assi l’inversione in direzione del centro città.
Il 12 barrato, partito dalla stazione Termini, discendeva la via Prenestina verso via della Serenissima e via Tor de’ Schiavi, girava e invertiva la marcia per poi fermarsi al capolinea non molto lontano da Villa Gordiani.
Era il “sussidio” nelle ore di punta della linea madre, ma per decenni ha rappresentato la spina dorsale della mobilità operaia e studentesca lungo l’asse della via Prenestina.
Il 12 barrato era una vettura “Moto Rotaie Saglio” che i pendolari sentivano parte di se stessi.
All’interno, lungo le fiancate, correvano file singole di sedili in listelli di legno lucido, curvi e lisciati da migliaia di gonne e pantaloni che vi si erano seduti sopra, erano freddi e duri ma avevano un profumo inconfondibile.
Era difficile con il caldo torrido estivo viaggiare sul tram, i finestrini di vetro pesante si abbassavano tirando una maniglia di metallo, il vento entrava caldo portando dentro la polvere della strada e il rumore della città.
In inverno i vetri pesanti si appannavano completamente per il calore umano all’interno e i passeggeri toglievano l’appannamento con la manica del cappotto o il giaccone di lavoro per vedere a che fermata si era arrivati.
Quando il tram doveva invertire la marcia e riprendere la via del ritorno , il conducente apriva la porta anteriore e scendeva sui binari, tra le mani stringeva il “ferro“, una lunga asta metallica a forma di piede di porco, con un movimento secco e deciso infilava la punta dello strumento nello scambio, spingendo con tutto il peso del corpo spostava la rotaia e indirizzava il tram sulla via del ritorno.
Subito dopo, risaliva i tre gradini di ferro, richiudeva la porta a libro anteriore col comando a manovella, e il viaggio verso la Stazione Termini poteva ricominciare.
L’arrivo del tram al capolinea della “Serenissima” era affascinante. La vettura ondeggiava sui binari imperfetti, cigolando in ogni sua giuntura di legno e metallo, prima di fermarsi sussultando con il soffio d’aria compressa dei freni.
Le ruote di ferro pieno sulle rotaie di ferro non scivolavano in silenzio, il tram imboccava l’anello di inversione, lo stridore diventava un urlo acuto, un lamento metallico, ma era un rumore familiare e rassicurante, che sembrava dicesse “Il tram è tornato a casa”.
Poteva non arrivare la svolta burocratica? Arrivò l’estate del 1979 con la decisione di riorganizzare i la numerazione delle linee e il colore: il 12 diventò il 516, il 12 barrato fu rinominata 517, l’arancione prese il posto del verde
Intorno al 1990 l’anello di inversione di via della Serenissima fu teatro di un grave incidente stradale causato dall’impatto tra una vettura e il tram 517 e l’ATAC decise di sopprimere definitivamente la linea e di smantellare l’anello tranviario di via della Serenissima.
Il tram 12 barrato è stato “cacciato” dalla periferia est di Roma, anche lo slargo non c’è più, le macchine parcheggiate in modo disordinato ora occupano l’originaria sede tranviaria e lo storico anello del capolinea che è stato smantellato.
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.