Da Pietralata a Settecamini, su e giù per la via Tiburtina

Vincenzo Luciani - 1 Dicembre 2020

Oggi, 29 novembre 2020, camminata di 4 ore e un quarto da via dell’Acqua Marcia fino al Polo Tecnologico (e ritorno), lungo la via Tiburtina, con immagini che spaziano dai lavori stradali eterni e incompiuti, a foto di industrie attive e tanta archeologia industriale lasciata nel più completo abbandono e degrado, resti della Roma antica, senza un cartello che ne indichi l’epoca e la rilevanza, un tratto di basolato dell’antica via, qualche brandello superstite della campagna Romana.

La passeggiata, causa i lavori in corso lungo la via Tiburtina (il tratto da via di Pietralata a San Lorenzo l’avevo percorso e documentato qualche tempo addietro, il 22 novembre https://abitarearoma.it/da-pietralata-al-colosseo/) è stata un po’ rischiosa in un paio di punti. Ma si sa che chi non risica non rosica, anche in campo giornalistico.

Ma procediamo con ordine. Quanto alla scelta della via Tiburtina, oltre al fatto che passa vicino casa, è presto detto.

Costituiva la strada principale di collegamento tra Roma e l’Adriatico (il mio mare, quello dell’infanzia e di sempre da allora, una settantina di anni fa), e il fiume Aniene che l’attraversava (e che l’attraversa) all’altezza di ponte Mammolo, era l’antica via d’acqua utilizzata per il trasporto di materiale da costruzione come il tufo e il travertino nonché, insieme ai suoi affluenti, grande risorsa idrica e vanta una storia e monumenti ragguardevoli, quanto dimenticati.

Dell’Aniene, che ho attraversato anche la mattina del 29 novembre, mi sono occupato più volte in lungo e in largo nei resoconti delle mie camminate, mentre era da tanto tempo che mi ripromettevo di ripercorrere la via Tiburtina in direzione Tivoli (l’antica Tibur da cui prende nome). Cosa che ho fatto domenica 29, avendo in programma di camminare fino al Grande Raccordo Anulare per due ore in andata e per altrettante al ritorno. Tenendo gli occhi aperti e lo smartphone pronto a fotografare le mie emozioni nel viaggio pedestre.

Provenendo da via dell’Acqua Marcia (Pietralata) attraverso via delle Messi d’Oro e via Cassino sono risalito in via Cicogna e ho incrociato via di Ripa Mammea in cui c’è una Torre medievale di cui pochi conoscono l’esistenza.

Da via Casal de’ Pazzi e proseguendo per via Valletta e via Ripa Mammea, sulla sinistra si incontra una salita che porta ad una torre medievale a pianta rettangolare, in scaglie di selce, poi trasformata in casale. Un tempo era separata dal rilievo circostante con un profondo fossato artificiale.

Prima e dopo Rebibbia

Superata via di Ripa Mammea ho imboccato la via Tiburtina in direzione della stazione della metro B di Rebibbia. Prima della stazione sono inciampato piacevolmente in un murale dell’Urban Garden Hotel e con fastidio in cassonetti attorniati da ingombranti vari a terra tra cui una carrozzella in disuso.

Adotta Abitare A

Mi sono rifatto gli occhi poco più avanti con un murale dedicato a un musicista che non conosco.

Superata la stazione (che meriterebbe una ripulita, cosa non ancora programmata dalla giunta capitolina) sul lato sinistro direzione Raccordo (quello che ho deciso di percorrere in andata) ho ammirato la vezzosa ed elegante scuola intitolata a Sibilla Aleramo.

Sul lato di fronte la mastodontica mole del Gerini con il glorioso Teatro in disuso e dall’incerto e ignoto (a noi) destino. Chiederò al nostro redattore Federico Carabetta di indagare le ultime novità (mi accorgo che, salvo mio errore l’ultimo suo articolo risale al 2014 (https://abitarearoma.it/cineteatro-gerini-sequestro/).

