La delibera sull’internalizzazione degli OEPA (Operatori educativi per l’autonomia) in Consiglio comunale

Il 16 ottobre 2020, l’Assemblea Capitolina è chiamata a decidere su un tema molto importante
Redazione - 12 Ottobre 2020

L’Assemblea Capitolina, il 16 ottobre 2020, è chiamata a decidere su un tema molto importante ma poco conosciuto dalla maggioranza dei romani: si tratta dell’internalizzazione dei lavoratori ex AEC (oggi OEPA: operatori educativi per l’autonomia), vale a dire tutte quelle donne e quegli uomini che all’interno delle scuole si occupano dell’assistenza ai bambini e ai ragazzi disabili.

Quei lavoratori ai quali sono riservati servizi essenziali in merito a comunicazione, socializzazione, autonomia e che contribuiscono in misura non quantificabile all’azione didattica svolta da insegnanti di sostegno e insegnanti titolari.Un servizio pubblico fondamentale (ne sanno qualcosa quelle migliaia di genitori di ragazzi disabili che, il più delle volte, hanno proprio questi operatori come principale punto di riferimento), esternalizzato venti anni or sono, potrebbe quindi tornare alla gestione diretta dell’Ente cui è affidato dalla Legge, ponendo fine ad un sistema che – secondo i rappresentanti dei lavoratori OEPA – ha prodotto precarietà e sfruttamento, disservizi per le bambine, i bambini e le loro famiglie e un incredibile sperpero di denaro pubblico.

Lo strumento per raggiungere l’obiettivo dell’internalizzazione è stato una Delibera di Iniziativa Popolare, promossa dal Comitato Romano AEC, sottoscritta da più di 12.000 persone e che ha raccolto il sostegno all’unanimità da parte di sei Consigli Municipali (III, V, VIII, IX, XIII e XIV), di numerose associazioni di quartiere e realtà della città solidale, oltre ad essere stata sostenuta sin dai primi passi dai sindacati di base Cobas, CUB e USB, da Potere al Popolo e dal Partito della Rifondazione Comunista, da amministratori come il consigliere comunale Stefano Fassina (Sinistra per Roma) e molti altri consiglieri municipali appartenenti a tutto l’arco della politica.

L’Assistente Educativo Culturale (o OEPA) è una figura esistente ormai da decenni nelle scuole di tutta Italia (anche se la denominazione varia di regione in regione) e si occupa di favorire l’inclusione scolastica e l’autonomia degli studenti con disabilità. Oltre a garantire l’effettività del diritto all’istruzione dei bambini con disabilità, l’Assistente Educativo rappresenta per loro il più importante punto di riferimento, essendo la figura scolastica con cui spesso trascorrono il maggior numero di ore e con la quale, per diversi motivi, instaurano un rapporto più ravvicinato e in qualche modo “confidenziale”. L’esternalizzazione del servizio di inclusione scolastica e il sistema degli appalti ha comportato però, per gli operatori, salari bassissimi e precarietà lavorativa non garantendo ai bambini e alle loro famiglie il servizio a cui avrebbero diritto.

Il servizio di assistenza educativa è infatti concesso in appalto a Cooperative sociali, attraverso bandi di gara al massimo ribasso economico, dalla cadenza più o meno biennale. Questo semplice ma enorme fatto comporta tutta una serie di gravissime conseguenze: sono innanzitutto minate alla base la qualità, l’efficacia e l’efficienza dell’intervento educativo il quale, fondandosi primariamente sulla continuità della relazione che si stabilisce tra operatore e alunno, è reso invece frammentato, contingentato dai continui cambi d’appalto ed estremamente faticoso per tutte le parti in gioco. I lavoratori sono così costretti a migrare di anno in anno da una cooperativa all’altra, ricominciando ogni volta il lavoro da capo, trovandosi continuamente ad aver a che fare con nuovi datori di lavoro e diverse condizioni lavorative, spostati come pacchi postali all’interno di uno scacchiere caotico e pressoché insensato. Il lavoratore si trova inoltre a vivere una situazione paradossale: è un dipendente privato all’interno di una struttura pubblica (la scuola), un “escluso” o marginale la cui mansione è quella di favorire l’inclusione.

