

Una massa di cubature rimasta sospesa dopo lo stop ai piani previsti nell’area di Tor Marancia. Un’eredità tecnica diventata col tempo un’emergenza politica e finanziaria
C’è un convitato silenzioso che da anni si aggira nei corridoi del Campidoglio. Non ha volto né indirizzo, ma pesa come un macigno sui conti e sul futuro urbanistico della Capitale: sono quasi quattro milioni di metri cubi di diritti edificatori mai collocati, una massa di cubature rimasta sospesa dopo lo stop ai piani previsti nell’area di Tor Marancia.
Un’eredità tecnica diventata col tempo un’emergenza politica e finanziaria. Perché quelle volumetrie, congelate da anni tra vincoli ambientali e contenziosi, oggi rischiano di trasformarsi in una valanga di richieste risarcitorie contro Roma Capitale. Uno scenario che in Campidoglio nessuno vuole affrontare.
È da qui che nasce la mozione approvata dall’Assemblea Capitolina il 5 maggio scorso, un atto sostenuto trasversalmente anche da parte del Partito Democratico, con cui il Comune tenta di trovare nuove “zone di atterraggio” per le cubature rimaste senza destinazione.
A lanciare l’allarme è stato Marco Di Stefano, vicepresidente della commissione Urbanistica ed esponente di Noi Moderati, che parla apertamente di una situazione ormai non più rinviabile.
Secondo Di Stefano, il rischio è duplice: da una parte il blocco della pianificazione urbana, dall’altra la possibilità che gli operatori privati aprano una lunga stagione di ricorsi e richieste di indennizzo miliardarie, con conseguenze pesantissime per i bilanci dell’amministrazione guidata dal sindaco Roberto Gualtieri.
La strategia individuata dal Campidoglio punta a recuperare i Piani di zona del II Peep mai decollati. Terreni che in molti casi sarebbero dovuti tornare agricoli perché ritenuti incompatibili sotto il profilo ambientale o urbanistico, ma che ora potrebbero essere riconvertiti mantenendo parte della capacità edificatoria originaria.
Le aree finite al centro della ricognizione sono quelle di Palmarolina, Tragliatella, Cerquette e La Mandriola. Complessivamente si parla di oltre 450mila metri cubi che potrebbero essere destinati non più ai tradizionali comparti di edilizia popolare, ma a nuovi progetti di housing sociale.
L’idea è quella di usare le compensazioni urbanistiche per rispondere all’emergenza abitativa che da anni soffoca Roma: alloggi a prezzi calmierati per la classe media, studentati universitari, edilizia agevolata per giovani famiglie e lavoratori esclusi dal mercato immobiliare privato.
Un’operazione che il Campidoglio prova a trasformare da problema tecnico a occasione politica. Da una parte evitare il rischio di un’esposizione economica enorme, dall’altra tentare di ridisegnare alcune periferie con funzioni residenziali più sostenibili e integrate.
La mozione approvata impone ora una tabella di marcia serrata. Entro sei mesi gli uffici comunali dovranno completare una mappatura dei Piani di zona non attuati, verificando per ciascuna area la compatibilità ambientale, infrastrutturale e urbanistica. Solo i comparti considerati idonei potranno diventare nuove destinazioni per le cubature da ricollocare.
Tra i firmatari dell’atto figurano anche gli esponenti dem Antonella Melito e Yuri Trombetti, segnale di una convergenza politica ampia su un tema che da anni paralizza parte della pianificazione romana.
Ma il nodo più delicato resta quello dell’equilibrio urbano. Spostare centinaia di migliaia di metri cubi da un quadrante all’altro della città significa inevitabilmente aumentare pressione abitativa, traffico e domanda di servizi in territori spesso già fragili. La promessa del Campidoglio resta quella di rispettare rigorosamente standard urbanistici e dotazioni pubbliche.
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