Seguono mie contorsioni lungo un percorso accidentato da lavori in corso dai tempi eterni fino allo scheletro tristissimo dell’ex fabbrica Penicillina di cui il nostro giornale si è occupato più volte (https://abitarearoma.it/rioccupata-lex-fabbrica-penicillina-sulla-tiburtina-dopo-soli-40-giorni/)

Tra i numerosi sgomberi e rioccupazioni e poi nuovi sgomberi-passerella per politici, ultimi Salvini e Raggi, si è consumato il dramma di tante famiglie senza casa, Il sito è stato definitivamente sgomberato nel dicembre 2018 e assistiamo alla permanenza di un edificio che grida la sua inutilità, dopo essere stato per decenni una fabbrica di un medicinale che ha guarito milioni di persone.

L’ex fabbrica di penicillina LEO Roma è ciò che rimane di un complesso industriale, al decimo km di via Tiburtina, nel quale era ospitata la produzione farmaceutica dell’antibiotico Penicillina.

Fu inaugurata – leggo da wikipedia – il 21 settembre 1950 alla presenza di Sir Alexander Fleming, scopritore della penicillina, e del conte Giovanni Armenise, proprietario dei terreni.

Fleming lasciò il seguente commento nell’album delle firme: «Ho visto ora la fabbrica di Penicillina LEO ed ho avuto grande piacere. Negli ultimi anni ho visto numerose fabbriche di penicillina, in diversi paesi, ma nessuna era più attraente di questa. (…) La terapia antibiotica non è una fase effimera della medicina. Sarà duratura.» (Alexander Fleming, 21 settembre 1950)

Prima e dopo la sede del IV Municipio

Resta il fatto che in tutti questi anni non si è trovato il modo di recuperare a nuovi usi questo enorme fabbrica che il comune di Roma ha saputo finora imbruttire soltanto. In paesi, più civili del nostro, sarebbe diventato un monumento di archeologia industriale, ma Roma è da sempre subalterna ai sempiterni palazzinari e supporter politici di ogni colore che li assecondano nella distruzione del territorio più che indirizzarli al riuso economico delle tante fabbriche e uffici dismessi).

Passando davanti al ristorante La Torre ricordo che all’interno sono presenti i resti di un sepolcro, posto lungo il tracciato della via Tiburtina.

A mano a mano che avanzo osservo fabbriche vecchie e nuovi manufatti con ampie vetrate che si susseguono lungo la Tiburtina inscatolata da blocchi di new jersey, con scavi su alcuni resti romani di cui non so darvi notizia (qui ci vorrebbe l’amico archeologo Carmelo Calci, profondo conoscitore dell’antica Tiburtina e non solo e che non sento da diverso tempo. Proverò a “sfruculiarlo”).

Procedo intanto tra fabbriche vecchie e nuove e strutture di esposizione e vendita di ogni marca importante di automobili che mi rimbalzano totalmente essendo da sempre un impenitente pedone e quindi allergico alle auto di ogni genere e marca.

Sono viceversa esperto di linee tranviarie e di autobus dell’Atac e del Cotral. In proposito noto pochi “pazienti” alle fermate (quasi tutti non italiani di origine) in sconfortata attesa che passino in questa domenica periferica.

Arrivo al palazzo del IV Municipio che è posto quasi ai confini, costringendo gli utenti alla gimcana sulla dissestata via Tiburtina per i diversi tipi di pratica municipale. In passato si era magnificato il trasferimento degli uffici in via dei Fiorentini ma dopo annunci su annunci non se ne è fatto nulla.

“La sede del IV Municipio, in via Tiburtina, è un luogo come non se ne trovano più neanche nei paesi in via di sviluppo. La palazzina da fuori ha un aspetto dignitoso, ma basta avvicinarsi per notare la drammatica situazione dell’impianto elettrico, i pavimenti dissestati, le perdite d’acqua consistenti e l’intonaco cadente. Una situazione che non ha giustificazione se si considera che a pochi minuti di auto, nell’area ex Fiorentini, una sede nuova fiammante aspetta da 9 anni di essere occupata dagli uffici municipali”. (fonte Filippo Guardascione 1 Febbraio 2016 https://www.diarioromano.it/citta-in-rovina-la-sede-del-v-municipio/)

Dopo il GRA

Dopo un rischioso scavallamento del GRA nel sottopasso, riemergo e giungo ai confini tra Roma e Settecamini.

