Esodato: due volte fregato

Nella speranza che possa essere resa giustizia a chi oggi viene epitetato con il participio passato di un verbo inesistente
di Ettore V. - 26 Aprile 2012

Di fronte a certi neologismi, assurdi quanto mai improbabili, mi sento impotente ad una benché minima reazione come cittadino e come italiano. Si scatena in me un’analisi a ritroso per capire quale arcano disegno diversivo abbia spinto l’inventore del neologismo a metterlo in circolazione, in un momento in cui sarebbero più urgenti soluzioni economiche e sindacali nel mondo dei lavoratori dipendenti, anziché lambiccarsi il cervello per invenzioni linguistiche tese a coniare neologismi.

Di fronte al termine esodato mi sento ribollire dentro una rabbia incontrollata, unita alla frustrazione e all’impotenza di poter contribuire al cambiamento di un lessico che il cittadino subisce ormai passivamente da anni di condizionamento, imposto da politicanti e mezzi di comunicazione: i primi ad abbarbagliare il popolo bue con ipnotici e demagogici giochetti di prestigio lessicale, i secondi a far poco o niente per rigettare l’imbroglio, pronti invece ad adottare il neologismo per il piacere di utilizzare l’esotica trovata di qualche creativo nullafacente, meritevole di considerazione.

E adesso mi metto nei panni di un qualsiasi lavoratore che, accettando le regole in vigore circa un anno fa, ha preferito lasciare il posto di lavoro in cambio di uno scivolo in vista di una pensione prossima a venire. Il tutto sancito da accordi aziendali, legittimati e sottoscritti con tutti i crismi, da rappresentanze imprenditoriali e sindacali, non credo senza che il ministero del lavoro ne fosse rimasto all’oscuro. Oggi quel lavoratore si trova senza lavoro e senza pensione per avere il governo modificato le regole in corso d’opera. Ha fra i 50 e i 60 anni, non ha più uno stipendio, né una pensione, né è facile a quella età ricollocarsi nel mondo del lavoro. Davvero una brutta pagina nella storia dell’Italia repubblicana! Ma non basta.

Al danno si aggiunge la beffa. Che fa tuo padre? Niente, è un esodato – risponderà la figlia venticinquenne, educata e timorata di Dio che ha studiato dalle suore. Che fa tuo padre? Niente, è un inchiappettato – risponderà il figlio venticinquenne, iscritto alla CGIL, attivista nei cortei di piazza che si movimentano contro la disoccupazione giovanile. E lui, il padre, come deve sentirsi dentro quando si sente inquadrato nel gregge degli esodati? Sarà contento dell’esclusiva casta di appartenenza in cui lo collocano governo e mezzi di comunicazione, o non si sentirà piuttosto ribollire il sangue per l’ingiustizia subita nel non rispetto di un accordo sottoscritto tra le parti alla luce del sole?

Spero davvero che presto possa essere trovata la soluzione al problema per rendere giustizia a chi oggi viene epitetato con il participio passato di un verbo inesistente e che mi fa sentire dentro una vergogna – della quale tuttavia non mi sento colpevole – come ex lavoratore dipendente e pensionato da undici anni – anche se in questo caso incolpevole per non essere ancora morto, a beneficio del risanamento dell’INPS.
 


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