I precari del Cnr in piazza facendo lezioni: quasi 4000 ricercatori rischiano di restare senza lavoro

Senza interventi, molti progetti chiuderanno e con loro se ne andranno anni di ricerca pubblica su temi cruciali come sostenibilità, energia e ambiente

Hanno trasformato le strade di Roma in un’aula universitaria a cielo aperto. Tra via dei Marrucini e largo Argentina, cartelloni, microscopi portatili e lavagne hanno preso il posto dei soliti striscioni di protesta.

È la “lezione outdoor” dei precari del Consiglio nazionale delle ricerche, tornati in piazza il 9 e il 10 ottobre con un titolo che è già un manifesto: “Smetto quando non voglio”.

Dietro quello slogan ironico si nasconde un dramma molto concreto: quasi quattromila tecnici e ricercatori rischiano di ritrovarsi senza lavoro nei prossimi mesi.

Molti di loro sono stati assunti grazie ai progetti del Pnrr, il piano finanziato dall’Unione Europea che avrebbe dovuto rilanciare la ricerca e l’innovazione in Italia. Ma, come accade spesso nel nostro Paese, la “fase due” non è mai arrivata.

“Il governo considera il Pnrr una parentesi chiusa. E così tutto il lavoro fatto rischia di svanire”, denuncia Antonio Sanguinetti dei Precari Uniti.

Gli 11 miliardi arrivati da Bruxelles avevano acceso grandi speranze: nuove infrastrutture di ricerca, laboratori moderni, progetti su energia e ambiente.

Ma ora, per continuare quelle attività, il governo ha stanziato appena 160 milioni di euro per il triennio 2025-2027 — una cifra che, secondo gli stessi ricercatori, “non basterà nemmeno a pagare le bollette dei laboratori”.

Soldi fermi, posti a rischio

Nel 2024, grazie anche a un’occupazione del Cnr e al sostegno di alcune forze politiche, la legge di bilancio aveva promesso 30 milioni di euro per la stabilizzazione del personale precario.

Nove milioni dovevano arrivare già nel 2025, sufficienti a trasformare in contratti a tempo indeterminato almeno 150 posizioni. Ma a oggi — denunciano i lavoratori — non è stato speso neanche un euro.

E non solo: anche i fondi liberati dai 250 pensionamenti del 2024 sono rimasti congelati. Nessuna nuova assunzione, nonostante centinaia di idonei secondo la legge Madia e anni di esperienza maturata nei laboratori.

“È un paradosso spiega Nicola Fantini, rappresentante del personale nel Cda – il Cnr forma competenze preziose e poi le lascia andare via. È come costruire una nave e buttarne via l’equipaggio”.

La paralisi del Cnr

A rallentare tutto è stata anche la vacanza di potere seguita alla fine del mandato di Maria Chiara Carrozza, ad aprile scorso. Per mesi il Cnr è rimasto senza presidente né consiglio di amministrazione, limitandosi all’ordinaria amministrazione. Ora, alla guida, c’è Andrea Lenzi, nominato da poco, ma con un mandato ridotto: resterà in carica solo fino al 2027.

In queste condizioni, denunciano i sindacati, “è impossibile pianificare una strategia a lungo termine”.

Il futuro in bilico

Senza interventi, molti progetti chiuderanno e con loro se ne andranno anni di ricerca pubblica su temi cruciali come sostenibilità, energia e ambiente, proprio mentre il settore vale in Italia oltre 45 miliardi di euro.

“Si preferisce investire in programmi militari europei come l’European Defence Fund – aggiunge Fantini invece di costruire un futuro verde e competitivo per il Paese”.

Per questo i precari del Cnr hanno scelto di spiegare in piazza, tra studenti e passanti, non solo le proprie rivendicazioni, ma anche il valore di un sapere che rischia di finire in silenzio.

Con i loro cartelloni colorati e i libri aperti sui marciapiedi, sembravano dire a chi passava: “La ricerca non è un lusso, è la base del domani. E noi non smetteremo, anche se vorrebbero farci scadere”.


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