La cura del Covid a domicilio

Intervista al Presidente dell'Ordine Medici Chirurghi e Odontoiatri di Roma Antonio Magi
Patrizia Artemisio - 10 Aprile 2021

Il testo antico del giuramento di Ippocrate è solo a prima vista un viaggio nel tempo.

Si giura per Apollo medico e vari dèi dell’Olimpo chiamati a testimoniare l’impegno. Tuttavia il lato più spirituale dell’uomo, non è da queste parti mai stato messo via. Pur con strumenti inadeguati, il medico era in sé conforto e certezza per il malato. Magari finivi col morire per una tonsillite ma lui prometteva: “in qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”. Nel 2020, Covid 19 ha sottolineato il paragrafo. E non ci sono santi, noi abbiamo paura di guardare il virus in faccia da soli. Ancor di più se lontano da casa. Per capire se e in che modo si può curare il Covid a domicilio, abbiamo intervistato il Presidente dell’Ordine Provinciale di Roma dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Antonio Magi.

Presidente, l’attuale protocollo per la cura domiciliare del Covid prevede un’attesa monitorata e l’uso di Tachipirina? 

Si, in questo momento, le linee guida prevedono un monitoraggio del paziente in modo da controllare costantemente la sua situazione. Quindi febbre, saturazione del sangue e via dicendo. L’uso della Tachipirina come antipiretico è previsto nel momento in cui siamo di fronte ad una condizione di natura febbrile e dobbiamo necessariamente abbassare la temperatura. Il protocollo poi si compone di tanti altri elementi necessari per monitorare il paziente. È evidente che nel momento in cui la situazione si complica e necessita di un ricovero si provvede a chiamare il 118 o, a seconda dell’organizzazione nelle varie Regioni, si attivano le Usca e il paziente viene seguito in ospedale.

Sono nati gruppi di medici che gratuitamente assistono online i pazienti positivi. Un esempio è il Comitato Cura domiciliare Covid 19 in ogni regione che, utilizzando la pagina Facebook, ha seguito molte persone prevenendone il ricovero. Come mai i pazienti si rivolgono ai volontari, cosa non sta funzionando? 

Questa pagina Facebook a cui lei fa riferimento non la vedo come riparazione a qualcosa che non funziona. Al contrario la considero un supporto per i medici di famiglia e ai pazienti, un elemento in più che lavora come un’equipe che si è organizzata spontaneamente sul territorio.

Ripeto, lo considero un fatto positivo. Da anni predico l’importanza dell’equipe territoriale formata da Medici di famiglia, Medici specialisti ambulatoriali interni, Pediatri, infermieri e tutti coloro che hanno competenze specifiche. Sto parlando di un’organizzazione in grado di seguire il paziente in modo completo cercando di evitargli il più possibile il ricovero. Questa pagina, su cui si scambiano esperienze e pareri, è quindi un esempio virtuoso che ha elementi positivi e che aiuta i pazienti ad essere curati a casa. È una rete informale che mi auspico diventi formale qualora il territorio venisse riformato.

Sulla stampa abbiamo potuto leggere l’opinione di medici che ritengono si debba aggredire il virus tempestivamente con farmaci specifici anziché attendere, lei cosa ne pensa? 

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Bisogna stare attenti. Quando la condizione del paziente si complica dobbiamo procedere con le relative terapie. Però non tutte le terapie vanno attivate immediatamente. I pazienti vanno monitorati e in base ai parametri procedere. Alcune tipologie di terapie ad esempio possono mascherare dei sintomi che invece sono utili sapere per capire se serve il ricovero. È importante usare il farmaco giusto al momento giusto avendo ben presente che non possiamo trattare tutti i pazienti allo stesso modo.

La soluzione per far fronte alla fase di maggior emergenza sembra sia l’ampliamento dei settori Covid negli ospedali, non è possibile una diversa organizzazione e investimento per prevenire il ricovero ospedaliero?

Assolutamente si, è quanto ho detto prima in riferimento ad una diversa organizzazione del territorio che dovrebbe prevedere delle equipe multidisciplinari in cui ogni professionista sanitario, a seconda del proprio ruolo e in rispetto delle proprie competenze, collabora nella gestione del paziente al proprio domicilio – che sia Covid o cronico –, per evitare gli accessi all’ospedale che dovrebbero essere solo per le urgenze. Ripeto: l’ospedale per le acuzie, il territorio per le cronicità e la gestione di malati che non necessitano di ricovero.

Nel Lazio abbiamo le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) ma Roma è una metropoli con alta densità abitativa, ci sono maggiori difficoltà nell’assistenza a domicilio? 

Il medico di famiglia dovrebbe seguire a domicilio tutti i suoi pazienti. Nel caso poi ci fosse necessità, e Roma è città con difficoltà di natura logistica, una rete informale fatta di telemedicina o altro potrebbe essere utile. Sarebbe ottimo anche un collegamento diretto tra le Usca il medico curante e gli ospedali in maniera tale che laddove si necessita un ricovero immediato il percorso sia già predisposto senza andare a cercare un posto dove curare il malato.

Crede che la progressiva specializzazione in medicina abbia fatto perdere di vista la visione d’insieme del paziente? Il medico di base ha oggi le competenze necessarie per assistere un malato di Covid?

Oggi nessun medico ha tutte le competenze. Il medico di base ha per l’appunto competenze di base e ogni specialista ha le competenze di specialità, ma non d’insieme. I progressi della medicina sono tanti e tali che non c’è medico che sappia di tutto. La figura del medico condotto è superata, la nuova frontiera della medicina e della cura è il lavoro in squadra, in equipe. Una squadra deve essere in grado di seguire tutte le fasi della terapia del paziente: dalla patologia semplice, affidata al medico di base, a quella complessa seguita dallo specialista o da più specialisti che dialogano tra di loro.


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