

La madre: “Non sarebbe mai andata lì da sola”. Indaga la squadra mobile, attesi i risultati tossicologici
Aveva solo 32 anni Emanuela Ruggeri. Era tornata da Torino con il desiderio di rimettere insieme i pezzi, dopo una relazione finita e un periodo complicato. “Voleva ripartire, cercava un lavoro, aveva progetti”, racconta sua madre Alessandra. Ma quel futuro si è interrotto tragicamente in un angolo nascosto di Roma, in via del Mandrione, sotto un materasso abbandonato tra rovi e cemento.
Un passante, domenica scorsa, ha sentito l’odore insopportabile e ha dato l’allarme. Il corpo era lì, in avanzato stato di decomposizione. Addosso, Emanuela aveva ancora gli stessi vestiti che indossava il giorno della scomparsa.
“Qualcuno l’ha portata lì. Le hanno fatto del male”, ripete la madre. Emanuela non aveva l’auto, e in quel posto – isolato, difficile da raggiungere – non ci sarebbe mai andata da sola, dice.
Gli inquirenti della squadra mobile, coordinati dalla pm Giulia Guccione, non escludono nulla. Al momento, è stato aperto un fascicolo per morte in conseguenza di altro reato.
Un dettaglio inquietante alimenta il mistero: accanto al corpo c’erano la borsa e il portafoglio, ma mancava il cellulare. È stato rubato? Oppure qualcuno lo ha fatto sparire per cancellare tracce, messaggi, movimenti?
Lunedì 14 luglio, alle 20:30, Emanuela esce di casa. Dice alla madre che va a cena con amici, che dormirà fuori. Martedì mattina le scrive un messaggio: “Vado al mare, il cellulare è scarico”. Poi, più nulla.
Le ultime segnalazioni di avvistamento la collocano venerdì, prima nei pressi della stazione Malatesta, poi sulla Togliatti, vicino al Quarticciolo. Forse con qualcuno. Proprio quel giorno, secondo gli investigatori, Emanuela potrebbe essere morta. Il caldo estremo ha accelerato la decomposizione, rendendo impossibile – almeno per ora – stabilire l’ora esatta del decesso.
L’autopsia non ha rilevato fratture o segni evidenti di violenza. Nessuno “shock traumatico”. L’ipotesi più accreditata, al momento, è un’overdose, ma sarà l’esame tossicologico a dare risposte. La madre, però, smentisce con forza: “Mia figlia non faceva uso di droghe”. Anche se, in passato, Emanuela era stata seguita da un centro SerD. Proprio questa circostanza tiene aperto il dubbio.
Resta il dettaglio più inquietante: il materasso sopra il corpo. Non è lì per caso. Qualcuno l’ha messo, come a voler coprire, nascondere, cancellare. E anche se l’autopsia non ha rivelato lesioni, non si può ancora escludere una morte provocata da altro.
Nel frattempo, la procura continua a raccogliere testimonianze. In una città dove spesso si dimentica chi vive ai margini, la morte di Emanuela interroga tutti: su ciò che non abbiamo visto, su chi ha taciuto, su chi forse ha aiutato – o lasciato sola – una ragazza che voleva soltanto ricominciare.
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