“Questua continua”, il fenomeno controllato dal racket torna a regime

Dopo la lieve flessione registrata in città negli ultimi tempi
di Alvaro Colombi - 17 Novembre 2007

Dopo la breve latitanza di qualche settimana l’esercito di postulanti, lavavetri, ambulanti e da ultimo la categoria estrema dei “pulisci fanali”, è tornato a presidiare gli incroci semaforici. Percorrendo in auto la via Laurentina da viale del Tintoretto fino alla confluenza nella Colombo, se hai la fortuna di trovare il “rosso” in quei tre primi incroci (appena cinquecento metri) puoi fare la tua elemosina, farti lavare i vetri e spolverare i fanali (quest’ultima operazione avviene comunque d’ufficio), provvedere all’ennesima scorta di fazzolettini, comperare il giornale. A non essere tirchi e nemmeno tanto prodighi con cinque euro (un euro ogni cento metri) passi indenne i tuoi incroci, senza subire ulteriori e fastidiose “invadenze”.

Per qualche tempo, dall’altro lato della Colombo (incrocio col primo tratto della Laurentina), hanno fatto la loro comparsa due artisti di strada, un ragazzo e una ragazza. Tra un “rosso” e un “verde” hanno intrattenuto gli automobilisti coi loro piccoli numeri da circo d’antan. Almeno fino al giorno in cui (siamo stati testimoni della scena), un tipo dall’apparenza losca, di quelli che giustificano le teorie di Lombroso, accompagnando un lavavetri in età pensionabile, ha cominciato ad indirizzare alcune frasi nei confronti dei due ragazzi. Per la verità non siamo riusciti a sentire granchè ma dai gesti traspariva un ordine preciso: i ragazzi dovevano sloggiare. E infatti il giorno dopo non c’erano più: il lavavetri, uno dei tanti disperati sfruttati dal racket della mendicità, aveva preso il loro posto. Il contesto sembra quello brechtiano (ricordate “La canzone da tre soldi”?), ma non è così: purtroppo è solo un aspetto ordinario della nostra città.

Cogliamo l’occasione per rivolgere una domanda a Pino Galeota, presidente della commissione cultura in Campidoglio. Che fine ha fatto la delibera consiliare 129 del 1997 sulla liberalizzazione dell’arte di strada, che aveva avuto in Dario Fo un testimonial eccezionale e per la quale lui stesso, in qualità promotore, si era tanto speso per assicurarne l’applicazione? E che ne è del relativo regolamento che avrebbe dovuto disciplinarne l’esercizio?

Senza aspettare risposta una cosa possiamo tuttavia dirla. Roma, malgrado le pretese (e i proclami) dei suoi amministratori, è ancora città provinciale. Malgrado le tante iniziative culturali, i festival internazionali, le notti più o meno bianche. Malgrado Veltroni. L’unica grande città in Europa (e vivaddidio un primato negativo l’abbiamo trovato) che non riconosce il principio della libertà d’espressione dell’arte itinerante. “In circuiti mirati – recitava la delibera – con fruibilità a rotazione, dalla periferia al centro: in piazze, isole pedonali, ville, parchi, cortili storici, banchine fluviali, ponti e muraglioni, stazioni ferroviarie e di metro, sottopassi…. “

Oggi, parte di questi posti, sono sede di degrado ambientale e abbrutimento umano, in attesa di salire agli onori della cronaca con la prossima tragedia.


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