

L' anticipazione tratta da un libro di prossima pubblicazione
Pubblichiamo qui si seguito una ghiotta anticipazione tratta da un libro di Francesco Piga di prossima pubblicazione intitolato “Pasolini l’inattuale”.
Il 1960 è l’anno delle Olimpiadi a Roma, e Pasolini è presente all’inaugurazione che racconta ai lettori di “Vie Nuove”: “ogni rappresentativa ha un costume diverso: […] ha una piccola variante, una piccola trovata: le canadesi hanno in mano delle bellissime borsette; i polacchi agitano dei fazzolettini colorati, gli indiani hanno degli altissimi turbanti arancione: il sole fonde tutto, e non c’è un solo costume di cattivo gusto, di solo effetto. […] Il Giappone, Cuba, parevano portare dentro lo stadio, così puro, così anonimo, la concretezza vivente delle recenti battaglie, delle recenti morti, delle recenti passioni: ma tutto come purificato, diventato esperienza e dolore di ognuno di noi, e, come tale, superato, vinto dall’incalzare del tempo e ella storia“. Il titolo dell’articolo è “Un mondo pieno di futuro”, l’intero mondo che vede sfilare, nuovo con i numerosi paesi africani che di recente hanno conquistato l’indipendenza, con gli stati più poveri che stanno iniziando ad avere una loro vita civile, con l’America e la Russia che si apprestano a conquistare il cosmo. Pasolini, che non tace gli aspetti sgradevoli della manifestazione, tra cui il benvenuto del ministro Fanfani, “difficile immaginare un discorso più retorico e più provinciale“, e il canto dell’Inno olimpico, “un relitto wagneriano da stringere il cuore“, conclude ponendo questa evocazione dei momenti storici al di sopra, fuori, della Storia stessa, per assurgere a fatto interiore, “come staccati dal male e dal bene, quasi pronti a far parte di una coscienza più alta e serena, quella che li giudicherà domani“1.
Assiste ad alcune gare con poco entusiasmo, vede vincere Kauffmann sul negro Davis nei quattrocento metri: “Ma io pensavo ai generali tedeschi e a Erhard, e non ho potuto ammirare quel povero biondo: non l’ho proprio potuto ammirare. Quella sua ostinata passione, quella sua furia disperata, mi hanno fatto paura“. Si diverte di più guardando le gare alla televisione, lo sport che è sempre più spettacolo. Con maggiore partecipazione ha assistito qualche giorno prima a gare improvvisate allo stabilimento Ondina di Ostia fra un gruppo di italiani, “nati stanchi, ragazzi della periferia“, e un gruppo di ungheresi fra l’esaltazione dei presenti; dopo la vittoria degli ungheresi, “colossi selezionati, potenti e meticolosi“, le donne italiane, “lanciando parolacce in romanesco“, hanno sfidato le donne ungheresi al tiro alla fune e hanno vinto; è stata quella per Pasolini “una vera riunione sportiva: lo sport ideale ha queste dimensioni“2.
Pasolini intervista, durante la cena, il ciclista Viktor Kapitanov, che si è aggiudicato la prova su strada dando alla Russia la prima grande vittoria in una manifestazione ufficiale. Ha caratteristiche somatiche, timidezza e sguardo adolescenziale, che gli ricordano gli amici friulani. Il campione olimpionico racconta le sue origini da dilettante della bicicletta usata nei mesi estivi per tenersi in esercizio come pattinatore sul ghiaccio. Pasolini è interessato a sapere i motivi della mancanza di forme di professionismo sportivo in Russia, e gli viene risposto “con vivace euforica ingenuità” che “lo sport deve servire solo a migliorare fisicamente, a spronare a una pacifica competizione, non altro“. Al termine della cena il ciclista e il suo allenatore lo fanno felice chiedendo di portarli a vedere qualcosa di Roma: “istintivamente vado verso la periferia, e piano piano, arriviamo alla Borgata Gordiani, chiacchierando sempre di sport, delle prime vittorie dei russi nell’atletica, delle gare di domani. “Dormono tutti?” mi chiedono, come passiamo tra le infangate, miserande casette della borgata perse nel livore della notte, mute. […] Scendiamo dalla macchina, nel piazzale circondato dalle casette degli sfrattati, chiuse nel loro miserabile orticello. Lontanissime, splendono le luci della Roma olimpica. Non dormono, no, alla borgata: se ne stanno, esclusi dalla città, come rintanati tra le loro casette. Vedendoci, un po’ alla volta vengono fuori, si raccolgono intorno, è una piccola folla: sono quasi tutti giovani, e come riconoscono Kapitanov, gli si raccolgono intorno, festosi, nei loro eleganti stracci di malandrini. Ah, quante cose ci sarebbero da dire...”3.
1 “Vie Nuove”, 3 settembre 1960, in RR I, pp. 1527-1531.
2 “Vie Nuove”, 17 settembre 1960, in RR I, pp. 1532-1536.
3 “Vie Nuove”, 10 ottobre 1960, in RR I, pp. 1537-1541.
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