Chiusa la “sezione” di via Flavio Stilicone a Cinecittà

Silenziosamente scompare un pezzo di storia democratica del quartiere
di Aldo Pirone - 7 Aprile 2015

Nel silenzio generale, soprattutto del PD, nel dicembre scorso ha chiuso quella che per tutti era la “sezione del PCI di Cinecittà”. Non era mai riuscita a farsi chiamare, almeno da quelli che numerosi l’avevano frequentata, “unità di base” ai tempi del Pds-DS e, ultimamente col PD, “circolo”.

Ha chiuso un pezzo di storia del quartiere; cinquantaquattro anni di onorata carriera fra lotte, discussioni, battaglie politiche che hanno impresso un segno in centinaia di uomini e donne del popolo, operai e artigiani, studenti e casalinghe, impiegati e insegnanti che fra le sue mura si sono formati politicamente, hanno militato con passione, partecipando alla vita politica del proprio quartiere, della città e del Paese e anche del mondo bipolare nel secondo dopoguerra. Uomini e donne che hanno dato un senso alto alla propria vita dedicandosi a lavorare e a lottare per il riscatto dei più umili e dei lavoratori, per il bene pubblico e per il progresso civile e sociale dell’Italia.

La “sezione” che aveva resistito a tutto, agli assalti fascisti negli anni ’60 e ’70 e al terrorismo degli “anni di piombo”, non ha resistito al PD renziano.

Ai tempi del PCI è stato un presidio democratico e di partecipazione civile. Nei suoi locali sono passati per discutere con gli iscritti e i cittadini, e non per imbonirli, in assemblee a volte infuocate, ma sempre ordinate, i più noti dirigenti comunisti dell’epoca: da Berlinguer ad Amendola, Ingrao, Longo, Natoli, Rossanda, Bufalini, D’Onofrio, i fratelli Pajetta, Sereni, Trombadori, Petroselli e tanti altri. Storici di grande valore come Spriano e Alatri, intellettuali come Pasolini, registi come Gian Maria Volontè, Stefano Satta Flores, Nanni Loy, Citto Maselli, Ugo Gregoretti, Luigi Comencini. La “sezione” fu anche luogo per alcuni anni di iniziative culturali con mostre di quadri di grande rilievo in cui esponevano Vespignani, Guttuso, Turcato, Troiani ecc.

In quei locali un giovane Ennio Calabria dipinse, nell’aprile del 1963, su un telo di plastica un gigantesco volto di Julian Grimau, combattente comunista e repubblicano spagnolo, fucilato pochi giorni prima nella Spagna di Franco. Quel ritratto svettò nell’aria al comizio di chiusura della campagna elettorale politica a San Giovanni tenuto da Togliatti.

Le mura di via Flavio Stilicone 178 hanno visto un pezzo di popolo gioire alle avanzate elettorali del PCI di “Togliatti, Longo e Berlinguer” e della sinistra, mobilitarsi per le grandi campagne internazionali per la libertà e indipendenza dell’Algeria, di Cuba, del Congo, del Vietnam, contro il massacro dei comunisti indonesiani e il colpo di stato dei colonnelli greci. Ma è stato anche il luogo dove in una memorabile assemblea che durò tre lunghissime sere nell’estate del ‘68 i comunisti di Cinecittà, all’unisono con la Direzione nazionale del partito, criticarono e respinsero in una discussione aspra e dolorosa l’invasione sovietica della Cecoslovacchia. A incidere nella discussione fu un iscritto illustre alla “sezione”, Vincenzo Bianco, operaio torinese, amico di Gramsci, dirigente del Komintern staliniano. Vissuto molti anni nell’esilio a Mosca aveva conosciuto da vicino il regime sovietico. Il suo discorso di recisa e sofferta condanna, rotto dall’emozione, segnava per lui un distacco doloroso da quella “patria del socialismo”, scaturita dalla “Rivoluzione d’ottobre”, che tanto aveva pesato nella sua scelta di vita. Quell’Unione sovietica, da cui il PCI di Berlinguer, pur tra arresti e ritardi, andava acquistando autonomia critica sulla base di una concezione della democrazia come “valore universale”, non più ristretto solo al campo della politica nazionale e occidentale.

Molti i giovani, oggi anziani, che negli anni ’60 e ’70 hanno frequentato e militato nel Circolo della FGCI (l’organizzazione giovanile del PCI) della “sezione”. Gente appassionata che voleva cambiare il mondo e che per questo organizzava anche feste da ballo per corrispondere, da una parte, alle necessità di tanti giovani che la domenica pomeriggio avevano il problema di dove andare a ballare, e, dall’altra, con la voglia di cogliere, in anticipo sul ’68, i primi segni di una nuova generazione che reclamava rumorosamente nuove libertà e una liberalizzazione dei costumi al suono delle nuove musiche e canzoni dei Beatles, dei Rolling Stones, di Joan Baez, di Bob Dylan, di Gianni Morandi. In quelle stanze si organizzarono le lotte degli studenti medi del Verrazzano.

