Categorie: Lavoro

In attesa che… Il lavoro precario nobiliti l’uomo e lo renda libero

Restiamo in fuga dall’Italia

A vent’anni il primo di giorno di università, tra i suoi muri scarni e poco accoglienti inizi a credere che puoi cambiare il mondo, lo devi fare perché cosi come c’è lo hanno lasciato non ci piace. Non succederà mai, ma il coraggio di poter fare ciò che si ama è l’unica cosa che ti fa stare bene e questo significa ancora poter scegliere.

I consigli non ci piacciono, zero compromessi, nonostante ci sia nessuna o quasi incerta comprensione del futuro questo ancora non spaventa, essere giovani spiega più di tante parole lo stato mentale di assenza di paura, la vita è nelle nostre mani, l’incerto è ancora lontano.

La sorpresa è che di lì a pochi anni lo stato miopico viene meno e la paura arriva alla mente, l’incerto futuro…una certezza. I giovani oggi attendono un’irraggiungibile libertà dalla precarietà, dalla disoccupazione che oggi riguarda l’8,5% della popolazione nazionale.

350.000 il numero di lavoratori precari che lavorano ore indefinite, costretti a straordinari illimitati, con diritti limitati, garanzie incerte, occupati per ore, notti, giorni e anni definiti da una legge che tutela Governi e aziende esonerandoli dal regolarizzare i nuovissimi lavoratori a intermittenza.

Il lavoro oggi è stato spogliato della sua funzione sociale, aggregante e ridotto ai minimi termini, ridotto ad una merce, nella maggior parte dei casi volto alla soddisfazione di meri prodotti consumistici, in ordini di grandezza, non più volto al risparmio, unica caratteristica che ci differenziava in Europa e nel mondo definendoci come i ‘grandi risparmiatori’.

La generazione mille euro ha lasciato il posto alla generazione che raccoglie le briciole del lavoro rimasto qui e là, accettando senza chiedersi più, con quale garanzie.

Il lavoro è stato frammentato, svuotato nei suoi diritti, prosciugato dei valori motivazionali e qualitativi.

Il lavoro precario non più difeso neanche dai sindacati, che diviene sindacato e sindacabile, più alto speravano, indifendibile. Il lavoro che negli anni si era organizzato a resistere, rafforzato, stretto nelle sue categorie, nei suoi comparti e corporazioni, oggi, lo vediamo parcellizzato, destrutturato, spoglio, attaccato e leso su più fronti, vulnerabile, inaffidabile, incoerente, costretto alla resa tra il capitalista e i suoi vantaggi, arreso di fronte a chi baratta la pausa pranzo (un diritto), con la maggior produttività richiesta al lavoratore ( come unica rendita del capitalista).

Il lavoro sta subendo continui attentati sotto gli occhi inermi dei lavoratori che lasciati senza un contratto non possono più contrattare. La risposta alla crisi economica italiana è stata la chiusura di molte fabbriche, chi lavorerà domani?, chi spenderà?, chi farà ripartire l’economia?, gli immigrati o la guerra???  La disoccupazione, diviene un duplice costo per l’intera società, costretta a pagare le indennità di disoccupazione e le nuove pensioni che non avremo mai, come nessun altro acceleratore economico. Ci dicono che stiamo chiedendo troppo o forse ciò che vorrebbe oggi un laureato è solo appannaggio di pochi eletti.

La cultura diviene sempre più elitaria, è la nuova corsa al ribasso, quella a costi contenuti non potrà soddisfare tutti, la sua qualità è in caduta libera, l’obiettivo è metterci in silenzio nell’angolo, più ignoranti e ciò significherà, più soli, indifesi e indifendibili.

L’alternativa la ‘fuga dei cervelli’, per i più dinamici e pronti ai cambiamenti.Quelli che restano, per nulla padroni del proprio futuro, in una nazione moderna che ha deciso di non investire nell’istruzione, nella ricerca scientifica, nell’innovazione e nella tecnologia, gli unici settori che potrebbero portare questo bellissimo Paese a testa alta fuori dalla crisi, competitivi e più forti.

È proprio dall’illibertà dalla precarietà che scaturiscono nuove precarietà quella dei sentimenti e delle relazioni, oggi più deboli, quelle da cui nascono nuovi ‘bamboccioni’, paurosi della vita, gli stessi che si sentono a mio giudizio, legittimamente al sicuro, solo tra le mura domestiche.

Il tempo che pensiamo di avere ancora è quello delle scelte che ‘fanno la vita’, le ragioni di vita, attendiamo con ansia questa riconciliazione, in attesa di una raggiungibile libertà dalla precarietà, l’unica possibile riconciliazione con il nostro futuro.

Dott.ssa Flavia Sconti

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