Quando il Covid colpisce i bambini

Intervista al Dott. Andrea Campana, Responsabile del Centro Covid dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù
Patrizia Artemisio - 13 Marzo 2021

Dite a Mary Poppins che un po’ di zucchero non basta più. Che non siamo un granché nel cercare giochi per rendere ogni compito più semplice e sereno. Inadatti ad inventare trucchi per ingannare un tempo smisurato di attesa, paura, distanza e, neanche a pensarlo, di tamponi positivi ad un virus che ruba i nonni ai bambini. Perciò, mentre ci chiediamo cosa avrebbe fatto il signor Disney per risolvere il problema e riportare tutti a far volare gli aquiloni, cerchiamo di capire meglio cosa accade quando il Covid colpisce i bambini. A tale scopo abbiamo intervistato il Dott. Andrea Campana, Responsabile del Centro Covid dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù:

All’inizio si parlava di una sorta di immunità dei bambini al Covid, con le varianti le cose sembrano cambiate, cosa sta accadendo?

In realtà fin dall’inizio sapevamo che i bambini avevano una contagiosità simile a quella dell’adulto. Riguardo alla gravità della malattia, sin dall’inizio si è manifestata in una forma molto lieve e così è anche adesso, nonostante le varianti. Quindi oggi questa malattia nel bambino è esattamente la stessa malattia che abbiamo imparato a conoscere lo scorso marzo.

Ma è aumentata la percentuale di bambini contagiati?

No, la percentuale dei bambini contagiati è influenzata da quelle che sono le restrizioni e quindi poi dagli allentamenti che fanno seguito alle restrizioni. Noi abbiamo avuto 98 pazienti dai primi di marzo al 31 giugno mentre dal primo di settembre al 31 di ottobre abbiamo registrato 110 casi, pagavamo lo scotto delle riaperture di quei tre mesi. Adesso abbiamo una media di 50 bambini ricoverati al mese. In genere si concentrano in quattro, cinque settimane dopo le riaperture ed un calo dell’attenzione nei comportamenti individuali. Questo non è un aumento dei casi pediatrici legati alle varianti anche perché ancora oggi non sono sempre accertate le varianti. C’è però da aspettarsi che i casi aumenteranno nelle prossime settimane perché è dimostrato che la variante inglese nell’adulto porta una maggiore contagiosità, quindi lo farà anche nel bambino.

 Qual è l’età media dei bambini ricoverati?

L’età mediana dei bambini ricoverati fino ad oggi si concentra intorno ai tre anni,  tre anni e mezzo. Il dato è influenzato dai primi mesi in cui erano prevalenti i bambini piccoli, nell’ultimo periodo vediamo bambini più grandi quindi dai dodici-tredici anni in su, ma i numeri sono ancora piccoli per capire se c’è un aumento legato all’età adolescenziale. Forse gli adolescenti ora hanno sintomi maggiori rispetto ai piccolini e quindi vengono ricoverati mentre gli altri vengono seguiti a domicilio. Nessuno di questi comunque è stato infettato in ambito scolastico.

Insieme al bimbo positivo che viene ricoverato può restare anche la mamma?

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Assolutamente si. Questo implica un enorme sforzo nella gestione dei posti letto perché noi abbiamo genitori positivi vicino a bambini positivi ma possiamo avere anche genitori negativi vicino a bambini positivi, che dobbiamo cercare di mantenere negativi. A volte un genitore positivo viene ricoverato in un altro ospedale e quindi l’unico genitore che può stare vicino al bimbo è l’altro, che magari è negativo, quindi dobbiamo gestirli in stanze separate rispetto a quelle di altre coppie mamma-bambino positivi. Comunque la mamma o il papà resta sempre col bambino, salvo casi, che purtroppo sono capitati, in cui i genitori erano contemporaneamente ricoverati in ospedali diversi oppure nei casi di bambini provenienti da centri di accoglienza o case famiglia. In questi mesi abbiamo dovuto farci carico anche di bambini senza genitori.

Ci sono bambini in terapia intensiva per Covid?

Vorrei innanzitutto dire che ad oggi non è morto nessun bambino per Covid. Abbiamo tenuto bambini in terapia intensiva per monitorizzarli. Sono bambini che hanno malattie infiammatorie Mis–C, ovvero malattie che compaiono dopo settimane dall’infezione acuta. Possiamo comunque dire che sono pochi quelli che hanno avuto problematiche respiratorie ed erano bambini che avevano comorbilità di altre malattie associate.

