Sicurezza sul lavoro, la guerra quotidiana di chi lotta per vivere

Nella bozza del nuovo Testo unico multe dimezzate e arresto più difficile. Ma in Italia si contano ancora circa 1.400 morti bianche all’anno
di Emiliana Costa - 26 Marzo 2009

Tre operai sul tetto della chiesa di S. Rocco senza casco a Roma. Foto del 16/06/2008 di Manolo Cinti – GMT

Una mattina d’inverno. Nel cantiere il braccio della gru si alza e si abbassa a ritmi serrati, mentre gli operai legano pacchi di “cani innocenti” – pesanti tubi di ferro, per chi non fosse avvezzo al linguaggio dell’edilizia -. Emilian Stefan è al comando della pulsantiera dalla quale aziona il braccio meccanico, in grado di sollevare la merce fino a 40 metri di altezza. Il carico però non è stato fissato bene e i tubi iniziano a sganciarsi uno alla volta, travolgendo l’uomo. L’operaio non muore, ma è costretto oggi su una sedia a rotelle. Il suo unico sogno, quello di tornare a lavorare.

La storia di Stefan è la storia di una guerra quotidiana, quella degli incidenti sul lavoro. Una piaga che in Italia ogni anno, secondo i dati dell’Inail, provoca circa 900mila infortuni e 1.400 vittime, con un costo sociale di quasi 45,5 miliardi di euro all’anno, il 3,21% del Pil. Tra le categorie più colpite ci sono migranti, precari e anziani. Il settore più a rischio è quello della lavorazione dei metalli, con oltre 6 infortuni su 100. Seguono la lavorazione dei materiali non metalliferi, la lavorazione del legno e le costruzioni.

"Quello che manca in Italia è una seria cultura della sicurezza – dice Elena Schifino, responsabile Fillea-Cgil del Lazio (il sindacato degli edili) –. Serve una politica della formazione. Occorre mettere i lavoratori al centro di questa politica, facendoli rendere conto dei pericoli che corrono. Il Testo unico approvato lo scorso anno ha introdotto l’insegnamento della sicurezza nelle scuole, un importante passo avanti per la diffusione di questa cultura".

Emilian Stefan è un operaio romeno di 40 anni. Si era trasferito in Italia come molti suoi connazionali in cerca di lavoro, ma l’incidente – avvenuto il 22 gennaio 2007 nel quartiere romano di Ponte di Nona – lo ha reso invalido del 100%. Oggi è su una sedia a rotelle. La sua speranza è quella di tornare in Romania e riacquistare l’uso delle gambe. "Dopo l’incidente sono stato trasportato in elicottero all’ospedale San Camillo di Roma dove sono stato ricoverato otto mesi – dice Stefan –. Ho girato poi diversi ospedali ed ora sto aspettando di tornare in Romania e terminare la cure, perché in queste condizioni non posso né lavorare né mantenermi". I controlli sul cantiere sono arrivati solo una settimana dopo l’incidente. Il carico ha ceduto perché i tubi erano stati legati con delle catene e non con le cinte appropriate. Ma anche la fretta e la poca accortezza hanno contribuito all’infortunio. "Si lavorava al cottimo. Vuol dire che eravamo pagati a quantità di opera compiuta e non ad ore. Non avevo il tempo di scendere dalla pulsantiera per controllare ogni carico prima di tirarlo su", racconta l’operaio.

"Lavorare al cottimo in Italia è vietato, ma categorie deboli come gli stranieri accettano condizioni ingiuste e poco sicure, pur di non perdere il posto", spiega Daniel Grigoriu, responsabile Fillea-Cgil Lazio. Grigoriu è un sindacalista romeno che si occupa di lavoratori stranieri. E’ stato lui a curare il caso di Stefan. "Nei cantieri manca la fiducia. Gli operai spesso lavorano con la fretta e la soggezione del padrone, non richiedendo le giuste misure di sicurezza".

La ditta per la quale lavorava l’operaio è un’impresa appaltatrice che si occupa di manutenzione. In passato era stata già chiusa per alcune irregolarità nella costruzione dei ponteggi. Inoltre il responsabile impediva ai dipendenti di convocare assemblee sindacali, nonostante undici ore l’anno siano obbligatorie.

Il gruista romeno è riuscito ad ottenere una pensione di invalidità, perché lavorava in regola e aveva già maturato i cinque anni di contributi necessari per aver diritto al vitalizio. "Purtroppo in molti casi non è così – dice Grigoriu –. Un’alta percentuale degli operai in Italia sono stranieri e la maggior parte lavorano in nero a giornata. Spesso quando avviene un incidente, l’infortunato viene costretto a non dichiarare dove avesse lavorato. Inoltre oggi esiste anche un altro fenomeno, quello del lavoro grigio".

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Sono stati circa 200mila gli edili emersi dal nero negli ultimi cinque anni. Ma di questi almeno la metà sono passati al lavoro grigio: assunzioni part-time in un settore produttivo nel quale il lavoro a metà tempo non è mai esistito. In questo modo sarà difficile per i lavoratori ottenere una pensione, perché vengono retribuiti per 80 ore e non per 160. In media a 60 anni gli edili hanno maturato solo 28 anni di contributi e capita quindi che molti lavoratori salgano sulle impalcature anche oltre i 65 anni. Non è tutto. Il sindacalista della Fillea racconta anche di operai costretti ad aprirsi una partita Iva e a lavorare come liberi professionisti, "ma alla fine dell’anno con il loro stipendio non ce la fanno a pagare le tasse e ricominciano a lavorare a giornata".

