Il “Paradosso di Roma”: vita da nababbi con redditi da fame. Ecco il tesoro sequestrato al clan Senese, ‘Pluto’ e ‘Bove’

Orologi di lusso, auto e patti di sangue: come l'Antimafia ha tracciato il "buco" milionario tra dichiarazioni fiscali e tenore di vita

Nella Roma che sfugge ai radar del fisco, esiste un mondo parallelo fatto di redditi dichiarati da poche centinaia di euro e vite scandite da lusso ostentato, relazioni pericolose e ruoli chiave negli equilibri criminali.

È una città invisibile solo sulla carta, ma ben presente nelle dinamiche della criminalità organizzata, quella che emerge con forza dall’ultima operazione condotta dai Carabinieri e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia.

Al centro dell’indagine, un sistema che gli investigatori definiscono senza mezzi termini una “sproporzione strutturale”: individui che dichiarano redditi irrisori, ma che si muovono con disinvoltura tra beni di lusso, contatti di alto livello e mediazioni tra clan. Un equilibrio fragile solo in apparenza, che si regge su prestanome, conti schermati e una gestione attenta dell’immagine.

Il lusso come linguaggio di potere

Orologi da decine di migliaia di euro, auto, moto e accessori di pregio: il patrimonio sequestrato supera il milione di euro. Ma il dato più curioso, quasi paradossale, riguarda la natura di questi beni. Accanto a pezzi autentici, compaiono repliche.

Un dettaglio che racconta molto più di quanto sembri: nel sottobosco criminale, il lusso non è solo possesso, ma rappresentazione. L’importante è apparire, trasmettere autorità, consolidare una reputazione.

I protagonisti: profili tra curva e criminalità

Tra i nomi finiti sotto la lente c’è Ettore Abramo, detto “Pluto”, volto storico della curva nord legata alla S.S. Lazio e vicino a figure di spicco del passato.

A fronte di poco più di quattromila euro dichiarati in quattro anni, gli investigatori hanno ricostruito una disponibilità economica ben diversa, con una sproporzione che sfiora il milione di euro. Nella sua disponibilità, orologi di alta gamma, veicoli e altri beni incompatibili con i redditi ufficiali.

Accanto a lui Angelo Senese, figura che rappresenta un ponte diretto con la criminalità campana e in particolare con ambienti riconducibili alla famiglia del fratello Michele. Anche qui i numeri raccontano una storia simile: entrate dichiarate contenute e un patrimonio reale che supera di gran lunga ogni giustificazione lecita.

Completano il quadro Marco Baiocchi e Daniele Salvatori, detto “il Bove”. Quest’ultimo, con poco più di mille euro dichiarati in quattro anni, incarna in modo emblematico il cortocircuito tra apparenza fiscale e realtà criminale. Entrambi avrebbero gestito risorse importanti attraverso conti intestati a terzi e investimenti in beni facilmente occultabili e trasferibili.

L’episodio che poteva accendere una guerra

È però un singolo episodio a far emergere tutta la tensione di questo sistema. Salvatori, muovendosi senza autorizzazione, avrebbe sottratto denaro e un orologio di grande valore a un gioielliere romano.

Un gesto che, in un contesto ordinario, si configurerebbe come un reato grave. Ma qui il significato è diverso: quell’orologio apparteneva a un esponente della famiglia legata al Clan Di Lauro.

Uno sgarbo che travalica il valore economico e diventa questione di rispetto, gerarchie e controllo del territorio. La reazione non si sarebbe fatta attendere: un piano per attirare Salvatori in una trappola, sequestrarlo e chiedere un riscatto.

Uno scenario da faida aperta, evitato solo per una coincidenza investigativa che ha portato all’arresto dell’uomo per altri reati.


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