

Impressioni di un breve “pellegrinaggio” da Torpignattara a Casarsa nel Friuli
“…Tu lo sai quel Friuli/ che solo il vento tocca, ch’è un profumo!/ Da esso scende sopra i tuoi oscuri/ suonatori di flauto, il dolce grumo/ dei neri e dei violetti, e si espande/ da esso iridescente il bitume/ sui tuoi Cristi inchiodati tra falde/ di luce franata dai transetti d’Aquileia,/ e reduci da esso, nelle calde/ sere riverberanti della Bassa o nei/ bianchi mattini gelati nei canali,/ vanno i tuoi pescatori verdi di veglie,/ a cui arrossa le rozze rughe il sale,/ o giovanili nereggiano i braccianti/ sulle scarpate del traghetto serale,/ appoggiati ai manubri, stanchi,/ bruciati, mentre la notte già s’annuncia/ nel triste borgo con le luci e i canti. …” (Pier Paolo Pasolini, da “Quadri friulani”, poemetto del 1955 inserito nella raccolta “Le ceneri di Gramsci”, prima edizione 1957).
Casarsa è un piccolo paese sito a circa 25 km da Udine, in una piatta, umida e monotona campagna da millenni sottoposta, dal duro e implacabile lavoro umano, alla forzata necessità di dover fornire quei semplici e indispensabili alimenti per la conservazione e riproduzione della vita: cereali, vite e pochi ortaggi. Una campagna sferzata, il più delle volte, dai venti e dalle tempeste provocate dalle contrastanti correnti provenienti dalle vicine Alpi e dall’Adriatico; spesso, d’inverno, ciò che si percepisce è soltanto un’enorme e bianca distesa di neve.
A Casarsa, paese della madre Susanna Colussi, visse i suoi migliori anni (d’infanzia e giovanili) Pier Paolo Pasolini, solo per caso nativo della dotta e grassa Bologna; a Casarsa fece le sue prime prove di poeta e di scrittore dialettale in “lengua furlana”; da Casarsa egli dovette scappare, insieme alla madre, perché coinvolto in una “ignominiosa” storia di omosessualità verso la fine del 1949, trovando rifugio a Roma (“stupenda e misera città”) e in particolare nelle sue vaste, tristi e desolate periferie, tra palazzoni che si moltiplicavano come funghi e luride e animatissime baraccopoli popolate dai suoi amatissimi “ragazzi di vita”; a Casarsa egli ritornò sempre, ma col pensiero e con la nostalgia per una ormai perduta innocenza infantile. Infine, a Casarsa, dopo la sua tragica morte, ritornarono le sue spoglie mortali, sepolte nel piccolo cimitero, sotto una pietra tombale sulla quale vi è una semplice iscrizione: “Pier Paolo Pasolini 1922 – 75”; adiacente ad essa vi è la tomba della mamma che gli fu sempre al fianco durante la sua vita controversa e tormentata, così come al fianco volle restargli anche dopo la morte; anche sulla tomba di Susanna, con gli stessi caratteri e con la stessa nuda semplicità, è impresso: “Susanna Colussi ved. Pasolini 1891 – 81”.
Ho avuto l’incredibile fortuna, nel pomeriggio di sabato 31 marzo, lungo la strada che congiunge il centro del paese con il cimitero, di chiedere informazioni sull’ubicazione della tomba ad un signore anziano, di 87 anni: prima ancora che gli chiedessi alcunché è stato lui a domandarmi da dove venissi e se fossi a Casarsa per visitare la tomba di Pasolini; alla mia risposta affermativa, e con mio grande stupore, mi ha rivelato di essere lui il marmista che ha costruito le tombe dei Pasolini, incidendo nella pietra quelle nude iscrizioni. “Li conoscevo bene – ha proseguito – soprattutto la madre e la famiglia della madre; ma ho fatto in tempo a conoscere anche il fratello, Guido (eroe della Resistenza, morto tragicamente, a vent’anni, nel febbraio 1945), e il padre Carlo Alberto, anch’essi sepolti a poca distanza da Pier Paolo e da Susanna”. Il signore anziano mi ha poi indicato l’esatta ubicazione delle tombe e mi ha salutato, stringendomi ambedue le mani, con una grande luce negli occhi azzurrissimi. Poco dopo ho avuto modo di sostare in raccoglimento davanti alla tomba del poeta, leggendo a bassa voce, dal libro che mi ero portato dietro da Roma (“Le ceneri di Gramsci”) il poemetto “Quadri friulani”, nei cui versi, scritti a Roma nel 1955, è contenuto tutto l’amore da lui sempre nutrito, soprattutto negli anni dell’esilio, per quell’aspra e ingrata terra. Ho così saldato un debito con me stesso, ho mantenuto la promessa, formulata in tempi ormai lontani, di rendere omaggio a quell’uomo, così contraddittorio certamente, ma che ha lasciato un’impronta gigantesca nella letteratura e nel cinema della seconda metà del ‘900.
Ritornato poi al centro di Casarsa, ho visitato la sede del Centro Studi Pier Paolo Pasolini, una costruzione di tre piani suddivisi in circa dodici ambienti, nei quali sono contenuti ed esposti carte, oggetti, suppellettili, quadri, fotografie, lettere, autografi, inediti, prime edizioni di opere, e tante tante altre cose appartenute oppure collegate alla vita e all’opera del grande e geniale poeta e cineasta. Fu la madre, d’accordo con la nipote di Pasolini, a volere che tutto questo materiale fosse trasferito a Casarsa e qui messo a disposizione del pubblico. Casarsa, la vera e unica patria del poeta, il luogo delle sue radici, della sua formazione, fonte della sua prima ispirazione e delle sue scelte in campo artistico e letterario.
