“Vorrei che fossi qui” di don Gabriele Vecchione

Nel volume pubblicato da Edizioni Piemme, il rumore della speranza. L’incontro con l’autore prima del libro

Per anni, la Cappella della Divina Sapienza è stata il mio rifugio. Durante le pause dal lavoro in ufficio cercavo lì un momento solo mio, immerso nel silenzio. La chiesa era quasi sempre vuota, priva di movimento o attività. Per me andava bene così, convinto che quel vuoto fosse necessario… finché – come dice una canzone – “sei arrivato tu“.

All’improvviso, quel vuoto ha iniziato a riempirsi di vita. Le bacheche si sono affollate di locandine, i sotterranei polverosi sono rinati diventando l’Aula Studio “Sophie Scholl” e un movimento nuovo, vibrante, ha scosso le mura della cappella. Quel “meraviglioso movimento” aveva un nome e un volto: Don Gabriele Vecchione.

È nata una vera rivoluzione: le attività e le iniziative, da quelle ecclesiali a quelle sociali e di volontariato (come la vicinanza alla realtà del Carcere di Rebibbia), si sono moltiplicate. I giovani universitari hanno finalmente trovato un posto dove vivere il proprio tempo oltre lo studio.

È con questa consapevolezza che ho iniziato a leggere “Vorrei che fossi qui” (Edizioni Piemme). Vedere l’energia che Don Gabriele mette nel ricostruire i luoghi fisici mi ha fatto capire come, in queste pagine, egli cerchi di fare lo stesso con i “luoghi dell’anima”, spesso ridotti in macerie dal dolore o dalla perdita.

Questo libro non è una raccolta di teorie astratte; riflette esattamente ciò che ho visto accadere in università: una chiamata alla presenza.

Don Gabriele scrive come parla e come agisce: con una concretezza che non teme il “rumore” della vita vera, delle domande scomode o del dolore che urla. Non usa il tono del catechista, non sale in cattedra. Al contrario, ci resta vicino, accanto alle nostre debolezze e alle nostre paure.

Si percepisce che questo testo non è nato a tavolino, ma dall’esperienza concreta e, a volte, tragica della vita. Don Gabriele ci insegna che “Vorrei che fossi qui” non è solo nostalgia per chi non c’è più, ma un invito rivolto a Dio e agli altri a stare con noi proprio lì dove la vita pulsa: dove si studia, si lavora e si soffre.

È un libro “accessibile”, oserei dire popolare, che riflette con semplicità una profondità immensa. Ci spinge a capire che la fede non è una corsia privilegiata per sentirsi al sicuro, ma una bussola per orientarci nel mondo.

Il sottotitolo – “Variazioni sulla Settimana Santa” – chiarisce che non si tratta di un mero testo liturgico. Come indica Riccardo Benotti nella sua recensione per la SIR:

È un corpo a corpo con i testi della Passione, condotto giorno per giorno, dalla Domenica delle Palme alla Domenica in Albis, dove l’esegesi biblica si intreccia a storie reali”.

Ancora Benotti : “Il filo conduttore è la solitudine. L’introduzione è una confessione: anni di isolamento, feste a cui non si è invitati, la scoperta che nessuno può comprenderci fino in fondo. Da qui nasce l’intuizione centrale: la solitudine patita diventa preparazione all’intimità con il Gesù solo del Getsemani. Il titolo – preso in prestito dai Pink Floyd – esprime proprio questo: il desiderio che qualcuno sia presente là dove tutto sembra perduto.”

Lo stile di Don Vecchione è diretto, quasi ruvido, ed è una boccata d’aria fresca: niente giri di parole o sorrisi di circostanza. Va dritto al punto, distinguendo chiaramente tra l’ottimismo (spesso illusorio) e la speranza.

La speranza, per lui, non è un ingenuo “andrà tutto bene”, ma la possibilità che ciò che è andato male acquisti, un giorno, un senso. È un messaggio potente, che restituisce dignità al dolore senza nasconderlo dietro frasi fatte.

Nel libro, come spiega lo stesso Don Gabriele, c’è una sorta di esegesi narrativa:

La storia di Gesù è bella, è esemplare, ma a me che sia esemplare non basta. Ho bisogno, per credere, che sia collegata alle storie degli uomini. Il libro è dedicato alla memoria di tre ragazze di cui ho celebrato il funerale… Ho scritto questo libro avendo di fronte i loro genitori; dovevo prendermi cura dell’interpretazione di questa vicenda, altrimenti assurda. Questo volume nasce da una sollecitudine pastorale che il Signore mi ha messo nel cuore”.

Proprio ora che ci prepariamo alla Pasqua, queste pagine acquistano un significato ancora più profondo. La Pasqua non cancella i segni dei chiodi, ma ci dice che quelle ferite possono splendere. Don Gabriele ci accompagna a capire che la Risurrezione non è un colpo di spugna sul passato, ma la certezza che nulla della nostra sofferenza andrà perduto.

Emblematico il sottotitolo del capitolo dedicato alla domenica di Pasqua: “Si supera solo ciò che si attraversa”, una citazione di Carl Gustav Jung che l’autore fa sua per spiegare la trasformazione dei discepoli da persone disperate a evangelizzatori.

L’ultimo capitolo, invece, è stato per me una vera doccia gelata. S’intitola “Risus Paschalis”, un’usanza medievale per cui il sacerdote, durante l’omelia di Pasqua, doveva raccontare una storia che suscitasse il riso dell’assemblea, affinché nella Chiesa riecheggiasse la gioia della vittoria sulla morte. Verrebbe da chiedersi: “Ma cosa c’è da ridere?”. Eppure, come scrive l’autore, un bambino che ride di cuore non è forse la cosa più vicina al Paradiso che abbiamo mai visto?

Chiudo con i versi di Don Lorenzo Milani, citati a pagina 88, che riassumono il senso di questo “corpo a corpo” con la fede: “Gesù ti odio / Tu non mi dovevi chiamare /  Gesù ti odio / Maledetta la tua croce/ Gesù ti odio / Ma non mi lasciare solo/ Gesù ti odio /Ma tu sai se è amore”.

Nota sull’autore: Don Gabriele Vecchione (classe 1988) è un presbitero della diocesi di Roma, cappellano dell’Università La Sapienza e fondatore della Comunità San Filippo Neri, che accoglie ragazzi in condizione di fragilità. Tutti i proventi del libro sono devoluti alla Comunità stessa.


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