Racconti di spiriti nei Castelli Romani e non solo

Una gran moltitudine di essi vagava un tempo nei paesi, secondo l'immaginario popolare, incutendo terrore ad adulti e bambini
di Maria Pia Santangeli - 18 Agosto 2015

Nel vecchio cimitero di Rocca Priora abita il fantasma di una sposa, detta appunto la sposa del cimitero. Nell’800 una giovane donna morì improvvisamente il giorno delle nozze. Non si è mai rassegnata alla sua morte: appare ogni notte e cammina lieve, incorporea fra le tombe, l’abito bianco e il velo evanescenti.

Una donna di Rocca di Papa raccoglie rametti secchi nel bosco: girando qua e là, si china e li ammucchia in terra uno sull’altro per farne un fascio. Il bosco vive nel suo trasparente silenzio fatto di piccoli fruscii, di richiami di uccelli, di voci lontane, quando la donna sente un violento schianto di fronde e un cavaliere armato irrompe e le passa veloce davanti sul suo alto cavallo nero. La donna fa appena in tempo a guardarlo, a spaventarsi: il collo del cavaliere è mozzato, la testa non c’è.

Negli anni precedenti la seconda guerra mondiale i boscaioli di Rocca di Papa uscivano di casa nel buio dell’inverno e camminavano nell’oscurità per essere sul luogo del taglio alla prima luce dell’alba, quando, con lo schiarirsi del cielo, si potevano vedere abbastanza bene i tronchi da tagliare e gli attrezzi, accette e stronchini ( seghe con il manico ad arco ). In una radura detta d’u vecchiariéllu, quando passavano da quelle parti, scorgevano sempre un piccolo lume, una fiammella rossa nel buio ad altezza d’uomo, che a volte si muoveva: era la pipa accesa dello spirito di un vecchierello, appunto, che aveva preso dimora in quel luogo. Ma i boscaioli tiravano dritto senza timore, anzi si sarebbero meravigliati se non l’avessero vista.

Nei pressi di Cocciano, frazione di Frascati,  un uomo conviveva serenamente con il fantasma di una donna. Le difficoltà sorgevano quando una donna in carne e ossa entrava in quella casa: la fantasma, all’improvviso, faceva ballare le sedie, finestre si aprivano di colpo, spifferi gelidi spettinavano i capelli dell’ospite e rumori di ogni genere invadevano le stanze. Le donne di carne si spaventavano a morte e, non accettando in nessun modo le rassicurazioni dell’uomo che tentava di trattenerle, scappavano di corsa per non tornare mai più in quella casa.

 

Oltre alle storie di streghe,  di lupi mannari, briganti  e folletti,  anche quelle di spiriti erano  di casa  nei Castelli Romani – come in tutt’Italia d’altra parte. In ogni sera d’ inverno  vicino al fuoco e d’estate sui gradini di casa non si poteva fare  a meno  di nominarli: facevano parte delle paure della vita quotidiana,  erano pochi quelli che non ci credevano. Spiriti  per lo più senza nome da non confondersi con le benefiche Anime del purgatorio che aiutavano nei momenti di pericolo.

Una gran moltitudine di spiriti vagava nei paesi,  secondo l’immaginario popolare: esseri immateriali, ombre, emissari in qualche modo della morte, incutevano ad  adulti  e bambini un gelido terrore. Si raccontavano in gran numero  brevi incontri, apparizioni fugaci e terribili, da suggestionare a tal punto gli animi che bastava un fruscio, lo sbattere di una finestra, uno straccio bianco baluginante da un balcone, un sasso che rotolava nelle strade solitarie e poco illuminate di una volta e il pensiero andava subito agli spiriti.

Anche lo scricchiolio dei mobili o il picchiettare dei tarli, nel silenzio sospeso della notte, poteva essere, per i più paurosi, segno della loro presenza. Per altri – in maggioranza – era il cosiddetto Orologio di San Pasquale al quale si chiedevano presagi: «Orologio di San Pasquale, batti bene o batti male?» A Colonna se i rumori si sentivano a capo del letto sicuramente dovevano accadere terribili disgrazie, se invece provenivano dal tavolo della cucina, appoggiato al muro, le disgrazie erano meno gravi. A Cerignola, in provincia di Foggia, erano più ottimisti: l’arlocie de san Pasqueile portava bene.

spiritiTuttavia le manifestazioni sicuramente certe, visibili che molti ricordano in tutti i Castelli per averle, a loro volta, sentite raccontare, erano le processioni dei morti lungo le strade vicine ai cimiteri, luoghi di per se stessi paurosi. Quelle processioni con canti e lumi che apparivano a qualcuno – non tutti le vedevano -, quando chi andava a lavorare in campagna o nel bosco usciva di casa prima dell’alba, agghiacciavano il sangue.

Quegli esseri, che procedevano rigidi, composti in file ordinate, quasi fossero vivi, facevano ritorno, per breve tempo, da un mondo sconosciuto e inimmaginabile, buio, sotterraneo nel quale avevano perduto la carne e i colori. Non hanno occhi. Terrorizzava l’evidenza dell’ineluttabilità della morte, del gelo, dell’immobilità eterna, di contro al calore della vita che ognuno sentiva pulsare dentro. Però i morti non facevano alcun male, avanzavano senza dar segno di vedere i vivi, che rabbrividivano, immobili, con gli occhi spalancati.