Un altro caso frequente è quello di manovali irregolari di un’impresa che lavorano con i documenti degli operai in regola. Gli ispettori del lavoro sono pochi rispetto al numero dei cantieri da visitare, così i controlli risultano sporadici e frettolosi.

"In alcuni casi gli ispettori del lavoro non hanno neanche le competenze tecniche per soppesare la sicurezza nei cantieri. E sono i piccoli imprenditori ad insegnare loro come fare sicurezza in alcuni passaggi produttivi", dichiara Francesca Boccini, dirigente del Cpt (Centro paritetico territoriale) per l’edilizia di Roma e provincia. Il Cpt di Roma nasce da un accordo tra Acer (Associazione costruttori edili romani) e le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, con il compito di studiare tematiche legate alla prevenzione degli infortuni nei cantieri. "Da parte delle piccole imprese – dice Boccini – c’è oggi una maggior sensibilità riguardo la sicurezza. Ma servono incentivi statali per la formazione. Le aziende che lavorano in privato sono responsabili in toto del piano sicurezza. Ma quando lavorano in subappalto è più difficile controllare che le norme siano rispettate".

E’ nelle piccole imprese che lavorano in subappalto che si registrano il maggior numero di incidenti sul lavoro. Nel 2006 il 61,7% delle morti bianche denunciate all’Inail si sono verificate nelle aziende fino a 15 addetti. Riccardo Ferretti, responsabile Fiom-Cgil (il sindacato dei metalmeccanici), sostiene che in un cantiere con troppi subappalti sia difficile ricostruire la filiera completa e controllare che le norme di sicurezza siano rispettate: "Gli incidenti capitano soprattutto nelle piccole imprese alla fine della filiera, dove in molti casi lavorano stranieri senza nessuna tutela. Nel caso invece dei lavoratori regolari spesso le aziende convincono gli operai a non denunciare l’incidente e a mettersi in malattia. Ma un infortunio non denunciato non dà diritto al rimborso dell’Inail".

Stefan oggi vive in un piccolo appartamento sulla terrazza condominiale di un palazzo, nel quartiere Pigneto di Roma. Condivide l’alloggio con altri tre connazionali. Georgeta Rusu, uno di loro, lavora nella stessa azienda di Stefan. Anche lui anni fa ha avuto un incidente sul lavoro, che tuttora gli provoca dolori alla gamba destra. Rusu però non ha avuto il coraggio di denunciare l’infortunio per paura di perdere il posto. Per la dirigente del Cpt Boccini il lavoro sotto ricatto è uno dei nodi più urgenti da risolvere: "Il sindacato dovrebbe elaborare delle ricette politiche come quella di integrare lavoro e formazione. Il fondo Zero 30 potrebbe essere utilizzato per organizzare dei corsi di formazione per gli operai senza lavoro. In questo modo i lavoratori riceverebbero uno stipendio minimo e non cederebbero al ricatto di lavorare in nero. Inoltre, verrebbe favorito il loro reinserimento nel ciclo produttivo. Servono più ammortizzatori sociali che permettano di formare e reinserirsi. Statisticamente il lavoratore formato ha meno possibilità di infortunarsi, perché è più consapevole del pericolo".

Una svolta legislativa in tema di sicurezza si è avuta lo scorso anno, quando la storica legge 626 è andata in soffitta e il parlamento ha approvato il Testo unico. Ma il responsabile della Fiom Ferretti ritiene che l’inasprimento delle sanzioni penali per chi non rispetta le norme sulla sicurezza non rappresenti la soluzione definitiva: "In Italia le leggi c’erano già, il problema è farle rispettare. Confindustria dovrebbe espellere le aziende non in regola. Inoltre dovrebbero essere sanciti degli sgravi per le imprese in tema di sicurezza". Il Testo unico parla anche delle gare d’appalto e sancisce la divisione tra il costo dell’opera e il costo della sicurezza. "Le gare d’appalto al massimo ribasso rappresentano la modalità di appalto più indegna – commenta Ferretti –. I costi sulla sicurezza non possono essere intaccati. Anche la Legge 123 lo proibisce, ma come al solito i controlli non sono sufficienti".

Resta irrisolta la questione degli invalidi del lavoro e di eventuali sostegni post incidente. Schifino, responsabile della Fillea, suggerisce la creazione di un nuovo ente predisposto al supporto psicologico degli invalidi e al loro reinserimento lavorativo con altre mansioni: "Un uomo che non può lavorare, oltre a non potersi mantenere, rischia di cadere in una forte depressione. All’interno della Fillea io e un altro gruppo di persone vorremmo creare un organismo legato alla Cgil che aiuti gli operai infortunati a rientrare nel ciclo produttivo".

Nel frattempo, in Italia di lavoro si continua a morire, nonostante le ricette proposte per superare questa piaga. Da un lato, l’attuale governo Berlusconi vorrebbe ammorbidire le sanzioni penali previste dal Testo unico. Dall’altro, le parti sociali premono per una politica della formazione, per l’aumento dei controlli e per l’istituzione di enti che favoriscano il reinserimento lavorativo degli invalidi. Restano ora da combattere 1.400 morti bianche all’anno. Morti incomprensibili, di chi lotta quotidianamente per vivere.


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