

Il bilancio dopo 18 mesi di attività del servizio capitolino: 6 utenti su 10 sono stranieri, boom di donne e anziani. Le richieste corrono soprattutto sulle case popolari
Più di diecimila persone in appena un anno e mezzo. Diecimila storie di stanze condivise, sfratti esecutivi, canoni insostenibili o lunghe attese per un alloggio popolare.
È il bilancio monumentale e drammatico del Punto Abitare, lo sportello del Comune di Roma nato per offrire ascolto, orientamento e assistenza legale e psicologica a chi si ritrova senza un tetto o sul punto di perderlo.
I dati, che coprono l’attività dal debutto nel novembre 2024 fino a maggio 2026, certificano come quella della casa rimanga la ferita sociale più profonda, dolorosa e aperta della Capitale.
Il servizio, ospitato fisicamente nei locali dell’assessorato alle Politiche Abitative e gestito sul campo dalla cooperativa Azzurra 84 in tandem con le Politiche Sociali, ha registrato esattamente 10.066 accessi in diciotto mesi.
Di questi, ben 2.774 sono concentrati nei primi mesi del 2026: un’accelerazione che fotografa una crisi in pieno svolgimento.

Dietro la freddezza dei numeri ministeriali emerge la carne viva della nuova vulnerabilità romana. Chi bussa alla porta del Punto Abitare?
Nuovi cittadini: Sei utenti su dieci (il 60%) sono persone nate all’estero, spesso nuclei familiari monoreddito con figli minori.
Le donne in prima linea: La maggioranza assoluta degli accessi è composta da donne, che frequentemente si fanno carico della gestione burocratica dell’emergenza familiare.
Le fasce d’età: La metà degli utenti si colloca nella fascia centrale e lavorativa (25-54 anni), ma preoccupa l’impennata di over 65, anziani con pensioni minime letteralmente divorate dall’inflazione e dal caro-affitti.
L’ufficio di via Verospi non distribuisce chiavi, ma offre un supporto multidisciplinare. L’orientamento legale per bloccare gli sfratti e l’assistenza psicologica sono i servizi più richiesti, spesso anticamera di un intervento d’urgenza dei servizi sociali territoriali.
Il report evidenzia dove si concentra il blocco della domanda. Oltre il 60% dei cittadini chiede aiuto per l’Edilizia Residenziale Pubblica (Erp): si tratta di inquilini delle case popolari che segnalano morosità incolpevoli, problemi di manutenzione o famiglie in graduatoria da anni.
Il resto dei flussi è diviso tra gli inquilini dei Caat (i Centri di assistenza alloggiativa temporanea) e chi tenta disperatamente di accedere ai contributi comunali per l’affitto nel mercato privato.
Per l’assessore capitolino alla Casa, Tobia Zevi, lo sportello ha dimostrato che la strada giusta è l’abbattimento dei muri della burocrazia:
“Siamo riusciti a superare la frammentazione amministrativa che costringeva i cittadini a rimbalzare da un ufficio all’altro senza risposte. Il successo del Punto Abitare dimostra che la domanda di casa richiede risposte integrate, immediate e umane.”
Il modello, nato come sperimentazione, è pronto a strutturarsi e a uscire dai palazzi del centro. Con il progetto “Punto Abitare On The Road”, camper e uffici mobili stanno già portando l’assistenza direttamente nei cortili dei grandi complessi di edilizia pubblica delle periferie.
Ma la vera novità per i prossimi mesi è il lancio dell’Agenzia Sociale per l’Abitare. Si tratta di uno strumento inedito pensato specificamente per la “fascia grigia” della popolazione romana: tutte quelle famiglie, giovani coppie o lavoratori precari che hanno un reddito troppo alto per sperare in una casa popolare, ma decisamente troppo basso per sopravvivere ai prezzi di un mercato privato romano sempre più escludente e selvaggio. La sfida, adesso, è far sì che ai diecimila ascoltati corrispondano altrettante case reali.
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