Cultura e politica si sono intrecciate fra quelle mura. Con il popolo della “sezione” venivano a discutere e a confrontarsi insigni intellettuali come Lucio Lombardo Radice che nel lontano 1962, di fronte alle nuove tesi del PCI che individuavano anche in “una sofferta coscienza religiosa posta dinanzi ai drammatici problemi del mondo contemporaneo” lo stimolo per “l’aspirazione a una società socialista”, invitava ironicamente qualche riottoso compagno, ancora legato alla marxiana “religione oppio dei popoli”, a distinguere fra “marxisti galileiani”, sempre pronti alla ricerca del nuovo, e marxisti “aristotelici” fissati nel dogma. Con quel popolo si discutevano le nuove encicliche papali segnate dal rinnovamento del Concilio Vaticano II, la giovannea “Pacem in terris” e poi la “Populorum progressio” di Paolo VI.

Dar Ciriola

Ma non erano solo i grandi temi a tenere banco. C’erano, e numerose, le iniziative per migliorare la vita del quartiere, le lotte per avere le scuole ed eliminare quelle situate nei negozi e nei sottoscala con i doppi e i tripli turni, per avere i servizi, per impedire nuove speculazioni edilizie. L’invenzione d’iniziative come quella di “corri per il verde” per avere spazi e parchi pubblici dentro un quartiere soffocato dal cemento speculativo.

Oppure c’erano gli operai della Fatme che con i deputati comunisti discutevano sugli articoli dello Statuto dei lavoratori in gestazione al Parlamento e delle piattaforme rivendicative sul cottimo che avrebbero dato il là nel gennaio-febbraio del ’69 a un anticipo delle lotte dell’ ”autunno caldo”.

Dalla porta della “sezione” nella primavera del 1974 uscirono ogni giorno decine di donne con migliaia di volantini, dépliant, opuscoli per andare casa per casa a informare e convincere a votare NO nel referendum sul divorzio e poi, nel 1981, a quello, più delicato e doloroso, dell’aborto.

In quei locali è passato un popolo che si organizzava per fare politica, che discuteva per l’azione politica, che si sentiva non una platea elettorale di clientes, ma protagonista nella lotta per il proprio riscatto e per il progresso dell’Italia. Era la “democrazia che si organizza” in un partito rispettabile, innanzitutto sotto il profilo morale.

Persone umili e indimenticabili come Nicola D’Ingegno, l’anziano amministratore di origini pugliesi, che con il puntiglio del vecchio impiegato dello Stato gestiva i proventi del tesseramento, delle sottoscrizioni, delle diffusioni ordinarie e straordinarie dell’Unità, dei versamenti degli scrutatori di seggio elettorale, delle feste dell’Unità, che assicuravano l’autofinanziamento della “sezione” e delle sue attività. Un bilancio che ogni anno era affisso sui muri del quartiere. Persone come il capo, amato e rispettato, degli operai della Fatme Enzo De Feo o di Romolo Moreschi commerciante e artigiano, popolano che alla sezione dedicava ogni sera il suo tempo dopo la chiusura del negozio. O le vecchie compagne che cucinavano nei ristoranti alle Feste dell’Unità e che non si perdevano un’assemblea o una riunione; popolane silenziose ma sempre attente e sempre partecipi. Come loro decine e decine di uomini e di donne che la democrazia l’hanno costruita militando nella “sezione” di via Flavio Stilicone.

La vita della “sezione” è andata via via declinando insieme alla sinistra post comunista Pds-DS. Tuttavia era rimasta un punto, sebbene ridotto, di vita e partecipazione democratica. L’ultimo scorcio di vita nel PD le è stato fatale. In particolare le è stato fatale l’ultimo Congresso di quel partito, segnato da tesserati ipertrofici dell’ultimo minuto e da tumulti all’atto delle votazioni. Un debito di affitto accumulato nel tempo e che nessuno era più in grado di pagare ha dato la parola fine all’ufficiale giudiziario. Il partito “liquido” ha liquidato la vecchia sede democratica.

Oggi chi passa di lì vede, sulle saracinesche silenziosamente abbassate su un pezzo di storia intensamente vissuta, un manifesto sbiadito con l’effige di Berlinguer e, vicino, quello più recente di Romolo Moreschi che si è spento insieme alla sua “sezione” sul finire dello scorso anno. Dopo la lacerazione della “svolta” di Occhetto, Romolo, che aveva seguito Rifondazione comunista, non aveva più voluto passare lì davanti. Segno di un dolore non risolto.

Presto anche questi segni spariranno. Pare che in quei locali aprirà una profumeria. L’insegna è “Rojo”, rosso, forse un involontario ricordo di ciò che ha palpitato là dentro per più di cinquant’anni.


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  Commenti: 2

  1. Roberto Pizzonia


    C’è poco da aggiungere a quello che ha detto il compagno Pirone. Io la identifico con i miei vent’anni. Lì ho conosciuto compagni indimenticabili, dei veri personaggi. Passando davanti alle sue porte chiuse mi sembra di risentire le loro voci. Incazzate, passionali, vive… l’indifferenza di Renzi e del PD è riuscito a fare quello che come giustamente ricorda Pirone non sono riusciti a fare i nemici storici. Complimenti !!!


    • Ciao compagno Roberto Pizzonia finalmente una voce che mi accomuna ai tempi meravigliosi di lotta della sez. del PCI di via Flavio Stilicone… sono contento di averti incontrato… saluti rossi Franco quello che scriveva e faceva disegni.

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