Ma i bambini sono andati in terapia intensiva per il Covid o per altre problematiche?

Tutti i 40 bambini con la malattia infiammatoria Mis-C, sono andati in terapia intensiva per il Covid, ci sono stati una settimana per essere monitorizzati e poi sono tornati ai reparti per fare le terapie. I bambini che sono andati in terapia intensiva con quadri respiratori associati al Covid invece avevano tutti delle comorbilità.

Al Bambin Gesù, prima della pandemia, operavano i clown dottori per aiutare i bambini nell’affrontare la paura delle analisi e delle cure ospedaliere. Il Covid ha imposto un abbigliamento ed un codice di comportamento che esclude il naso rosso del pagliaccio?

Il Covid ha escluso tante cose, se parliamo proprio del reparto Covid lei deve immaginare che ci sono dentro degli extraterrestri che sono i medici e gli infermieri bardati dalla testa ai piedi. Questi bambini ed i genitori devono essere ricoverati in stanze di isolamento in cui non entra e da cui non esce neanche una penna, figuriamoci se possono entrare figure extra sanitarie. Sono abituati a confrontarsi solo con gli occhi dei medici, con gli occhi delle infermiere. Siamo privati di quel contatto che noi pediatri da sempre abbiamo con i nostri assistiti. Il reparto Covid ha percorsi ben separati da tutto il resto dell’ospedale ma anche negli altri reparti vigono le restrizioni imposte dalle norme per la prevenzione del Covid.

Quali crede saranno le conseguenze dal punto di vista psicologico?

Ormai i dati dimostrano che il virus non sta creando problemi perché riusciamo a monitorizzarlo, faremo costantemente dei day hospital per questo, però dal punto di vista psicologico riscontriamo una brain fog (nebbia cerebrale) che stiamo provando a studiare. Naturalmente tanto più lunga è stata la degenza tanto più i bambini possono avere una ripercussione sul piano psicologico perciò diamo costantemente un supporto anche dopo le dimissioni.

Restando in tema, durante la quarantena ci sono delle attenzioni che dovrebbero avere i genitori e cosa non devono fare?

Sono un genitore anch’io, so bisogna dedicargli tempo, cosa che non faccio perché sto sempre in ospedale! Ci sono le quarantene strette che rendono impossibile anche al genitore uscire di casa e bisogna sfruttare questo tempo per stare con i nostri figli, per parlare, per sentire se sono preoccupati. Abbiamo visto che nei bambini piccoli c’è una grande preoccupazione per la malattia, lo abbiamo notato soprattutto nella prima fase quando il coronavirus era visto come possibile causa di morte e vedevamo nei disegni dei bambini quanto questo incideva. Per non parlare dei bambini che hanno visto morire i nonni che magari erano a casa con loro, sono stati portati via con l’ambulanza e non sono più tornati. È chiaro che anche oggi il Covid spaventa, questa malattia preoccupa i bambini così come i genitori quindi bisognerebbe parlarne insieme. Poi bisogna evitare più possibile l’uso di devices, l’utilizzo dei telefonini, non abbandonarli davanti alla televisione per ore e altra cosa importante è l’aspetto alimentare. I bimbi che sono in casa si muovono molto meno, tendono ad avere eccessi alimentari quindi evitare l’incremento di peso eccessivo legato alla non attività e all’eccesso di apporti alimentari calorici.

Dottore, se sono una mamma che scopre che il tampone del suo bambino è positivo, cosa devo fare?

Stare tranquilla, stare tranquilla, stare tranquilla. Ovviamente la prima cosa da fare è capire da dove l’ha preso, è importante dal punto di vista sociale per fare il tracciamento dei contatti. Per il bambino dobbiamo immaginare l’infezione da coronavirus come qualsiasi altra infezione quindi ovviamente andrà monitorizzata la febbre e le condizioni generali. Bisogna trattarlo con antipiretici e bisogna aumentare l’apporto di liquidi, di verdure, di fibre perché anche questo è importante. Naturalmente si deve contattare il pediatra di famiglia che telefonicamente darà ulteriori suggerimenti. Laddove ci fosse un peggioramento clinico si ricorre ai centri Covid, a Roma c’è il Bambin Gesù.


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