

Le avventure di Assunta Buonavolontà, attrice precaria in cerca di occupazione
Diario di un precario (sentimentale) andato in scena dal 17 al 20 marzo al Teatro Studio Uno è uno spettacolo divertente e originale che affonda le sue radici nel tanto controverso e discusso mondo del precariato. Ispirato, nel titolo, al romanzo di Luìs Sepulveda “Diario di un killer sentimentale”, nasce nel 2009 come radiodramma, in onda tutti i venerdì su Radio Articolo 1 (www.radioarticolo1.it). Approda sulle frequenze di Radio 3 nel 2010 fino a giungere alla carta stampata: Rassegna Sindacale pubblica il suo “Diario” in una rubrica mensile.
Prende corpo a teatro per la prima volta nel dicembre 2009, nell’ambito della maratona radiofonica “1000 ore per il lavoro”, sul palco dell’Alpheus a Roma. Nel novembre del 2010 arriva a Fermo, come ospite della VII edizione del Premio Volponi per la letteratura e l’impegno civile.
La protagonista, Assunta Buonavolontà, ha traslocato per qualche giorno a Roma regalandoci uno spaccato di vita che tutta quella che è stata definita la “generazione mille euro” (e che qualcuno ha ribattezzato “generazione magari-mille-euro”) conosce molto bene.
“Nomen omen” dicevano i latini, il destino è nel nome, quello di Assunta Buonavolontà, la protagonista, promette molto bene ma, in breve tempo, le grandi speranze della brillante laureata destinata al successo, si trasformano in un’aspirante attrice in cerca di occupazione, in (continuo) equilibrio precario tra un provino e un colloquio di lavoro, un’agenzia interinale e un centro per l’impiego.
Proclamata dottoressa cum laude, e tornata dal viaggio post-laurea, Assunta si trova a fare i conti con il mondo del lavoro per entrare nel quale è necessaria un’esperienza acquisibile tramite stage. Il problema è che, dopo averne portati a termine diversi, la situazione non cambia molto e le sole aziende che rispondono alla sua candidatura sono quelle che si occupano di vendita o di call-center… o di vendita tramite call-center di improbabili quanto inutili oggetti.
Scopre così che “la laurea, come il matrimonio, è il giorno più felice della nostra vita. Proprio per questo, il giorno dopo, la vita comincia a peggiorare”.
Abbiamo incontrato l’autrice ed interprete dello spettacolo, Maria Antonia Fama, per proporle alcune domande:
Quanto c’è di autobiografico in questo spettacolo?
C’è qualcosa di mio ovviamente ma anche molto delle storie che ascolto nel programma radiofonico di cui in fondo questo spettacolo è figlio. Penso che in molti ci si possano riconoscere. Non indico soluzioni di lotta di classe o di rivendicazioni sindacali ma racconto semplicemente delle situazioni spesso tragicomiche.
Ho letto recentemente un romanzo molto divertente intitolato "Alice in gabbia" è la storia di una ragazza che come te ha studiato per passione e che dopo la fatidica laurea e varie esperienze di lavoro precario si ritrova con un lavoro banale e ripetitivo che castra tanto le sue aspirazioni quanto la sua creatività. Osservando il mondo intorno a lei si chiede se non fosse meglio fare la velina come il modello culturale, che si cerca di affermare, proporrebbe… nel tuo spettacolo c’è una riflessione simile. Entrambe siete dunque arrivate a questa domanda facendo percorsi differenti.
Ti chiedo: pensi che alcune donne oggi vivano come un traguardo la mercificazione della loro figura e che, quindi, questo modello culturale sempre davanti ai nostri occhi stia lentamente ma inesorabilmente sortendo il suo effetto?
Il riferimento ad Alice nel caso di Assunta è più che azzeccato. Ci ho pensato diverse volte, soprattutto nel costruire la sua "stanzetta rosa", che è un rifugio roseo, quello delle aspirazioni, degli ideali, del merito, della "buonavolontà", che si scontra con il mondo esterno, quello della disillusione. Al tempo stesso, non è un caso che la sua cameretta sia sottodimensionata (i mobili sono quelli dei bambini) e contenuta tutta in uno scatolone, perché finisce anche per diventare una prigione. Come Alice, Assunta sogna il Bianconiglio che le dice che è tardi e deve sbrigarsi, e lo Stregatto che le intima di scegliere una strada. In questa prima parte non ho propriamente risposto alla tua domanda, ma visto che mi hai parlato di Alice non potevo non farci un riferimento che di fatto esiste!
Venendo al dunque, Assunta ( e quindi anche io) è una giovane donna figlia di una generazione di madri che ha lottato. Le nostre nonne si sposavano a quindici anni e facevano quindici figli. Le nostre mamme bruciavano i reggiseni: la liberazione sessuale, l’aborto, il divorzio, l’autodeterminazione del popolo femminile!
Poi, negli anni ‘80 sono caduti i muri e i regimi comunisti. Con la bella stagione a Praga sono arrivati i McDonalds e in piazza San Venceslao i sexy shop. Ecco, noi ragazze di oggi che in quegli anni ci siamo nate, e siamo cresciute con Non è la Rai, ci siamo ritrovate un po’ così, come i paesi dell’Est dopo la fine del comunismo: più occidentalizzati dell’Occidente (più realisti del re). Un po’ orfane e smarrite.
Alcune donne mercificano il loro corpo, ma mi chiedo, non è anche questa una conquista delle battaglie del femminismo? Né madonne né puttane. Il problema per me non è dunque che alcune mie coetanee lo facciano, in obbedienza a un principio di libertà e autodeterminazione. La cosa grave è, piuttosto, che diventi dominante un modello che automatizza l’uguaglianza lavoro (nel mondo dello spettacolo)= proposta del proprio corpo come unica conditio, annullando totalmente il percorso del merito. Insomma, quando la smetteremo finalmente di dovere essere abbastanza intelligenti per non doverci giustificare perché siamo belle? E abbastanza belle per non dovere essere sempre troppo simpatiche?
Tornando al precariato: la tua osservazione sulla precarietà sentimentale e per conseguenza, di quella lavorativa è di Baumaniana memoria o è frutto di un tuo percorso esitenziale?
Assunta è una precaria sentimentale perché non potrebbe essere altrimenti. Le due cose non possono scindersi, perché sono proprio il frutto di quella società dell’incertezza di cui Assunta, io, i nostri coetanei, siamo figli. Il precariato nel lavoro costruisce precarietà nella vita (l’aggettivo sentimentale è usato in senso allargato). Di sicuro è il frutto di un mio percorso esistenziale, di quello che ho vissuto e vivo, delle cose che ascolto dalle persone che incontro. Una generazione di trentenni insicuri, instabili, irrisolti. Credo che Bauman sia partito proprio dall’osservazione di questa realtà.
Quali altri progetti hai per il futuro?
Per adesso sto lavorando con la casa editrice DS, per la quale realizzerò entro l’estate un libro ed un audiolibro di “Diario di un precario”. Successivamente non sono ancora sicura di nulla… sono una precaria!
PER MAGGIORI INFORMAZIONI:
E-mail: diariodiunprecario@gmail.com
Facebook: www.facebook.com/diariodiunprecario
Audio: http://www.radioarticolo1.it/jackets/cerca.cfm?str=diario+di+un+precario&contenuto=audio
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