Storie di lupi mannari nei Castelli Romani

Due racconti, il primo di Marino e il secondo di Rocca di Papa
di Maria Pia Santangeli - 28 Luglio 2015

Nelle sere  d’estate, prima di andare a dormire, in tutti i paesi – e forse anche nelle piccole piazze delle città  italiane dove  fra vicini ci si conosceva- ci si fermava volentieri  a prendere il fresco della sera  seduti sui gradini  di casa o   si restava nei vicoli e negli slarghi dove si portavano fuori le sedie  di cucina.  Solo qualche uomo anziano si univa ai gruppetti, gli altri andavano all’osteria e le donne  raccontavano e raccontavano  volentieri ai bambini  e ai ragazzi che stavano lì ad ascoltare  altrettanto volentieri,  anche se i racconti li conoscevano quasi  a memoria. Quelli  di lupi mannari e di spiriti erano  i preferiti nei Castelli Romani,  come se i  i brividi della paura facessero ricordare il freddo dell’inverno.

Allora  – settant’anni fa – non c’ era la TV che in fin dei conti, d’estate – più che nelle altre stagioni -, non fa che propinarci storie di sangue, di violenze, di delitti tali che alla fine i lupi mannari fanno sorridere.

lupo mannaroEsseri notturni  i lupi mannari. Detti nei vari dialetti dei Castelli lopi penari, lopi pepenari o pipinari, lupanari, sono molto presenti nei ricordi degli anziani. Tutti, uomini e donne, ricordano i loro ululati sotto le finestre nelle notti di plenilunio, quando di mese in mese si alzava una luna grande, rotonda che illuminava chiare le case e i vicoli. «Madonna mèa, masséra ‘o sa’ i lopi penari che rèscenu da‘ e case…», ( stasera lo sai quanti lupi mannari  escono dalle case.. ) si dicevano in molti a Rocca di Papa. E oggi in tutti i paesi dei Castelli asseriscono, come verità sacrosante, di averli sentiti, e pure visti da lontano, sguazzare nelle fontane per trovare refrigerio al calore che sentivano ribollirsi dentro.

Era risaputo che per guarire un lupo mannaro dal suo male bisognava pungerlo con uno spillo o con un coltello appuntito in modo da fargli uscire una goccia di sangue –  come scrive anche Raffaele  Lombardi Satriani  nel suo libro Leggende popolari calabresi. Impresa quasi impossibile, perché nessuno osava avvicinare questi uomini lupo: si diceva che avessero una forza sovrumana, aspetto bestiale spaventoso, occhi ferini dimentichi della natura umana, peli irsuti in tutto il corpo e unghie cresciute smisuratamente. Per voce, il cupo lungo ululato del lupo. Alcuni ricordano addirittura di averli visti camminare a quattro zampe come un animale.

«I lopi penari deanu de picciu», davano di petto, graffiavano, mi hanno detto a Rocca di Papa.

I ricordi sui lupi mannari sono simili in tutti i paesi e le cittadine dei Castelli, ma sono ricordi sintetici, di apparizioni, di ululati, di visioni di uomini a  bagnarsi  dentro le fontane, poco di più. I racconti,  con un vero sviluppo, con il passare degli anni si sono  quasi tutti  perduti.  Pur avendo ascoltato tanti anziani, ne ho trovati soltanto tre e uno solo- di Marino – racconta il ferimento e la successiva guarigione di un lupo mannaro. Il secondo dal titolo La moglie sull’albero credo sia unico nel suo genere  ed è uno fra quelli che preferisco di tutto il mio libro Streghe, spiriti e folletti, perché mi ha dato il modo di creare la scena notturna della donna impaurita, rannicchiata fra le fronde di un albero. L’ultimo delle “tre bussate” è invece molto comune: l’ho ascoltato, con piccole varianti, a Rocca di Papa, a Nemi e via via in quasi tutti gli altri Castelli. Inoltre ne scrivono Gioachino Belli e Carlo Levi, come vedremo.

Ecco  i primi due racconti.

IL SANGUE DEL LUPO MANNARO

Un uomo di Marino faceva il becchino al cimitero, ma sapeva anche potare e innestare e lo chiamavano spesso nelle vigne per questo lavoro. Una sera stava tornando a casa dalla campagna che era già buio, ma una grande luna argentea gli illuminava la strada. Si trovava alle prime case del paese, quando vide venirgli incontro un uomo che pareva… era ‘n lope penaro.

