La prima osteria

Aldo Pirone - 26 Giugno 2020

Quando lavoravo (ero poligrafico) c’era un compagno, rappresentante della Cgil nel Consiglio di fabbrica all’Ansa, che usava dire: “la Cisl si ferma sempre alla prima osteria”.

Era un modo pittoresco e romanesco per sanzionare un qual certo moderatismo, nella contrattazione con le controparti padronali, di quel sindacato confederale e delle strutture ad esso afferenti. Il mio collega, però, non si riferiva a quel senso della realtà e dei rapporti di forza di cui deve tenere conto ogni buon sindacalista quando fa una trattativa per rivendicare qualcosa per i suoi rappresentati o anche per difenderli al meglio quando si tratta di dover contrattare in situazioni dolorose: crisi o ristrutturazioni aziendali con relativi esuberi, casse integrazioni, contratti di solidarietà ecc., insomma tutto l’armamentario che alla bisogna si mette in campo pur di evitare i licenziamenti. No, il mio compagno e collega (Di Martino si chiamava, spero che sia ancora in ottima salute) voleva sanzionare non il buonsenso ma una qual certa arrendevolezza: la “fermata alla prima osteria”, appunto.

Marco Bentivogli

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Credo che il segretario in uscita dei metalmeccanici della Cisl Marco Bentivogli (cui va tutta la mia solidarietà per le minacce di morte ricevute) sia affetto da questo morbo sottile quando, prevedendo per settembre “uno degli autunni più terribili della nostra storia” in cui, aggiunge, “la disperazione sociale sarà alle stelle”,  mette in guardia il governo contro il prolungamento del blocco dei licenziamenti per le aziende. “Se si mette il divieto di licenziare e poi ci sono centinaia di migliaia di imprese che portano i libri in tribunale – dice Bentivogli – voglio che i responsabili del governo rispondano a uno a uno a quei lavoratori a cosa è servito il blocco dei licenziamenti.”.

Si dovrebbe domandare, l’illustre segretario della Fim-Cisl, che cosa dovrebbe dire il governo ai lavoratori licenziati per lo sblocco tanto reclamato dagli industriali. E che cosa lui, sindacalista, dovrebbe dire a quei lavoratori che hanno messo nelle sue mani il loro destino. Il tema non è facile da risolvere. Ma gli aiuti che stanno giungendo alle imprese e che giungeranno saranno copiosi (miliardi). Chiedere a lor signori di non licenziare e di utilizzare tutti gli strumenti che la contrattazione sindacale prevede per non lasciare solo nessun lavoratore, mi sembra sia il minimo indispensabile in piena sintonia con il dettato costituzionale che sancisce la “funzione sociale” della proprietà, in questo caso dell’impresa (art. 42, 43). Certo, come lamenta un comunicato di oggi della Fim-Cisl, “abbiamo migliaia che non approdano al MiSE […] E, ogni giorno, arrivano sul tavolo del Governo 3-4 nuove vertenze”. E allora? Bisogna trattare con pazienza e tenacia, con intelligenza e duttilità, senza, arrendendosi, fermarsi “alla prima osteria”. Anche se si rinnoverà, com’è auspicabile, il blocco dei licenziamenti.  Un buon sindacalista, invece di fare del terrorismo economico (“centinaia di migliaia di imprese”), dovrebbe farsi carico non dei desiderata di Carlo Bonomi, il gaglioffo presidente della Confindustria, ma di quelli dei lavoratori e del paese che avrà bisogno di riprendersi con il lavoro, non con i licenziamenti.


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