All’interno del Centro è esposta, in questi giorni, una mostra fotografica dedicata a Pasolini; l’autore degli scatti è Federico Garolla, un fotogiornalista napoletano, ma residente e operante a Roma, noto e apprezzato tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del ‘900. Buona metà delle foto, tutte situabili cronologicamente tra il 1959 e il 1960, ritraggono Pasolini all’aperto, ripreso in quartieri della periferia romana come Centocelle, Quarticciolo e Pigneto; altre lo ritraggono invece nell’intimità della sua casa in via Giacinto Carini, a Monteverde, insieme a Susanna. Tra le prime sono notevoli alcune che lo riprendono mentre gioca una estemporanea partitella di pallone con un gruppo di ragazzi in uno spiazzo molto ampio, sterrato, un luogo che dopo pochi anni sarebbe diventato piazzale delle Gardenie a Centocelle.
Nel gruppo di foto domestiche, invece, le più belle sono quelle che ritraggono Pasolini intento al lavoro, seduto ad una scrivania ingombra di carte e di libri, con dietro le sue spalle, a lui teneramente e maternamente appoggiata (quasi a volerlo proteggere), Susanna, anch’essa intenta nella lettura ma sorridente, orgogliosa di quel figlio che le dava tante preoccupazioni per la sua vita spericolata, eppure già così famoso e ormai lanciato nel panorama delle patrie lettere, in procinto di iniziare una nuova carriera nel campo della decima arte.
Vorrei concludere con questi versi, da Pier Paolo dedicati a Susanna e pubblicati nella raccolta “Poesia in forma di rosa”:
“Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile …”.
Franco Sirleto
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Professore volevo ringraziarla per articolo mia figlia è una alunna del Liceo Benedetto da Norcia complimenti per il suo impegno mi piacerebbe farle leggere un mio scritto
Cordiali saluti
Fabrizio Picariello
Bravo Francesco, splendido articolo! Curato come sempre, connotato da particolari storici e biografici e, nota tua caratteristica, arricchito dalla narrazione personale: davvero un gran bel mix! Grazie per l’invio!
Gentile collega, ho letto il suo pezzo su Pasolini, segnalatomi dalla prof. Di Bonito. Sarebbe molto significativo, penso, se un Liceo di scienze umane organizzasse e una visita culturale in tutta la zona che da Casarsa arriva fino ad Aquileia e alla laguna. Sarebbe un’occasione preziosa di contatto con una realtà complessa, nei suoi aspetti non solo storici e artistici (emigrazione, guerra, dominazione romana ecc.) ma anche economici (la vita produttiva in laguna, la realtà industriale, il turismo), oltre che come occasione per “sentire” il rapporto tra un poeta e la “sua” terra. Sono sicuro di non dire nulla di originale: prenda perciò questo commento come apprezzamento per la Sua attenzione e sensibilità, come appoggio e incoraggiamento ad iniziative del genere, alle quali avrà certamente già pensato. Paolo Cinque
Grazie per l’apprezzamento. Già nel 2009 la mia scuola effettuò un bel viaggio in Friuli (Aquileia, Grado, Udine, Trieste). Ritengo che valga la pena organizzarne un altro per il prossimo anno scolastico, includendo questa volta anche Casarsa. Ricambio i saluti.
Pasolini nato per caso a Bologna ?
L’autore avrebbe potuto parlare più verosimilmente, di patria elettiva, che per Pasolini fu il Friuli, e di patria effettiva, che fu e rimane Bologna, dove Pasolini è nato ed è vissuto fino alla guerra .
In definitiva, l’avete mai sentito parlare Pasolini ? Vi pare friulano il suo accento o, piuttosto, alquanto bolognese ?
Gentile signora Pizzirani, l’espressione “nato per caso a Bologna” si riferisce a Pasolini come poeta, scrittore e cineasta. Nessuno nega che Pasolini fosse nato e cresciuto a Bologna, e magari che parlasse con un leggero accento bolognese. E neanche che fece i suoi studi nella città felsinea, conseguendo pure la laurea in letteratura nell’Alma Mater Studiorum. Tuttavia, se fosse rimasto a Bologna, sarebbe diventato semplicemente un ottimo critico letterario o un eccellente storico dell’arte (avendo avuto il grande Longhi come Maestro). Invece Pasolini è diventato quel poeta che conosciamo perchè, ad un certo punto della sua vita, a causa della guerra, andò profugo a Casarsa, paese natio della mamma, dove diventò un grande poeta dialettale (in friulano); successivamente dovette trasmigrare a Roma, dove divenne un grande poeta in lingua italiana (per me il più grande della seconda metà del ‘900), un grande narratore e, soprattutto, un grande regista cinematografico. Quindi, a farlo diventare un fertilissimo e creativo autore, furono il Friuli e Roma. In tutta la sua opera, infatti, sono innumerevoli i riferimenti al suo Friuli (lo chiama proprio così: il mio Friuli); e sono ancora più numerosi i riferimenti a Roma, la Roma delle periferie, delle borgate beduine, dei ragazzi di vita, dei pischelli e dei malandri, delle notti brave e disperate. Mentre, purtroppo, cara signora Pizzirani, risulta molto difficile, se non impossibile, trovare riferimenti a Bologna e alle sue gloriose e rispettabili tradizioni.