Infatti, oltre a ricevere una paga oraria già infima di per sedi circa 7€ nette l’ora, i contratti stipulati fra Comune e cooperative di tipo “part time ciclico verticale”, prevedono la sospensione del contratto e la mancata retribuzione quando le scuole chiudono per qualsiasi motivo e per qualsiasi lasso di tempo: nei casi di emergenza sanitaria, maltempo, elezioni, disinfestazione, durante le vacanze natalizie, pasquali e dulcis in fundo quelle estive che durano ben tre mesi!;su 12 mesi l’AEC riceve lo stipendio, in media, per soli 8/9, costretto nel tempo restante a trovare espedienti per sopravvivere. Oltre il danno, però, c’è la beffa: per effetto di leggi alquanto discutibili, durante i mesi estivi il contratto di lavoro con la cooperativa risulta ancora in essere in quanto “solamente” sospeso; motivo per il quale il lavoratore, anche se di fatto disoccupato, non può accedere a qualunque tipo di sostegno al reddito (disoccupazione Naspi, cassa integrazione, ecc.)., né tanto meno cercare un altro lavoro.

A volte l’operatore può trovarsi a dover sostenere una giornata lavorativa di 8 ore senza che gli sia riconosciuto il diritto al pasto. Nelle mense scolastiche non è infatti previsto il vitto per gli AEC, tanto meno le cooperative erogano i buoni pasto: pertanto si può arrivare al paradosso per il quale l’operatore debba presenziare a mensa per assistere il bambino, dunque sedersi al tavolo con la classe, ma non possa nutrirsi egli stesso!

Il nuovo regolamento adottato nel 2017 dal Comune di Roma (che riguarda circa 2500 lavoratori e in base al quale è stato reso obbligatorio uno specifico corso di formazione di 320 ore dal costo di circa 1000 € spesso a carico del lavoratore stesso) attribuisce agli AEC una funzione educativa, di mediazione comunicazionale, per la quale sono necessari elementi e competenze basilari di psicologia. In aggiunta a tale specifica formazione, molti AEC sono spesso educatori o psicologi laureati a pieno titolo, ma queste competenze espressamente richieste dal Regolamento non trovano però riscontro nel contratto nazionale al quale la categoria afferisce perché pagati secondo un inquadramento contrattuale di almeno tre livelli inferiore a quello che sarebbe adeguato.

L’emergenza Covid 19 poi non ha fatto altro che portare all’estremo limite una situazione già in perenne sofferenza: 3.000 lavoratrici e lavoratori sono stati ridotti in povertà, appesi ad ammortizzatori sociali che nel migliore dei casi sono arrivati dopo tre mesi al 60% del già misero stipendio, nel peggiore invece per alcuni la cassa integrazione di maggio ancora deve arrivare; mentre il Comune non ha utilizzato i fondi già stanziati e messi a bilancio per il servizio.

Le cifre spese dall’Amministrazione capitolina per il finanziamento del servizio in appalto sono di per sé significative: il Comune eroga per il servizio circa 21 euro l’ora, ma di questi solo 7 entrano direttamente nelle tasche del lavoratore, gli altri si perdono nelle maglie e nei meccanismi oscuri di una burocrazia e di strutture che producono sprechi inutili. La delibera sull’internalizzazione, quindi, farebbe risparmiare al Comune, e di conseguenza a tutti i romani, un sacco di soldi.

Per supportare e rafforzare, ma anche per accelerare, l’approvazione di questa delibera, per il 16 ottobre i lavoratori OEPA hanno indetto un’assemblea sindacale e saranno dalle 12.00 in piazza del Campidoglio a presidiare l’aula Capitolina che voterà la delibera sul loro futuro; l’esito del voto, se positivo, potrebbe fare da volano e da traino per riportare nel pubblico tutte quelle altre realtà riguardanti i servizi erogati dal comune ma esternalizzati e privatizzati.


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