Le visioni delle processioni dei morti, che generalmente passano indifferenti ai vivi, sono comuni in tutta Italia, da Nord a Sud. Con qualche eccezione: a Gorizia i defunti, i muarz, in processione notturna, non restano indifferenti, non vogliono essere guardati, e si portano dietro, nel loro mondo di tenebra, il vivo che incontrano lungo la loro strada, o anche soltanto chi li spia, come se gli rimproverassero di essere ancora in vita, come se gli invidiassero il sangue ancora caldo nelle vene e si volessero vendicare.

SpiritidiSpencerTunickgruppoIn un racconto del libro Leggende del Friuli e delle Alpi Giulie di Anton von Mailly, una donna, sapendo che la notte di Ognissanti i morti tornano nelle loro case, volle vederli, quando, appena usciti dalle tombe, vanno biancovestiti in processione verso la chiesa. A mezzanotte si affacciò alla finestra e li vide passare: molti non li conosceva, altri erano volti noti. Scorgendo quei volti conosciuti, la donna si  spaventò e chiuse la finestra.

Il giorno dopo raccontò la sua visione al figlio che subito si turbò: ebbe l’angoscioso presentimento che la madre sarebbe morta di lì a qualche giorno. Infatti la donna presto si ammalò e morì.

Nei racconti popolari sardi la presenza dei morti è ricorrente. Non solo appaiono in processione, ma spesso danzano il ballo tondo sul sagrato delle chiese. Scoprire un vivo che balla con loro è sicuro presagio di morte per quel ballerino.

Un uomo, tornando a notte dalla campagna, vide in uno spiazzo uomini e donne che ballavano in tondo tenendosi per mano. Si avvicinò curioso, ma, accorgendosi che non conosceva nessuno dei presenti, capì che era una danza di morti: però sua moglie ballava con loro. Per essere veramente sicuro che fosse lei, le si accostò di nascosto in un momento di riposo e, con il coltello, sa lepa, le tagliò un lembo dello scialle.

Arrivato a casa, trovò che la moglie dormiva; allora cercò lo scialle per assicurarsi che fosse intero: un piccolo pezzo mancava. L’uomo ebbe la certezza che la moglie sarebbe morta presto perché già ballava con i morti. Così avvenne.

Nei racconti dei Castelli i morti non fanno mai del male; quelli che possono in qualche modo disturbare i vivi con rumori improvvisi, urla e lamenti, ma senza nuocere veramente, sono gli spiriti dei morti ammazzati e dei suicidi. Si crede che le loro anime in pena restino lì, nel luogo dove hanno perso la vita, per tutti gli anni che avrebbero dovuto vivere se non fossero morti prematuramente. «Sinché il Signore se li riccoie…» mi ha detto l’anziana Rita Barchiesi di Ariccia.

Credenza questa ancora presente nei Castelli, ma abbastanza sfilacciata e incerta, a differenza delle regioni del Sud dove gli spiriti degli uccisi, siano essi di donna, uomo o bambino, possiedono una vigoria sconosciuta da noi.

Giuseppe Pitré nella sua monumentale opera sugli usi siciliani scrive:

[…] Le anime degli uccisi tra’ morti violenti, sono le più celebri nella tradizione popolare. Esse vagano pel luogo ove cadde il corpo e gemono e si lamentano per tutto quel tempo che dovevano stare in vita, secondo era prestabilito in Cielo. Dicono a Francofone che il sangue di questi uccisi fa lu murmuru; ed in tutta la Sicilia che non bisogna passarvi molto da presso, per non inghiottire lo spirito che va vagando.

In modo ancora più evidente avviene a Lamezia Terme, come racconta Elvira Castelli , cittadina di Rocca di Papa, ma calabrese di  origine: u spiérdu, lo spirito di un uomo o di una donna uccisi con violenza, si inghiotte davvero: ha ancora sete di vita e, per poter in qualche modo vivere ancora, si intrufola nel corpo di chi passa nel luogo della sua morte improvvisa, prematura e gli dà la sua voce, di quando era vivo. Così un uomo può parlare con voce di donna o anche di bambino e una donna con voce profonda di maschio.

Altre storie fra qualche giorno

 

mariapiasantangeliMaria Pia Santangeli, toscana di nascita, vive da quarant’anni a Rocca di Papa, nei Castelli Romani. Ha pubblicato Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle e Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani, Streghe, spiriti e folletti, tutti editi da Edilazio, e due libri per ragazzi: le quattro fiabe de Il Principe degli specchi (Sovera, 2000) e il breve romanzo ecologico Arbìn bambino albero (Ragazzi Editors, 2008), tutti e due lungamente citati in due tesi di Laurea sulla Letteratura per l’infanzia (Università di Roma Tor Vergata e Roma Tre). Nel 1996 ha fondato a Rocca di Papa l’Associazione culturale L’Osservatorio. Sempre a Rocca di Papa ha ideato e organizzato per tre anni una notte di cultura denominata La notte verde.

 


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