Mi colpiscono in particolare due fabbriche la Pallini (ad alto contenuto alcolico e molto cara a romani che gradiscono il caffè corretto) e la celebre ultracentenaria (ha festeggiato i suoi 100 anni nel 2004) Titanus.

Quest’ultima, sulla Via Tiburtina, a 13 chilometri dal centro di Roma, ha gli studi di produzione cine-televisiva TITANUS ELIOS. Qui su un’area di 121.360 metri quadri si trovano sette teatri di posa corredati di strutture accessorie. Per la storia della Titanus, vi invito a consultare l’esaustivo sito https://www.titanus.it/titanus-elios.php.

Settecamini – prelevo da wikipedia – è la sesta zona di Roma nell’Agro Romano, a ridosso ed esternamente al Grande Raccordo Anulare, sul lato est della via Nomentana e a ridosso del confine con il comune di Guidonia Montecelio.

Nasce come borgata rurale ai primi del novecento su territori di proprietà del duca Leopoldo Torlonia. Furono edificate dallo stato alcune case con terreno agricolo annesso e furono assegnate ai combattenti reduci della prima guerra mondiale. In epoca medievale la località veniva chiamata “Campo dei Sette Fratelli” o “Forno dei Septe Fratri” in relazione alla leggenda di Santa Sinforosa e dei suoi sette figli fatti uccidere dall’imperatore Adriano (Crescente, Eugenio, Giuliano, Giustino, Nemesio, Primitivo e Statteo).

Successivamente venne chiamata Forno o Osteria del Forno in riferimento al casale posto a sud della Tiburtina, che oggi viene indicato come Casale di Settecamini. Il toponimo attuale inizia a essere usato solo a partire dalla seconda metà dell’800 e il dizionario toponomastico lo indica derivante: «Da sette camini su di un caseggiato chiamato “il Fornaccio”».

Mi soffermo parecchio in questo luogo, attratto dalla chiesetta settecentesca di Settecamini, al bivio tra la via Tiburtina e la vecchia strada per Montecelio, ora via di Casal Bianco, in stile tardo barocco con un interno piuttosto semplice a navata unica, che però io non vedo perché la chiesetta è chiusa e sbarrata.

Sono avvinto dai resti romani dell’area archeologica, afflitti nella loro solitudine domenicale ma suppongo poco o niente visitati da romani e stranieri.

 

Area archeologica sulla Tiburtina antica

 

L’area archeologica sulla Tiburtina antica alle spalle della chiesetta settecentesca di Settecamini, è in un’area compresa tra via Tiburtina e via di Casal Bianco, “sono visibili – prelevo dalla Guida Roma Tiburtina dell’amico Luigi Polito della Sogester – vari punti dell’antica via Tiburtina: un tratto lastricato dell’antica via consolare e un ampio piazzale, anch’esso basolato, sul lato meridionale del quale si dispone, occupando tutto il settore sud occidentale dell’area scavata, un complesso di strutture relative, probabilmente, a un luogo di sosta del percorso viario.

Il complesso di età tardo repubblicana ebbe, con rifacimenti, una frequentazione piuttosto lunga, almeno fino al IV sec. d.C. Due settori sono presso gli stabilimenti Selex Sistemi Integrati e presso il bar di colore rosso, sempre a nord della strada moderna.

Un altro tratto, vicino al Comando dei Carabinieri, è particolarmente ben conservato.

In via Rubellia, c’è un altro tratto le cui caratteristiche sono indizio della presenza di un sepolcro che forse si ricollega a una villa con strutture in opera reticolata e pavimenti a mosaico databile alla tarda Repubblica, parzialmente scavata in via di Casal Bianco e oggi adibita a parco pubblico per i bambini”.

Mi accorgo, una volta giunto all’altezza di via del Polo tecnologico che sono già volate due ore e che quindi devo tornare indietro (per altre due ore) e mi accorgo anche che questo articolo è parecchio lungo e spero che sia anche per voi, cari lettori, interessante.

La galleria delle foto

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