

Il Tribunale conferma l'impianto dell'inchiesta "Propaggine": la prima "locale" romana della criminalità calabrese esisteva davvero
La parola non è più un sospetto né un’etichetta abusata: è una sentenza. A Roma, la mafia esiste ed è stata riconosciuta in aula.
Con oltre 240 anni di carcere inflitti a circa quaranta imputati, il Tribunale di Roma ha certificato l’esistenza di una struttura stabile della ’ndrangheta nella Capitale, mettendo un punto fermo nell’inchiesta “Propaggine”.
Nel dispositivo letto in un’aula ad alta sicurezza, alla presenza del procuratore capo Francesco Lo Voi, i giudici hanno riconosciuto pienamente l’impianto accusatorio costruito dalla Direzione Distrettuale Antimafia.
La condanna più pesante — 24 anni — è stata inflitta a Vincenzo Alvaro, ritenuto figura centrale dell’organizzazione insieme ad Antonio Carzo, già giudicato con rito abbreviato.
Secondo gli inquirenti, erano loro a guidare la “locale” romana, una vera e propria articolazione della ’ndrangheta capace di replicare metodi e gerarchie tipiche delle cosche calabresi nel tessuto economico della città.
Le condanne raccontano un sistema strutturato e pervasivo. Non solo criminalità spicciola, ma una rete organizzata che operava su più livelli:
associazione mafiosa riconosciuta ai sensi dell’articolo 416-bis
riciclaggio e intestazioni fittizie per reinvestire capitali illeciti
estorsioni sistematiche per imporre il controllo su attività commerciali
Un modello che si muoveva tra economia legale e illegale, infiltrandosi nei circuiti produttivi della Capitale con una strategia silenziosa ma efficace.

Dalle intercettazioni emerge un dato chiave: il legame diretto con la terra d’origine. Gli stessi membri del gruppo definivano Roma una semplice “propaggine”, rivendicando l’appartenenza alla struttura madre calabrese.
Un vincolo non solo simbolico, ma operativo. Le regole, i riti e le modalità d’azione erano gli stessi, trasportati e adattati nel contesto romano.
E proprio questa consapevolezza emerge anche nelle conversazioni captate: la preoccupazione per l’arrivo di investigatori esperti di ’ndrangheta, capaci di riconoscere immediatamente segnali e linguaggi dell’organizzazione.
Oltre alle pene detentive, la sentenza incide sul cuore economico del sistema. Il Tribunale ha disposto la confisca di numerose attività e beni, utilizzati per il riciclaggio e la gestione degli affari illeciti.
Un passaggio cruciale: perché è sul terreno economico che le organizzazioni mafiose consolidano il proprio potere.
Dopo la pronuncia della Cassazione sul filone abbreviato, questa sentenza di primo grado segna una svolta. Non chiude il capitolo, ma cambia il modo di leggerlo.
Roma non è più solo territorio di transito o investimento per le mafie. È un luogo di radicamento. E questa volta, nero su bianco, lo dice un tribunale.
Le foto presenti su abitarearoma.it sono state in parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori avessero qualcosa in contrario alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione che le rimuoverà.