Il becchino, temendo di essere aggredito, tira fuori ‘a mozzetta, quella per innestare, con la punta, e, quando il lupo mannaro gli si avvicina, velocemente lo colpisce ad un braccio. Uno zampillo di sangue esce dal braccio dell’uomo lupo, che non grida, non gli si avventa, ma scappa con un mugolio di dolore.

Il giorno dopo, mentre il becchino lavora al cimitero, alzando la testa da una buca, si trova davanti l’uomo della sera prima: «Ti ringrazio per quello che mi hai fatto ieri» gli dice, «ti sono riconoscente, ma, ti prego, non dire a nessuno quello che è successo».

LA MOGLIE SULL’ALBERO

Una ragazza di Rocca di Papa si era fidanzata con un giovane nonostante il parere contrario dei parenti e di molti paesani: «Non lo sposare a quello, è lope penaru, non lo sposare a quello…» le dicevano. Ma la ragazza non aveva dato ascolto a nessuno e si era sposata, e i due erano andati ad abitare in campagna.

Dopo pochi mesi dal matrimonio, una sera il marito disse: «Devo uscire, devo risolvere certe faccende … ma non ave’ paura, se siènti de luccà (gridare, ululare), sali sull’albero». E uscì.

La moglie finì di mettere a posto la cucina, pulì il focolare, recitò le preghiere e si preparava ad andare a letto, quando sentì un lontano ululato. Allora di corsa uscì fuori, chiuse la porta, prese la scala e salì sul grande albero vicino a casa. Si era appena messa a cavalcioni su uno dei rami più alti, che sentì ululare proprio sotto l’albero: ‘u lope penaru abbrancava il tronco, cercando di scrollarlo, e raspava la corteccia rabbiosamente, a tratti digrignava i denti, a tratti ululava, lucchéa, lucchéa.

La donna si faceva coraggio, nascosta nell’ombra dei rami e delle foglie sotto il cielo chiaro di luna, pensando che l’albero era robusto, il tronco solido e che il lupo mannaro mai sarebbe salito sulla scala, non poteva farlo, era impossibile per i lupi mannari. Il marito sarebbe tornato presto.

Dopo tanti ululati e feroci sgraffiature, pian piano ‘u lope penaru si calmò, appoggiò la testa sul tronco, come per riposarsi, e poi lentamente si allontanò. Quando la donna sentì che intorno la notte era tranquilla, gli ululati sempre più fiochi, più lontani, scese dall’albero e si chiuse in casa.

All’alba il marito arrivò, si spogliò e si buttò sul letto, senza rivolgerle una parola. Era scapigliato, le mani graffiate e nelle unghie… nelle unghie c’erano pezzi di corteccia d’albero. E anche nei capelli.

Mentre il marito dormiva, la ragazza fece un fagotto delle sue cose e se ne andò.

Di questa seconda storia ho ascoltato una variante: la donna, impaurita dagli ululati, sale in fretta sull’albero, indossando le sue solite ciabatte da casa abbellite con un fiocchetto rosso. Mentre, tremante di paura, si rannicchia tra i rami, le cade a terra una ciabatta: il lupo mannaro furioso l’afferra al volo e la stritola fra i denti. Fili rossi restano tra le labbra dell’uomo: la moglie non ha bisogno di altre prove per fare fagotto.

Il prossimo racconto fra qualche giorno

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Maria Pia Santangeli

 

Maria Pia Santangeli è nata a Montespertoli (FI), vive da quarant’anni a Rocca di Papa, nei Castelli Romani. Ha pubblicato per Edilet Rocca di Papa al tempo della crespigna e dei sugamèle (1994 e 2003), Boscaioli e carbonai nei Castelli Romani (2005), Streghe, spiriti e folletti (2012) tutti editi da Edilazio, due libri per ragazzi: le quattro fiabe de Il Principe degli specchi (Sovera, 2000) e il breve romanzo ecologico Arbìn bambino albero(Ragazzi Editors,2008). È la vincitrice della sezione stornelli del Premio Scarpellino 2015.


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