San Vittorino, caserma o centro anziani? Scoppia il caso politico. Il minisindaco scrive al prefetto

La parola adesso passa al prefetto. Ma anche all’Assemblea Capitolina, chiamata a decidere se ascoltare il grido del quartiere o quello dell’Arma

Una manciata di stanze, un edificio ristrutturato da poco e un quartiere diviso. A San Vittorino, piccolo borgo del VI Municipio, la questione del centro anziani che potrebbe diventare una caserma ha superato i confini del quartiere trasformandosi in una miccia accesa tra istituzioni e cittadini.

Tutto ruota attorno all’immobile di via San Vittorino 303: da un lato l’Arma dei Carabinieri, che ha bisogno urgente di una nuova sede dopo che quella attuale è diventata inagibile. Dall’altro, il cuore sociale della borgata: quel centro anziani che – prima dei lavori di ristrutturazione – rappresentava l’unico luogo di incontro e aggregazione per nonni, famiglie e residenti.

Il Municipio VI, con il presidente Nicola Franco in testa, ha approvato la concessione dell’immobile all’Arma in comodato d’uso gratuito per quattro anni. Una scelta motivata, secondo il minisindaco, da ragioni di ordine pubblico: “Serve un presidio fisso di sicurezza. I Carabinieri sono fondamentali per la tenuta sociale del territorio”, scrive Franco in una lettera inviata direttamente al prefetto di Roma, chiedendo un suo intervento per sbloccare la situazione.

Un’azione che sa di affondo istituzionale. Il minisindaco vuole forzare la mano su una delibera che – approvata dalla Giunta – non è mai arrivata in Assemblea Capitolina. Troppo alto il rischio politico, troppe proteste da parte di residenti e attivisti.

Nel quartiere, infatti, è tornato a farsi sentire con forza il Comitato Borgo San Vittorino, che si dice “tradito” da Franco: “Ci aveva promesso che lo stabile sarebbe tornato a disposizione della comunità raccontanoè anche grazie a quella promessa che ha vinto le elezioni. Ora cambia idea e ci lascia senza il nostro centro”.

Eppure, dicono, alternative ci sarebbero.Ci sono altri edifici, anche poco lontani, che potrebbero ospitare i Carabinieri senza togliere l’unico spazio pubblico che abbiamo. Non capiamo perché voler andare allo scontro”.

La questione, da locale, è diventata simbolica. Da un lato la sicurezza, la necessità di un presidio costante delle forze dell’ordine in una zona non priva di criticità. Dall’altro, il bisogno di socialità, il diritto a spazi comuni, soprattutto in periferia, dove ogni servizio è un presidio di civiltà.

La parola adesso passa al prefetto. Ma anche all’Assemblea Capitolina, chiamata a decidere se ascoltare il grido del quartiere o quello dell’Arma.

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